"Mio marito abusò di mia figlia": Veronica De Laurentiis racconta il suo 'Amore Criminale'

La figlia del produttore Dino e dell’attrice Silvana Mangano combatte in prima linea accanto alle vittime di abusi sessuali e nella trasmissione 'Amore Criminale' ci mette la faccia, dopo aver firmato un libro sui retroscena shockanti della sua famiglia. Chi ancora collega il suo cognome ai fasti del cinema sia pronto a ricredersi: in questa storia di finto non c’è niente, e dolore e riscatto sono facce di una medaglia che adesso brilla alla luce della verità

Veronica De Laurentiis © Luciano Rasero

ROMA - Al telefono lo ha detto subito: “Le formalità non mi piacciono, diamoci del tu” e quella stessa autenticità che ha rifuggito le convenzioni iniziali ha accompagnato tutta l’intervista che Veronica De Laurentiis ci ha rilasciato nel salotto della sua casa romana, davanti alla tazzina di un caffè e alla copia del suo libro ‘Rivoglio la mia vita’ che, dopo il clamore mediatico della sua prima uscita nel 2006, torna in ristampa adesso, in vista della trasmissione ‘Amore Criminale’ che la vuole accanto alle donne vittime di maltrattamenti.

Veronica è una donna accogliente. Ha un modo di parlare che affascina nel senso più letterale del termine, un tono calmo e fiero che rabbuia e schiarisce, coinvolge e sconvolge, in sintonia perfetta con un’espressività che anticipa di qualche istante le parole. Ha lo stesso sorriso della mamma Silvana Mangano e gli occhi verdi del padre Dino, occhi che sostengono l’intensità di una storia che ascoltata dalla sua voce restituisce un effetto emotivo difficilmente descrivibile.

Perché in questa storia, che è quella della sua vita e della sua famiglia, di cinematografico non c’è nulla e la realtà della violenza sessuale subita, degli abusi di un marito violento, delle sofferenze rimosse e taciute per anni è un interruttore micidiale che spegne le luci della ribalta legate ad un cognome e accende il silenzio del retropalco su cui per generazioni si sono recitati ruoli e indossate maschere.

Il suo coraggio ha svelato segreti lunghi decenni e il suo grido d'aiuto ha strappato in mille pezzi un copione scritto che si tramandava come ineluttabile eredità, dimostrando che “gli schemi familiari possono essere cambiati nonostante tutto e che, per quanto si preannunci funesto, un destino può essere riscritto”.

- Perché hai voluto rendere pubblica la storia tua e della tua famiglia?
Questo libro è frutto della mia terapia, è stato la mia redenzione. Ho impiegato 10 anni per scriverlo e se non lo avessi pubblicato sarei morta. Mio padre sosteneva che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, è stato contrarissimo alla sua uscita e so che leggerlo gli ha causato un grande dolore, ma non potevo non farlo: dovevo dire, perché è stato solo grazie a questo che è nato come un diario se sono riuscita ad elaborare vicende infantili e smuovere ricordi rimossi, se sono riuscita a capire che le dinamiche familiari influiscono in maniera determinante nella vita di ciascuno di noi.

- Quindi tu sostieni ci sia un legame quasi inevitavile tra la propria vita e quella delle generazioni precedenti.
Assolutamente sì. Vedi, per un bambino, i genitori sono tutto e da loro acquisisce tutto, gesti, valori e comportamenti: ciò che osserva, che sente e che respira, nel bene e nel male, per lui, è la normalità. E anche per me è stato così: sono cresciuta in una famiglia dove, a parte la formalità e il conformismo, non si potevano esprimere né emozioni, né bisogni. Pensavo di dover fare felice una madre che mi reputava una stupida e sceglieva ogni cosa per me e un padre che mi diceva sempre 'se sei intelligente, fai come ti dico io': non ho mai saputo cosa significa ‘fiducia in se stessi’.

- Quanto ha influito questa ‘mentalità’ nel corso della tua vita?
È stata decisiva. Quando a 18 anni accettai di uscire con l’uomo di 45 anni che abusò di me la stessa sera del primo incontro, qualcosa dentro di me, una vocina, mi aveva avvertito della pericolosità di quella persona, ma io ero troppo abituata ritenermi un’incapace per darmi retta. Fu quella la prima volta che decisi di disobbedire anche a mio padre - ‘Non uscire con lui, non mi piace’, mi disse - ma io volevo dimostrargli che si sbagliava e che sapevo scegliere, motivo per cui ho taciuto a tutti per anni l’epilogo bestiale di quel primo appuntamento: era stata la conferma di quanto fossi ‘stupida’, proprio come mi avevano sempre detto, mi vergognavo e mi sentivo in colpa.

