Martedì, 15 Giugno 2021
covid, un anno dopo

“La pandemia ha scardinato i nostri codici: apprendendo da quest’esperienza possiamo tornare alla realtà”

Intervista alla psicoterapeuta Francesca N. Vasta che ci ha aiutato a comprendere come il protrarsi di una situazione che rende ancora necessari il distanziamento sociale e l’attento rispetto delle regole, abbia influito e influisca ancora sulle nostre vite

foto Ansa

È trascorso più di un anno da quando arcobaleni speranzosi coloravano i balconi di tutta Italia: “Andrà tutto bene” si ripeteva; come un mantra propiziatorio di fiducia tra strade svuotate di vita, la formula spronava a immaginare un futuro luminoso, a pensarci diversi, magari anche migliori, consapevoli del valore inestimabile di un abbraccio, di una carezza, di uno sguardo scambiato di concerto a un sorriso libero da mascherine. Oggi, in una dimensione nata quale stravolgente eccezione alla regola della condivisione fisica ed emotiva ci si trova ancora, inesorabilmente, e se appare prematuro considerare in modo oggettivo quanto la pandemia abbia cambiato le esistenze di ogni individuo, più agevole si predispone un bilancio dello stato emotivo e psichico successivo a questi tredici lunghi mesi.

Con la psicoterapeuta individuale e di gruppo Francesca N. Vasta, docente a contratto presso l’Università Cattolica di Roma, Didatta e supervisore della Scuola di Specializzazione in psicoterapia COIRAG, che a marzo 2020 definì “Coronaville” quel “perimetro psichico dello stato psico–socio–culturale” in cui ci eravamo appena calati, abbiamo affrontato oggi il tema, per comprendere meglio l’evolversi di una realtà che ha imposto la riconsiderazione della  solidarietà, del rispetto delle regole, dell’altruismo.

È trascorso poco più di un anno da quando ci siamo trovati tutti improvvisamente confinati in una nuova e sconosciuta realtà - “Coronaville”,? l'ha definita Lei così a marzo scorso - da cui non siamo ancora usciti. Quanto ha influito e come sta influendo ancora sul nostro stato emotivo il protrarsi di una situazione che rende ancora necessari il distanziamento sociale, il confinamento, l’attento rispetto delle regole che impongono divieti e restrizioni di libertà individuali?

Se me lo permette parto da alcune considerazioni su quest’ultimo concetto: la libertà individuale. Faccio riferimento al pensiero del sociologo Ulrich Beck sull’individualizzazione, il processo storico-sociale che vede la progressiva emancipazione del singolo individuo dai vincoli sociali tradizionali e dal rigore delle norme e delle sanzioni. Mi pare che l’individualizzazione radicale caratterizzi la cultura contemporanea. Nietzsche diceva: “La verità è che la verità cambia”. In origine, credo che l’individualizzazione fosse il risultato di diversi passaggi, come ad esempio la lotta al conformismo borghese che dal secondo dopoguerra disegnava la nostra società. Grazie ad una minoranza culturale si iniziava a prendere posizione contro fenomeni quali il sessismo, il razzismo, l’omofobia. La libertà di scelta personale rappresentava in questo scenario una risposta efficace a certi rigidi moralismi nonché un diritto da conquistare. Se la libertà di esprimersi era allora un diritto da raggiungere per sé e per chi veniva bistrattato, oggi ci troviamo dinnanzi ad un’iper-individualizzazione spinta ai massimi termini, non solo da parte del singolo ma anche dalle istituzioni. Queste ultime non funzionano più da contenitore di possibilità e garanzie per il futuro di chi cresce in questa epoca. Un futuro dunque disarticolato dalle garanzie date un tempo dalle istituzioni sociali e che rinforza l’idea di responsabilità di riuscita unicamente a carico della persona, sottolineando, in questo modo, una qualità altrettanto personale del concetto di fallimento. Allora non resta che investire su se stessi, è l’Io a rivestire il posto d’onore e si continua a puntare il dito esclusivamente in direzione di propri privilegi senza avvertire il proprio dovere nel tendere ai diritti e al benessere comune. In questa direzione la motivazione principale che muove la persona è la competizione e non la collaborazione. Vorrei fare alcuni esempi: il cyber-bullismo dove ognuno è libero di massacrare a colpi di tastiera chiunque non gli vada a genio, l’osannare coloro che - chiamati influencer - liberi di mostrare la loro immagine sulle piattaforme digitali, vengono celebrati sui mezzi di informazione perché il loro “merito” è quello di essere seguiti da “giga di adepti”. In realtà, se consideriamo questo concetto di libertà individuale quale apice dell’espressione di una persona, allora assumiamo una posizione contraria alla stessa natura umana. Infatti, noi nasciamo in gruppo, ci sviluppiamo in un gruppo, giochiamo in gruppo, lavoriamo in gruppo. La libertà è un concetto che deve tener conto dell’interdipendenza che c’è tra le persone. Ho definito Coronaville un contenitore, perimetro psichico dello stato psico–socio–culturale in cui siamo entrati a marzo del 2020. Uno spazio-tempo dove ci siamo scontrati con la precarietà dei codici che governavano la nostra vita relazionale, sociale, professionale. Coronaville ha messo sotto la lente di ingrandimento il bisogno di ripensare proprio al concetto di libertà stessa e all’epidemia di ignorante egocentrismo. Anche su questo basti pensare ai negazionisti (della pandemia) e a che fine hanno fatto molti di loro. È vero, il Covid ci ha sottratto questo tipo di libertà individuale, ma ci ha anche mostrato, se come mi auguro saremo in grado di coglierlo, l’importanza dello sforzo corale per affrontare un’emergenza planetaria. Tutto parte dal senso di appartenenza ai nostri gruppi e dalla coesione sociale che ci aiuta a sostenere la fatica di questo lungo tempo di limitazioni.

