Sabato, 19 Giugno 2021
storie di vita

"Il mio lavoro faceva soffrire innumerevoli donne": storia di una fotografa di moda che ha cambiato vita

Dopo aver lavorato come fotografa di moda per tre anni a New York, Sara Melotti ha iniziato a realizzare che il tipo di immagini che produceva contribuivano a creare standard di bellezza irreali che danneggiavano lei stessa e chi si identificava in quei modelli. È cosi che ha deciso di cambiare drasticamente vita e di raccontare la sua esperienza in un libro dal titolo già tanto esplicativo: 'La felicità è una scelta'

Sara Melotti (Instagram @saramelotti)

La felicità non arriva per caso: la felicità si sceglie, può raggiungersi ogni giorno se la si rende obiettivo finale, e raccontarsi vittime sfortunate di chissà quale destino infausto è un alibi che regge sì, ma fino a un certo punto. Ecco, quel punto oltre il quale c’è il capo di una pagina bianca tutta da scrivere, Sara Melotti lo ha posto un giorno del 2015, a 27 anni, quando ha sentito rompersi qualcosa dentro e ha deciso di stravolgere tutto ciò che fino a quel momento era stato la sua vita.

Oggi Sara è una fotografa documentarista e videomaker e nonostante la sua giovane età, porta con sé un’esperienza che ha già tutto il fascino di una coinvolgente esplorazione. Nata e cresciuta a Brescia, dopo il liceo si è trasferita a Los Angeles e ha trasformato la sua passione per la fotografia in un lavoro a tempo pieno nel settore moda. L’obiettivo della sua macchina fotografica ha immortalato visi e corpi "perfetti" di modelle da copertina di riviste patinate e cartelloni di pubblicità per tre anni, finché non ha iniziato a sentire quanto quel tipo di immagine che lei stessa produceva stava contribuendo a creare standard di bellezza irreali. Così ha deciso di non voler più far parte di quel mondo che minacciava l’autostima sua e delle donne in generale, ha mollato le certezze offerte da quel lavoro e si è reinventata, professionalmente ma non solo: da quel momento, Sara ha voluto che le sue competenze fossero messe a disposizione di altro, di qualcosa che potesse in qualche modo risolvere il problema di cui lei stessa si sentiva artefice. Come? Viaggiando nel mondo, in solitaria, alla ricerca del significato della bellezza raccontata dalle donne che incontrava attraverso parole e immagini. Nasce così 'Quest for beauty', un progetto personale dedicato proprio alla ricerca del significato della bellezza. 

È per questo che Sara è convinta che la felicità sia una scelta, perché sa quanto sia complesso sia realizzarla, come pensiero prima e come azione poi, e non è un caso che il libro edito da Piemme che ripercorre tutte le tappe di questo straordinario percorso si intitoli ‘La felicità è una scelta. Un viaggio per trovare il coraggio di ascoltare la propria voce’.

Partendo dal titolo del libro, ‘La felicità è una scelta’: come si fa a scegliere la felicità?

Spesso viviamo la nostra vita subendo ciò che ci succede. Diamo la colpa agli altri e non ci guardiamo dentro, non ci attribuiamo responsabilità. Se voglio inseguire un sogno e non riesco a realizzarlo ho provato il tutto e per tutto? Ho fatto tutto ciò che si poteva fare? Spesso diamo la colpa agli altri. Per questo la felicità è una scelta, perché possiamo scegliere il lato migliore di noi, fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo. La vita a volte è crudele, i pensieri negativi ci saranno sempre, ma io posso scegliere di scacciarli via. 

Sembra che lei questa scelta l’abbia fatta, dal punto di vista professionale e non solo. 

Sì, ho scelto di ascoltarmi, di sentire e capire se il mio lavoro mi faceva stare bene davvero o no. Quando facevo la fotografa di moda, a un certo punto non dormivo bene la notte, mi sentivo in colpa, percepivo che quello che stavo facendo non aveva più senso, e nella vita serve senso e direzione, bisogna stare in pace con quello che si è. 

Nella sua bio scrive che ha iniziato a sentirsi lacerata quando ha capito che il tipo di immagini che stava producendo contribuiva a creare standard di bellezza irrealistici che facevano soffrire innumerevoli donne. A che tipo di immagini si riferisce? Fa riferimento anche a quelle che si vedono sui social?

Ora sono anche su Instagram, prima erano quelle che vediamo nelle riviste, sui cartelloni pubblicitari, in televisione. Mi riferisco immagini riflettono sempre uno standard ben preciso, ovvero modelle alte, magre con i tratti del viso simmetrici che però non rappresentano la maggior parte delle donne. Solo il 2% ha quei tratti corporei. E allora perché quel 2% ci viene buttato davanti agli occhi se non ci rappresenta? Vedendo solo quello scatta un meccanismo che fa distorcere la realtà, perché tendiamo inconsciamente a pensare che se non somigliamo a quel modello in noi c’è qualcosa di sbagliato. È una cosa molto crudele. Adesso quegli standard si riversano anche su Instagram: ci facciamo le foto e mettiamo sopra un filtro. E lì da standard di bellezza fisica irreale si passa anche a uno standard di vita irreale, vediamo solo ritagli di vite perfette e tendiamo a pensare che la nostra vita faccia schifo, sentiamo un senso di inadeguatezza.

