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Giovedì, 26 Maggio 2022
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Dal disturbo ossessivo compulsivo alla rinascita: "I primi sintomi a 10 anni, dovevo fare tutto 3 volte"

Da bambina le avvisaglie di una profonda sofferenza, un'adolescenza segnata dai disturbi alimentari, oggi Giada Salvi combatte i pregiudizi sul disagio psichico raccontando la sua storia

Giada Salvi ha 24 anni. Tre nella nuova vita, quella finalmente libera da una sofferenza profonda e un senso di inadeguatezza che hanno condizionato la sua adolescenza e parte della sua infanzia. Tre. Un numero ricorrente - stavolta involontariamente - come ci ha raccontato, da bambina, quando quella cifra era una vera e propria minaccia. Il disturbo ossessivo compulsivo, infatti, è caratterizzato da pensieri e impulsi ricorrenti che obbligano la persona che ne soffre a compiere azioni ripetitive per tranquillizzarsi. Nel caso di Giada, per evitare "una catastrofe". 

I primi sintomi

Al telefono Giada più volte definisce "drammatico" il disturbo ossessivo compulsivo per una bambina. A quell'età è più facile sentirsi 'strani' che alle prese con un disturbo psichico di cui non si conosce neanche il nome e il rischio che gli adulti intorno sminuiscano la situazione - dando la colpa a stravaganze infantili - è alto. La sofferenza a quel punto diventa un'enorme montagna da scalare in solitudine. "I primi episodi li ho avuti intorno ai 10, 11 anni, ma ne ho preso consapevolezza solo una volta cresciuta. Da piccola non avevo idea di cosa fosse questo disturbo" racconta Giada Salvi a Today, ricordando un preciso momento: "Ho questa scena ancora in mente. Era una domenica, ero a casa con mamma e papà, in cucina, stavo facendo i compiti per il giorno dopo. Stavo facendo questo tema di italiano e ho letto una frase tre volte, ad alta voce, di fila. Sempre la stessa frase. Mio padre me lo fece notare e mi imbarazzai. Sapevo che era una cosa insolita, ma dentro di me sentivo questo impulso irrefrenabile di ripetere la stessa cosa tre volte. Era il mio numero. Ripetevo tre volte la stessa frase, spostavo un oggetto tre volte, mi toccavo la testa tre volte". Compulsioni, continua a spiegare: "Avevo questa vocina dentro. Era la mia stessa voce che mi diceva di fare le cose tre volte, altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto a me o a qualcuno della mia famiglia. Una catastrofe. Le compulsioni mi aiutavano a tenere a freno questa voce che minacciava cose orribili. Quando attraversavo sulle strisce pedonali, ad esempio, dovevo saltare solo su quelle bianche, altrimenti succedeva qualcosa di grave. Avevo compulsioni di controllo sulle cose e il numero tre era ricorrente - spiega ancora -. Dovevo spostare un oggetto tre volte, aprire e chiudere il cassetto tre volte. Un'altra ossessione era la contaminazione. Avevo sempre paura che qualcosa mi contaminasse, che c'era qualcosa di sporco nell'aria, temevo di ammalarmi per qualcosa con cui entravo in contatto". E poi c'erano dei veri e propri riti: "Avevo rituali scaramantici prima di dormire. Dovevo fare preghiere oppure dei gesti precisi quando sentivo una brutta notizia in tv. Non era una semplice preghiera fatta la sera, un'abitudine, ma proprio un'ossessione. Era veramente complesso". 