Crede che questa nuova realtà possa avere influito in maniera definitiva sulle nostre abitudini e sul nostro modo di relazionarci con gli altri? Insomma, torneremo a riabituarci al nostro ‘vecchio’ modo di vivere o una qualche paura resterà ancora a lambire l’approccio agli altri?

Non torneremo come prima perché un evento planetario di questa portata ha scardinato i nostri “codici” di lettura e attraversamento della vita quotidiana e, con ogni probabilità, sarà superato solo se - in una prospettiva evoluzionista, diciamo darwinianamente - coloro che sanno stare in gruppo e apprendere dall’esperienza, trasformeranno le proprie abitudini socio-relazionali, vale a dire si sintonizzeranno sulla nuova realtà rispondendo in maniera opportuna al cambiamento. In questo senso, non credo sia evolutivamente vantaggioso continuare a vivere esclusivamente per se stessi. Questo tipo di ego-centramento produce psicopatologia, perché vivere per se stessi implica una progressiva perdita della capacità di provare sentimenti e quindi di vivere nei legami. Ad un certo momento ci si ritrova in uno stato di ripiegata solitudine. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che solo trasformando il modello di società e di sviluppo sarà possibile contenere e combattere efficacemente il virus. Vivere a Coronaville ci sta insegnando che si ottengono risultati attraverso la collaborazione e la cooperazione: ad esempio se noi, come Italia, sconfiggessimo il virus non basterebbe, perché siamo culturalmente e fisicamente connessi con il resto del mondo. Ritengo che bisogna essere fiduciosi. Del resto, ricordiamoci che durante il primo lockdown la maggior parte degli italiani si è comportata in maniera corretta rispettando le regole stabilite per il bene proprio e della collettività.

Nella Sua esperienza di psicologa, ha notato dei cambiamenti da parte dei Suoi pazienti e un incremento delle richieste di aiuto? Quali patologie si sono manifestate prevalentemente?

Essere una gruppoanalista mi ha aiutata in maniera specifica in questo periodo: la gruppoanalisi osserva i fenomeni sempre in maniera interdisciplinare, considerando, oltre alla dimensione psicologica, quella storico-antropologica, sociale, filosofica, legislativa ed economica. Uno dei cardini della gruppoanalisi è che il gruppo sia una dimensione fondativa dell’identità individuale. Il contributo delle Neuroscienze ci dimostra che il cervello, sia nella morfologia sia nelle funzioni, si modifica nel rapporto con il mondo e, congiuntamente, illumina la valenza specifica che assumono le relazioni interpersonali per lo sviluppo del cervello per tutto il corso della nostra esistenza. In questa prospettiva, ho osservato il rilancio di alcuni sintomi, che erano pressoché scomparsi prima della pandemia, in pazienti già seguiti in psicoterapia, l’allarme (nuovo) di alcuni genitori rispetto alle giornate dei propri figli trascorse inevitabilmente a casa davanti al computer, la maggiore difficoltà di regolazione dei ritmi di base (sonno-veglia, alimentazione), anche in pazienti adulti, la comparsa di paure di contaminazione e batteri con il conseguente sviluppo di condotte ossessive, la difficoltà a fare e/o sostenere dei progetti personali o di coppia a lungo termine. Di fatto, l’isolamento sociale, pur necessario, ha alimentato se non fatto emergere per la prima volta diverse forme di disagio quali quelle ricordate sopra. Tuttavia, proprio la cura e il recupero delle reti di relazione – amicali, professionali, affettive – anche in modalità a distanza – si è rivelato un potente antidoto. In particolare, ci tengo a sottolineare come in questo momento l’esperienza terapeutica che mi è parsa particolarmente efficace proprio perché si lavora attraverso le relazioni è stata la psicoterapia di gruppo anche nella modalità a distanza (on line).

Bambini e adolescenti sono i soggetti che più di altri hanno risentito e risentono dell’isolamento sociale, privati come sono stati della scuola e di tutta quella rete sociale fondamentale per la formazione di personalità e carattere. Cosa possono fare gli adulti per rassicurarli? C’è un modo per permettere loro di recuperare quest’anno di ‘normalità’ svuotato dalla ricchezza di contatti fisici?