Da cosa percepiva che il suo lavoro stava contribuendo a creare sofferenza nelle donne?

L’ho notato prima di tutto su di me. Ero arrivata al punto in cui volevo rifarmi il naso, mi guardavo allo specchio e mi venivano le lacrime agli occhi, vedevo un mostro. Anche le mie amiche si lamentavano del loro aspetto fisico e dicevano cose orribili. L’accumulo di tutte queste situazioni mi ha indotto e pensare di non voler più contribuire ad alimentare tutto questo e ho deciso di voler usare il mio lavoro per far del bene. 

Così è arrivato 'Quest for beauty'.

Sì, ho aperto un blog in cui scrivevo i miei pensieri. Quest for beauty è nato come un progetto fotografico. Oltre ad aver capito che non volevo più fare quel lavoro, volevo fare anche ammenda: come posso usare la mia fotografia invece che come un’arma, come un mezzo di benessere? In quel periodo ho iniziato a guardare uno show sulla Cnn di Anthony Bourdain, si chiamava ‘Parts Unknown’ basato sul viaggio e mi si è aperto il mondo davanti. Guardandolo mi sono detta che la Terra è un posto stupendo, voglio conoscerla. Prima di allora non avevo viaggiato tanto. E allora ho iniziato a chiedermi: ma se la bellezza non è quella che ci propinano i giornali, la moda, la tv, cos’è? Vado a chiederlo alle donne nel mondo. Zaino in spalla in solitaria, ho iniziato a viaggiare. Il primo paese è stato il Marocco e alle donne che fermavo facevo sempre le stesse cinque domande: cos’è la bellezza? Qual è la cosa più bella del mondo per te? Cosa rende una donna bella? Cosa rende una donna non bella? Ti senti bella? Da allora sono passati sei anni.

E che risposte le hanno dato? Qualcuna l'ha colpita più di altre?

Le risposte variano tanto, però nel 98% dei casi non hanno nulla a che fare con l’aspetto esteriore ma con concetti astratti. La risposta più comune a ‘cosa rende una donna bella?’ è la gentilezza, l’empatia e la sicurezza in se stessa. Quello che mi è rimasto più impresso è che in India le donne più anziane collegano la bellezza a Dio, a qualcosa di immenso, di grande, di certo non visibile.

E poi è arrivato il libro, ‘La felicità è una scelta’.

Questo libro raccoglie dieci anni vissuta e ripercorre tutto il cambiamento interiore che mi ha portato a rendere il viaggio la mia vita. Arriva a fino al giorno in cui ho scalato il Kilimangiaro appena prima che iniziasse la pandemia. L’ho scritto più che altro perché avendo un seguito su Instagram abbastanza numeroso mi venivano rivolte delle domande tra cui quella più frequente: come hai fatto a fare quello che fai adesso? Come hai fatto ad arrivare lì? Come posso riuscirci anche io? Spesso la gente si aspetta una formula magica, ma il mio è un percorso decennale fatto di ostacoli. Così ho iniziato a scriverlo e ho finito per rispondermi io stessa alla domanda ‘Che caspita ci faccio qui, su questa terra?’ che poi credo sia quella che prima o poi ci facciamo tutti. 

Si è data una risposta?

Sì, ma sicuramente non è il tipo di risposta che ci si aspetta da un libro con un titolo del genere. È molto realistica, ma comunque non ci sono risposte univoche. 

Perché questo libro dovrebbe essere letto anche dagli uomni?

Sto già ricevendo tanti commenti positivi anche da loro, ne sono interessati perché è un’esperienza universale. È un libro che parla della condizione umana, dell’essere imperfettamente e stupendamente umani. 

Lei è riuscita a capire cosa sia la bellezza?

È un’emozione, qualcosa che non vedi ma che senti. È anche quella connessione umana, un sentire qualcosa dentro che ri fa dire che bello.

L’ultimo suo lavoro è 'Children of the camps. Storie dall’Iraq', un video reportage girato nel Kurdistan iracheno, per Terre des Hommes. Com’è nato questo progetto?

Sono arrivata su questo tipo di progetto un po’ per caso. Mentre lavoravo per il mio Quest for beauty mi ha contatto una ong per chiedermi se ero disposta a partecipare a un viaggio in India per un progetto sulla violenza contro le donne. Allora mi sono detta ‘Wow! Ecco cosa voglio fare, voglio raccontare le storie di persone che non possono raccontarsi’. Ho iniziato a lavorare così per Terre des Hommes, il primo lavoro è stato in Birmania. Poi a gennaio scorso ho sentito impellente il bisogno di tornare a viaggiare, di rimettere le mani nella realtà, ho visto che in Iraq si poteva andare e ho chiamato per chiedere di iniziare dai loro campi per i rifugiati  nel Kurdistan. Durante questi anni in cui ho viaggiato tanto tra Asia, Africa e Europa ho iniziato a ragionare tanto sul concetto di ‘casa’ e mi sono chiesta ma chi la casa non ce l’ha? Chi sono questi rifugiati, gli sfollati di cui si parla tanto? Il progetto nasce per quello, per raccontare queste persone in maniera umana e comprensibile da chiunque. Volevo essere un piccolo megafono delle loro storie. Gli adolescenti mi hanno colpito più di tutti. Loro hanno visto delle cose terribili, hanno ferite profondissime.

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