La vergogna e il senso di colpa

Complesso, soprattutto a 10 anni. Giada si rendeva conto che qualcosa non andava, ma non poteva avere contezza: "Pensavo di essere indemoniata. Soffrivo tantissimo e mi vergognavo. Mi percepivo inadeguata e di conseguenza avevo paura che anche gli altri mi percepissero così. Mi ritenevo matta e tutto ciò che vedevo negli altri, normale al mio sguardo, mi faceva sentire a disagio. Da un punto di vista relazionale era terribile. Nella mia testa continuavo a sentire quella voce, 'se non fai questa cosa muori', 'se non ti muovi così accade qualcosa di brutto a tua mamma'. Era un conflitto interno estenuante". Per non parlare del senso di colpa: "Quando soffri di questo disturbo non solo vivi con il terrore che possa succederti qualcosa ma anche col senso di colpa che tu possa essere responsabile del male di qualcun altro. Se non ascoltavo la voce e accadeva qualcosa di brutto a mia madre, la colpa era mia. Insopportabile. Sei paralizzata e l'unico modo che hai per muoverti sono le compulsioni". Ne parlò soltanto una volta con la zia: "Le dissi di questa voce che sentivo, ma sminuì il mio racconto". E così ricominciava a scalare la montagna da sola: "Un giorno dissi basta. Avevo iniziato ad elaborare da sola una strategia per liberarmi di questa voce. La lasciavo parlare, provando a fare le cose lo stesso, quasi sfidando la sorte. Piano piano ci sono riuscita, non so in che modo ma sono guarita dalle compulsioni. Questo disturbo, però, allora non diagnosticato e trascinato negli anni, ha assunto forme diverse - ci spiega Giada -. Nel mio caso è sfociato in pensieri ossessivi sotto altri aspetti. Nel corso dell'adolescenza ho sviluppato altri disagi. Mi riferisco all'ossessione del cibo e ad episodi depressivi e di derealizzazione che ho avuto nel tempo, ma anche ansia e panico. Sono stata male". Durante l'adolescenza Giada ha sofferto di disturbi alimentari: "Alla base c'era sempre una bambina con tendenze ossessive, che negli anni si sono manifestate in modo diverso. Questa sintomatologia è rientrata nel momento in cui sono riuscita ad affrontare il nucleo di un disagio più profondo, da dove nasceva tutto". 

La presa di coscienza

Non è raro passare da un disturbo a un altro, così come è molto comune che alcuni sintomi si parlino tra loro. E' quello che racconta anche Giada, partendo dal giorno in cui ha iniziato a mettere insieme i vari tasselli: "Ho scoperto di aver sofferto di disturbo ossessivo compulsivo tre anni fa, quando mi sono rivolta a uno psichiatra per altri problemi. Ho iniziato a parlare della mia vita, a descrivere come ero da bambina, ed è venuto fuori tutto. La consapevolezza più grande a cui sono arrivata è che tutto quello che ho manifestato negli anni era il sintomo di un disagio più radicato e profondo, incancrenito nell'anima. Un dolore esistenziale che trascurato, facendo finta non ci fosse, si è ingigantito e si è manifestato attraverso tutti i vari sintomi: il disturbo ossessivo compulsivo, l'ansia, il panico, l'anoressia. In realtà non ero piena di problemi, come avevo sempre pensato, ma ne avevo solo uno". Un sollievo per lei, nonostante la doccia gelata iniziale: "Mi ha sempre fatto tanta paura la parola ossessione. La diagnosi di una personalità ossessiva mi aveva terrorizzato, passai un pomeriggio intero a piangere sul divano con mia madre. Ero preoccupata, pensavo di essere condannata a un ripresentarsi ciclico di questa ossessività. Invece con la psicoterapia, l'aiuto dei farmaci, che sono importantissimi, ne sono uscita".

