Violenza sulle donne, istruzione e lavoro non bastano: "Serve l'indipendenza economica"

Bisogna implementare i percorsi di empowerment professionale promossi dai CAV e servono politiche di supporto al reinserimento lavorativo delle donne che subiscono violenza domestica. L'intervista a Rossana Scaricabarozzi, responsabile del programma per i diritti delle donne di ActionAid Italia

Milena ( nome di fantasia ), dopo avere denunciato il marito, ora lavora in un B&B. Il lavoro le permette di mantenere se' e suo figlio (foto Simona Ghizzoni). La sua è una delle storie raccolte da ActionAid

Non sempre chi si rivolge a un Centro Anti Violenza viene da contesti di povertà e deprivazione culturale e accade spesso che ad essere vittima di partner violenti siano anche donne con un buon livello di istruzione e un lavoro, che però non bastano a raggiungere l'indipendenza, anche economica. A ribaltare quello che in fondo è uno stereotipo è il rapporto "Una via d'uscita dalla violenza", lanciato da ActionAid in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne e realizzato nel quadro del progetto europeo WE GO! (Women Economic-independence & Growth Opportunity), cofinanziato dalla Ue.

Il rapporto contiene anche un'indagine finalizzata a definire il profilo delle donne che si rivolgono ai CAV, realizzato coinvolgendo 552 donne assistite nei centri di quattro Paesi europei: Bulgaria (1 centro), Grecia (6), Italia (3) e Spagna (2). Una novità, considerato che una delle lacune più grandi da colmare nell'analisi del problema della violenza di genere è quella della raccolta dati sotto il profilo socio-economico delle donne, che aiuterebbe non solo a capire meglio il fenomeno ma soprattutto ad identificare quali strumenti e politiche sarebbe opportuno mettere in campo per rispondere ai loro bisogni. Da questi dati (raccolti in vari ambiti: età, livello di istruzione, tipo di violenza subita, situazione eonomica) emerge con forza quanto l'indipendenza economica delle donne sia un fattore decisivo: molte di loro, pur se istruite e con un lavoro, non vivono in una casa di loro proprietà, non hanno la gestione del patrimonio familiare, le loro spese vengono controllate. 

"Da qui infatti parte la nostra denuncia: la maggior difficoltà che le donne incontrano è la mancanza di indipendenza economica", ribadisce a Today Rossana Scaricabarozzi, responsabile del programma per i diritti delle donne di ActionAid Italia, che sottolinea il grande impegno dei CAV per quanto riguarda i percorsi di empowerment economico femminile. 

La vita in un centro antiviolenza: dove le donne trovano il coraggio di tornare libere 

"Non è compito dei CAV provvedere ad attività di reinserimento lavorativo delle donne che hanno subito violenza ma la realtà è che questi centri, spesso a rischio chiusura e con pochi fondi a disposizione, si trovano ad affrontare anche esigenze di questo tipo, sebbene molte volte capita che queste attività vengono trascurate rispetto a quelle che sono di loro competenza, come l'ascolto, il sostegno psicologico", spiega Scaricabarozzi. Ma non si può parlare di empowerment economico senza parlare di emporwement personale. "Spesso le donne che si rivolgono ai CAV, quando viene loro chiesto cosa sanno fare, rispondono: 'Io non so fare niente'. Nei centri queste donne vengono prima accompagnate in un percorso di identificazione delle proprie qualità e punti di forza". 

Infografica actionaid-2

"Bisogna fare rete, rafforzare le tipologie di interventi che già esistono con metodologie più effficaci. Con questo progetto è stato possibile uno scambio di pratiche tra i vari CAV, la condivisione di esperienze, l'incontro con altri esperti", spiega Scaricabarozzi. Nell'ambito del progetto poi è stato creato anche un toolkit di buone pratiche di intervento e metodologie, per incrementare la capacità di risposta degli operatori dei CAV ai bisogni delle donne. "Si tratta di un bagaglio di strumenti che le operatrici dei centri possono usare (ad esempio per aggiornare le proprie competenze). Sarà pronto in settimana e presto lo diffonderemo in tutta Europa". 

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Corsi di cucito al Centro Veneto Progetti Donna - Auser di Padova (foto Simona Ghizzoni)

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Ma i CAV devono stare al centro anche di un'altra rete, che veda coinvolti enti e istituzioni, dice Scaricabarozzi, "perché servono maggiori risposte che solo loro possono dare, ad esempio c'è necessità di predisporre servizi di prima infanzia, attività di sostegno alloggiativo, accesso prioritario a programmi di formazione professionale inserimento lavorativo".  "Le istituzioni devono farsi carico di questo aspetto, finanziando i percorsi dei CAV e creando alternative per le donne. Il CAV difficilmente può lavorare da solo". 

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