Giovedì, 28 Ottobre 2021
Storie Stati Uniti d'America

"Cari giganti del web, non voglio più vedere pubblicità sui neonati ora che mio figlio è nato morto"

"Se i vostri algoritmi sono così intelligenti da capire che sono incinta o che ho partorito, allora sicuramente possono essere abbastanza intelligente da realizzare che il mio bambino è morto e regolarvi di conseguenza con quelle  pubblicità o forse, solo forse, non farmela vedere più", è l'appello di una giornalista americana

Gillian Brockell è video editor del Washington Post. Negli ultimi mesi, dopo essere rimasta incinta del suo primo figlio, ha fatto quello che quasi tutte le mamme fanno oggi: è andata su internet, ha cercato informazioni su Google, spulciato Amazon alla ricerca di offerte per acquisti, condiviso sui social network emozioni e impressioni sulla gravidanza. Le cose però a un certo punto hanno preso una svolta tragica e inaspettata e Gillian si è ritrovata a chiedere ai motori di ricerca cosa fossero le "contrazioni di Braxton Hicks" o cosa fare se "il bambino non si muove". Finché il bimbo che portava in grembo non è nato morto. 

A quel punto, tornare sul web è stato per lei un trauma, costretta a rivedere decine di pubblicità basate sulle sue attività che danno per scontato il fatto che la sua gravidanza sia andata a buon fine e che quindi vedersi proporre accessori, vestitini e quant'altro possa esserle utile. Oppure a trovarsi una mail spam di Experian, uno dei più noti sistemi di informazione creditizia, che le chiedeva di "completare la registrazione del bambino", mai effettutata, "per tracciare le sue finanze". 

Pur essendo consapevole di far parte di un sistema che sulla pubblicità e sulla profilazione vive e prospera, sapendo essere anzi un engaged user che utilizza costantemente queste app per organizzare, programmare, semplicificare la propria vita in cambio di informazioni personali, Brockell ha twittato una lettera aperta a Facebook, Twitter, Instagram ed Experian per dare voce al proprio dolore: "Se i vostri algoritmi sono così intelligenti da capire che sono incinta o che ho partorito, allora sicuramente possono essere abbastanza intelligente da realizzare che il mio bambino è morto e regolarvi di conseguenza con quelle  pubblicità o forse, solo forse, non farmela vedere più". 

Una lettera dolorosa, pubblicata online in seguito anche dallo stesso Washigton Post, che in breve tempo è diventata virale e ha raccolto migliaia di commenti di persone che si sono ritrovati a vivere la stessa esperienza, scontrandosi con la dura realtà di un algoritmo disumano che però ormai si è radicato nelle nostre vite. E tra i vari commenti è comparso anche quello di Rob Goldman, VP of advertising di Facebook, che ha replicato - con il tono professionale tra il freddo e l'imbarazzato di chi risponde a una lettera di reclamo da parte di un cliente - spiegando che Facebook in realtà consente già di bloccare alcuni tipi di pubblicità, inclusi proprio quelli relativi alla maternità, ammettendo però che si tratta di un sistema che richiede ancora miglioramenti ma su quale il team di Melno Park sta lavorando. 

Brockell ha replicato su Washington Post sottolineando la difficoltà per l'utente di risalire alle impostazioni su Facebook per bloccare le pubblicità, vissute sia da lei sia dai tanti altri che dopo la lettera le avevano confidato di aver vissuto la medesima esperienza: lei stessa, pur cercando, non era riuscita a trovare l'impostazione in questione. 

"Non abbiamo mai chiesto che venissero attivate le sponsorizzazioni su gravidanze e maternità. Queste grandi tech companies lo hanno fatto autonomamente, sulla base delle informazioni che abbiamo condiviso. Quindi, quello che chiedo è che ci sia la possibilità di annullare questa roba da sola, sempre sulla base delle informazioni che abbiamo condiviso", è stata la risposta di Brockell. 

Tutto finito? Non esattamente. Perché quello che è successo ha il sapore della burla crudele se non fosse che sì, può accadere veramente ed è proprio il cuore della denuncia/appello di Gillian Brockell. Con un altro tweet, la giornalista ha mostrato il successivo annuncio pubblicitario che Facebook ha ritenuto di mostrarle, dopo aver bloccato quelli relativi a gravidanza e maternità: una pubblicità della America World Adoption. 

"Ecco qui cosa succede effettivamente quando trovi quell'angolino su Facebook dove puoi disabilitare quelle pubblicità. E' appena comparso sul mio feed (E no, non ho cercato 'adozioni' su Google. Non riesco a pensare ad altro che a piangere)". 

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