La terapia e l'importanza degli psicofarmaci 

"O soccombo o rinasco". Da questo aut aut è iniziato il percorso di Giada Salvi verso una nuova vita. Era il 2019: "Un giorno, mentre tornavo da scuola, ho chiamato mia madre per dirle che stavo male. Non ce la facevo più. Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a venire fuori da questo dolore. Mi ricorderò sempre una frase che avevo letto proprio quel giorno: 'Quando sarà più doloroso soffrire che cambiare, allora cambierai'. Ero arrivata al limite. L'unica soluzione era la terapia. Ho avuto un percorso parallelo con psichiatra e psicoterapeuta, ma ho avuto anche un aiuto farmacologico". Se rivolgersi a un professionista oggi non è più un tabù - anzi, per certi versi può fare anche tendenza - lo stesso non si può dire degli psicofarmaci, intorno ai quali aleggiano ancora forti pregiudizi: "La mia esperienza è stata assolutamente positiva e ci tengo a dirlo perché sugli psicofarmaci c'è un pregiudizio enorme - sottolinea Giada -. Tutto questo è illogico. Sembra più importante la salute fisica che quella psicologica. Alla base della paura dello psicofarmaco c'è la sottovalutazione della salute mentale. Se vivo una vita di disagio e di sofferenza e c'è un farmaco che può aprirmi una porta, e non perché altera la mia percezione ma perché mi aiuta a vedere una possibilità migliore, perché non devo prenderlo? Poi però per un mal di testa arrivo a prendere 4 Oki al giorno". 

La rinascita

Giada ha avuto il coraggio di affidarsi e da lì è iniziata la sua rinascita, come ci racconta: "Mi sono sentita rinata nel momento in cui mi sono sentita capita. La prima volta che sono andata dallo psichiatra pensavo di essere un caso disperato, mi vergognavo. Piano piano gli ho raccontato tutto quello che sentivo, quello che ho provato per anni, senza remore. Lui mi ha detto che potevo guarire, come sono guariti tanti. La banalizzazione della sofferenza, in senso positivo, mi ha illuminato. Entrare in contatto con il dolore degli altri ti aiuta a capire che non sei l'unico che soffre, ti aiuta a ridimensionare la tua sofferenza. E poi sicuramente mi dava sollievo la consapevolezza che il problema era uno solo e centrato quel nucleo, piano piano, tutto cominciava a rientrare. Avevo finalmente trovato la quadra. In questi anni mi sono resa conto che il rapporto con mio padre è stato tortuoso. Ci sono state lacune dal punto di vista sentimentale ed emotivo. Non ci sono colpe, ma modi di amare che i nostri genitori hanno appreso a loro volta". Poi è stato un lavoro di squadra tra la sfera medica e quella affettiva: "E' stato importante l'aiuto dei miei genitori, che mi hanno appoggiata dopo aver scoperto questo dolore che avevo nascosto per anni. E fondamentale è stato il mio fidanzato. Lui mi ha conosciuto alla fine del 2017, nel pieno del mio disturbo alimentare. Ero deperita sia dal punto di vista fisico che emotivo e lui si è sempre preso cura di me, mi ha preso per mano in questo percorso di rinascita. Mi stava accanto e mi spronava a ribellarmi a questo dolore". Il primo passo, però, doveva necessariamente essere il suo: "A volte ci si crogiola nella sofferenza - ammette -. Ci si abitua a vivere al buio e non si cerca la luce. La guarigione è composta da tantissimi fattori e parte da noi stessi. Non c'è una ricetta per aiutare le persone a guarire da un malessere dell'anima, però ci sono tante possibilità. Questi salvagenti li trovi nella famiglia, nell'amore, nelle amicizie e ovviamente nella psicoterapia. Non ci si salva da soli e soprattutto non siamo medici di noi stessi". Giada ha sconfitto i suoi mostri, dalla scorsa estate non è più seguita e cammina da sola. Sta bene. Studia psicologia e sul suo profilo Instagram combatte lo stigma del disagio psichico attraverso la sua storia. Una cosa non si stanca mai di ripeterla: "Non c'è un tempo per guarire. Non è mai uguale per nessuno e non ci si deve paragonare al percorso degli altri. Non si può fare il passo con la scarpa dell'altro". Ma è fondamentale farlo, almeno il primo.

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