Nell’età evolutiva il contatto con l’altro è quanto mai essenziale: il cervello è in espansione e come sappiamo cresce attraverso le esperienze. Questa privazione purtroppo ha creato tanti problemi e credo che sia giusto che le istituzioni si impegnino a fornire risposte tempestive. Non parlo solo delle istituzioni sanitarie ma anche dell’istituzione scolastica, che deve essere consapevole di questa realtà. Personalmente credo che il problema della sofferenza di bambini, ma soprattutto degli adolescenti e giovani adulti, rispetto a quest’anno di pandemia sia reale e in forte crescita. Leggiamo sui giornali e ascoltiamo in televisione le interviste rivolte ad esperti che ci dicono quanto i reparti di neuropsichiatria infantile siano al collasso per l’aumento esponenziale delle richieste. Come ci ricorda uno dei più importanti psichiatri e gruppoanalisti italiani, Corrado Pontalti, l’adolescenza è territorio di passaggio tra la famiglia e la società. Famiglia e società si trasformano nel tempo correlandosi con le peculiarità proprie di una cultura. Purtroppo le trasformazioni culturali attuali hanno cambiato il senso istituzionale della famiglia e i compiti che un tempo assolveva. I genitori oggi non possono più contare su coordinate da interpretare per aiutare i propri figli adolescenti di fronte ai nuovi compiti evolutivi. Come clinici infatti oggi ci troviamo a prenderci carico non solo dell’adolescente ma di tutto il campo familiare, trovandoci spesso di fronte a forme parentali cariche di solitudine che orbitano nei territori di un sociale che non si occupa di loro e purtroppo questo lo vediamo specificamente in questa situazione di pandemia.

Nel vaccino contro il Covid è riposta la speranza di un ritorno alla normalità. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni del mondo scientifico, in molti permangono diffidenza e timore. Perché la paura di possibili fenomeni avversi prevale sul desiderio di fruire di questa possibilità per affrontare il presente?

Quando l’Italia gioca i Mondiali, cosa accade se vince una partita? La gente si riversa in strada e festeggia, dilaga un senso di ottimismo e buon umore, non c’è ancora la coppa del mondo ma una prima partita è vinta. Nella lotta al Covid è stato straordinario riuscire ad avere diversi vaccini in tempi così rapidi. Avremmo dovuto festeggiare come si fa quando si vince una importante partita. Invece, cos’è accaduto quando è giunta la buona novella dell’arrivo dei vaccini in Italia? Purtroppo si è iniziato con il diffidare di chi stava giocando la partita e di chi la sta gestendo. Non abbiamo ricevuto messaggi univoci e competenti dalle istituzioni. La comunicazione ufficiale e sanitaria non è stata gestita con sufficiente rigore. Del resto ricordiamoci che tutti i farmaci hanno indicazioni e controindicazioni eppure continuiamo a prenderli perché i benefici superano di gran lunga le controindicazioni. Inoltre, anche in questo caso troviamo un eccesso di individualizzazione per cui tanti singoli diffondono notizie allarmanti e pessimiste perché desiderano condividere la loro paura, mentre la competenza viene denigrata e non rispettata: basti pensare che chi va dal medico oggi non ripone la fiducia nel professionista, ma si sente in diritto di controbattere anche solo per aver sbirciato in rete notizie sparse e senza fondamento. Lo storico Harari ha evidenziato il diverso atteggiamento assunto dagli scienziati e dai politici delle diverse nazioni nella lotta alla pandemia. Ci ha spiegato come una delle ragioni del divario tra il successo scientifico e il fallimento politico è che gli scienziati hanno collaborato a livello globale, mentre i politici tendevano a configgere. Tanti progetti di ricerca sono stati condotti da team internazionali. Se guardiamo questo aspetto dal punto di vista dei gruppi, potremmo dire che il primo (gruppo scienziati di tutto il mondo) ha funzionato seguendo uno scopo comune, come un soggetto unico, tollerando anche di non arrivare per primi (come singoli scienziati) alla meta, ma piuttosto come “compagni di viaggio” verso una meta comune, che mettono a disposizione le risorse degli uni per gli altri, trovando quella che lo psicoanalista Claudio Neri chiamerebbe una “direzionalità condivisa” nel contesto di una “buona socialità”. Vorrei concludere riprendendo alcuni versi di una bella poesia di Nazim Hikmet che recita così:

“La vita non è uno scherzo, prendila sul serio ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu muoia affinché vivano gli uomini, gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio ma sul serio a tal punto che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte, pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia”.

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(Nella foto, Francesca N. Vasta, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente a contratto presso l’Università Cattolica di Roma, Didatta e supervisore della Scuola di Specializzazione in psicoterapia COIRAG, Formatrice per Enti pubblici e privati)

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