Lunedì, 14 Giugno 2021
Donna

"Abortisci o ti licenzio": lei non ci sta e fa causa all'azienda

Una 22enne inglese ha raccontato la sua odissea dovuta alla sua gravidanza, mal vista dal suo datore di lavoro che perciò è stato condannato per licenziamento ingiustificato e discriminazione

Teri Cumlin, operatrice britannica in un'associazione caritatevole, ha portato alla ribalta la vicenda giudiziaria che l'ha vista sua malgrado protagonista per essere stata licenziata dal suo datore di lavoro perché in attesa di un figlio e per essere poi uscita vittoriosa da una causa che l'ha risarcita con 12mila sterline.

Dopo aver comunicato al suo capo la sua seconda gravidanza, la 22enne inglese si è sentita rispondere che meglio per lei e per la sua carriera sarebbe stato rinunciare a quel figlio che altro non avrebbe fatto se non ostacolare il suo lavoro che, in caso contrario, prima o poi sarebbe stato assegnato a qualcun altro. 

"Sono scoppiata a piangere, gli ho detto che avevo già subito un aborto in precedenza e che certo non avrei interrotto volontariamente anche questa gravidanza" ha raccontato la donna ai media locali, aggiungendo che il manager della società di raccolta fondi per cui lavorava le ha replicato che a nulla serviva versare lacrime e che da quel momento la sua vita nella struttura sarebbe drasticamente cambiata. 

In effetti, così è stato: sottoposta a turni massacranti e spesso rimproverata per le sue continue pause necessarie allo stato in cui versava, la Cumlin è stata sospesa per inidoneità a svolgere le sue mansioni di caposquadra e mandata a casa senza stipendio. Il forte stress, poi, le ha causato gravi probemi durante la gestazione rendendo necessario il parto cesareo per far nascere il piccolo Thomas rimasto in terapia intensiva per le prime due settimane dopo la nascita. 

La donna, così, ha portato il capo in tribunale e ottenuto una somma a titolo di risarcimento per licenziamento ingiustificato e per discriminazione anche grazie al supporto del suo avvocato che ha commentato la decisione dicendosi sconcertato per il fatto che proprio un'organizzazione caritatevole avesse dimostrato un simile atteggiamento e speranzoso che questo caso metta in luce il comportamento di altri datori di lavoro che discriminano le lavoratrici perché incinte. 

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