Lunedì, 18 Ottobre 2021

La bella Miriam Leone, bella a sua insaputa

Nel giorno del matrimonio di Miriam Leone, frotte di italiani si sono riversati sui social proclamando una Giornata di lutto nazionale entrata presto in trend topic: "merito" della proverbiale avvenenza dell'attrice, vero e proprio sex symbol; una bellezza lampante, innegabile ed oggettiva, ormai destinata per la vita (si spera) ad un uomo che non siamo noi.

Basterebbe solo questo per dare la misura di quanto possano suonare stonate le dichiarazioni "La gente mi vede bella e io non riesco a capire (...) Ci ho messo una vita ad accettare la mia faccia" pronunciate dall'ex Miss Italia nell'ultima intervista rilasciata al Corriere. Dichiarazioni giudicate ipocrite al punto da sollevare un vespaio in rete. E finite al centro di recriminazioni che raccontano quanto la sacrosanta battaglia per il body positive - verso cui tali affermazioni finiscono per convergere, seppur non esplicitamente - stia rischiando di scivolare verso una deriva di paradosso. Per più ragioni. 

Il primo paradosso ha a che fare con la coerenza. Per amore di realtà, infatti, se la campagna per la body positivity scoppiata negli ultimi anni ci avesse davvero insegnato qualcosa, dovremmo sapere che l'accettazione di sé e del proprio corpo non passa attraverso la (fortuita) adesione a stereotipi di bellezza o meno, ma ha anzi ragioni molto più profonde, più intime. Sia che questa adesione non ci sia, sia che al contrario avvenga, come nel caso di Miriam. Motivo per cui è ipocrita accusare Miriam a sua volta di ipocrisia quando dice che non è "mai contenta del suo aspetto" ("Immagino il trauma. Anni di analisi per accettarsi e guardarsi allo specchio", l'ha sfottuta qualcuno). 

D'altro canto però ha altrettanta ragione da vendere chi storce il naso di fronte alle parole dell'ex Miss poiché vi fiuta un ammiccamento (mai dichiarato, va specificato) alla corsa alla "normalizzazione" che ormai è viatico d'empatia delle star verso la captatio benevolentiae della cosiddetta "gente comune". Il puro marketing attorno all'autostima del prossimo, insomma, che è ormai ovunque e che genera il secondo paradosso: l'esasperazione di una battaglia lecita e sacrosanta, appunto, che però, sforando nei suoi eccessi, rischia di banalizzare i concetti o persino di rendere controproducente il messaggio. 

Pochi i commenti in favore di Leone arrivati in queste ore. "Il fatto che Miriam Leone sia bellissima non vuol dire che non abbia potuto accettarsi con fatica. Ricordiamoci che non abbiamo tutti la stessa percezione di quello che siamo", scrive qualcuno su Twitter. "Non ho capito: adesso Miriam Leone non può lamentarsi di quello che per lei era un difetto perché è bella? Vi dovete fare curare la cattiveria", fa eco qualcun altro. Ma i messaggi di supporto sono sporadici: a farla da padrone sono gli sberleffi.

E chi no

Sberleffi che in molti casi sono frutto della repellenza nei confronti del modo in cui la body positivity sfori ormai verso la pura commercializzazione dell'autostima. Un vero e proprio baiting (adescamento, ndr), secondo molti. "A me questa moda dei 'vip' di raccontare eventi del passato per lanciare messaggi positivi alle persone comuni ha un po’ stancato!", scrive, non a caso, qualcuno. "Piantatela con questo tentativo di 'normalizzazione', suscitate solo l'effetto contrario... ovvero mettere ancora più in ridicolo chi ha realmente un problema!", aggiunge qualcun altro. "E niente, va molto di moda raccontare quanto sia difficile accettarsi", fanno eco altri.

Va detto che, nel caso di Miriam, se questo "baiting" fosse stato fatto intenzionalmente, più che come adescamento ha funzionato come respingenza. E' difficile infatti pensare che il titolo del Corriere della Sera possa giovare all'immagine dell'attrice in termini di empatia (Miriam Leone: «Io miss Italia bullizzata per le mie sopracciglia: mi chiamavano Elio e le Storie Tese», si leggeva domenica mattina, ndr).

L'effetto boomerang della body positivity

Quanto l'esasperazione in termini di ammiccamento del body positive ha raggiunto il suo apice, è evidente da una vicenda avvenuta questa estate. A metà agosto, infatti, un noto brand di cosmetica ha proposto una sfida Instagram (o challenge, come dicono quelli fighi) per l'accettazione dei propri difetti, coinvolgendo le influencer più note (e, in molti casi, più stereotipicamente belle). Difetti che, facevano notare molti follower, di fatto erano un po' calcati proprio in favor di strategia. C'è chi "spremeva" la coscia nel tentativo di far uscire un po' di cellulite, chi mostrava minuscole cicatrici sulla gamba per poi roteare su se stessa sfoggiando una fisicità perfettamente tonica e armoniosa.

Peccato che, "normalizzando" qualcosa che è già "normale" (laddove la normalità esista), si rischia di drammatizzare ulteriormente ciò che non è drammatico e, soprattutto, ciò che drammatico lo è realmente.  

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