- Poi, il matrimonio.
Già, con un uomo che sapevo avesse mille problemi personali dei quali mi sono voluta fare carico perché volevo dimostrare - ancora una volta, far vedere agli altri - di essere capace di guarirlo, di renderlo felice come avrei dovuto fare con i miei genitori. Da lui, invece, ho subito ogni tipo di violenza e dopo essere riuscita a lasciarlo, quando pensavo di essere un po' serena, la telefonata di mia figlia Lucia, in lacrime, una notte di un Capodanno, mi ha gettata nell'incubo più lacerante. Le ho fatto mille domande, alla fine anche la più atroce: mi ha risposto sì. Così, ho saputo che mio marito, suo padre, per anni aveva abusato di lei.

- Come hai fatto a non accorgerti di nulla?
Avevo imparato per una vita a non vedere per non soffrire. Mi sono sentita in colpa, da morire, per anni, riuscendo ad assolvermi solo dopo aver ho capito che, in quel momento, io per prima ero troppo fragile, non avevo gli strumenti per vedere il mio dolore, figuriamoci quello degli altri, nemmeno quello dei miei figli. Perché la verità è che se non s’impara ad amare prima di tutto se stessi, non si riuscirà mai a comprendere come amare gli altri e questo non significa essere egoisti, anzi: significa fare il primo, fondamentale, passo verso la forma più genuina di altruismo.

- Alla fine, però, hai deciso di chiedere aiuto. Quanto è importante farlo?
È determinante. Dopo aver toccato il fondo, mi sono rivolta allo ‘Stuart House’ di Santa Monica, in California, un centro che aiuta le donne vittime di abusi e che mi ha riportato alla vita. Mi ci sono voluti vent’anni per rimettere insieme i frammenti di memoria rimossi dalla mia coscienza, per ricordare fotogrammi di violenze e shock subiti che rivivevo nei miei incubi, ma alla fine ce l’ho fatta solo così, chiedendo il sostegno degli altri.

- Cosa vuoi dire alle donne che stanno affrontando e continuano a sopportare in silenzio quello che tu hai passato?
"Parlate, parlate e chiedete aiuto": è fondamentale per un cambiamento di vita. Bisogna dare ascolto alla vocina dentro di noi che ci dice sempre la verità, solo così si può iniziare un percorso di guarigione e riprendersi la vita. Dare coraggio alle donne è diventata la mia missione, per questo ho aperto la fondazione onlus 'Veronica De Laurentiis' che ha proprio l'obiettivo di creare un network che possa aiutare, educare ed offrire una seconda chance a  tutte le vittime di violenze e stalking. Il primo 'Centro Silvana Mangano', in onore di mia madre, ha aperto le porte a Formia a Maggio del 2011. Ed è sempre per questo che partecipo attivamente alla trasmissione 'Amore Criminale': durante ogni puntata intervisterò le donne che ce l'hanno fatta, donne che ho notato come abbiano tutte storie con le stesse caratteristiche: provano pena per il loro carnefice, si annullano perché convinte di poterlo cambiare e perdonano sempre.

- E agli uomini? Cosa dire a chi di questa violenza è l'autore?
A questi uomini io dico: "guardatevi allo specchio, guardatevi e fatemi un esame di coscienza, cercate di capire perché lo fate". Io non giustifico nessuno, sia chiaro, ma credo che alcuni di questi uomini, a loro volta, abbiano acquisito chissà quale meccanismo depravato tale da considerare 'normale' esercitare violenza su mogli e figli.

- Hai altri obiettivi per il futuro?
Mi basta sapere che il mio dolore serva a scongiurare quello di qualcun'altra che faccia tesoro della mia storia e spezzi la sua omertà. Vorrei tanto che il cognome 'De Laurentiis', un domani, venga ricordato non solo per la gloria del cinema internazionale, ma anche per quello che la mia fondazione sta facendo per gli altri. Sarebbe meraviglioso.

- Il titolo del libro 'Rivoglio la mia vita' suona come un grido di rabbia. È ancora così?
È vero, quando l'ho scritto lo ero: ero arrabbiata nera con la vita. Ora non più, però, sono serena, sorrido sempre. Questa vita adesso me la sono ripresa. Ne valeva la pena, perché adesso posso dirlo: vivere è bellissimo.  
 

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