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Venerdì, 28 Gennaio 2022
giornata mondiale della disabilità

Facciamo sesso, siamo disabili

Nella Giornata mondiale della Disabilità, la storia di Armanda Salvucci, fondatrice di Sensuability, progetto anti-tabù. Contro la narrazione mediatica delle persone con disabilità come "angeli asessuati". Contro il pietismo, la beatificazione e l'eroismo. Contro "l'ipocrisia di una società in cui i bisogni sessuali dei figli disabili gravi vengono soddisfatti in famiglia"

Nel cortometraggio Sensuability, Armanda Salvucci  finisce - per gaudente ed altrettanto simbolica vendetta - a letto col marito di una donna che, smorfiosa, le ha appena domandato che cosa ci dovrà mai fare lei in casa di un letto a due piazze: lei, disabile, la cui esistenza nell'immaginario collettivo è da sempre associata a quella di "angelo asessuato" e non certo a quella di una persona che gode amabilmente della propria sessualità. Affetta da acondroplasia (volgarmente chiamata "nanismo"), Armanda, che fuori dal set è Presidente dell’associazione di promozione sociale Nessunotocchimario, anche nella vita reale non ama le mezze misure ed ha esaurito le scorte del "difficile strumento della tolleranza". Per questo utilizza la terapia d'urto per denunciare quanto l'accostamento dei termini "sessualità" e "disabilità" costituisca ancora oggi per molti un tabù. 

Far crollare la tirannia dei pregiudizi al cospetto della democrazia che c'è nella chimica tra due corpi (stereotipicamente "perfetti" o non "perfetti" che siano), discostare il sesso dal tema della prestanza fisica (perché l'erotismo è tutt'altro). Questo il cuore del progetto Sensuability: ti ha detto niente la mamma?, ideato dalla fundraiser romana e giunto alla quarta edizione: qui gli artisti espongono la propria idea di disabilità e sessualità, utilizzando i linguaggi universali del fumetto, del cinema e della pittura. E, soprattutto, scardinano il racconto mediatico "di cui non se ne può più", fatto di "eroismo, pietismo, dolore e beatificazione retorica" delle persone disabili che invece, proprio come tutti, sono uomini e donne con pregi e difetti, amori ricambiati e falliti, avventure sessuali gioiose e rifiuti, e non bambini a cui accarezzare la testa.

"Siamo anche stronzi", insomma, è l'efficace sintesi di Armanda, consulente e docente di fundraising, laureata in lingue con tesi in William Blake e Soren Kierkegaard perché a lei le cose facili "non sono mai piaciute". "Un giorno una mamma mi ha contattato dicendo che la sua bimba aveva la mia stessa patologia, mi sono rivista nella sua fotografia e ho pensato che no, lei non avrebbe dovuto passare quello che ho passato io". Detto, fatto. 

Oggi si celebra la 29esima Giornata internazionale della Disabilità. Perché la società è reticente a parlare, raccontare e persino immaginare persone con disabilità alla ricerca del piacere sessuale?

"La sessualità è un tabù per tutti, figuriamoci quando viene accostata alla disabilità, che è un altro tabù: è un tabù doppio. La società ha ancora grossi problemi col proprio corpo, quindi li ha doppiamente quando riguardano un corpo che non si allinea alla visione stereotipata di piacere. C'è il preconcetto che il corpo di una persona con disabilità non può essere attraente, così un disabile che vuole provare piacere è un circuito che si interrompe nel pensiero comune". 

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Perché? 

"Perché non è più sotto controllo. Se io penso al disabile "bello, bravo e gentile" e lo associo all'idea che possa avere pulsioni sessuali, non lo controllo più: è un concetto che sfugge. E soprattutto c'è un altro fattore: entra in ballo la possibilità di provare attrazione per un corpo che non è come tutti gli altri, ma che anzi è solitamente associato al dolore. Assimilare la disabilità solo al dolore: il grande equivoco dei media". 

Motivo per cui, tra i pregiudizi più radicati, c'è proprio la paura a legarsi ad una persona con disabilità. Oppure, di farle male con un tocco. 

"Ci si chiede: "Oddio, poi come ne esco?". Si teme che, se poi questa persona viene lasciata sola, non ce la fa. Ma è una convinzione sbagliatissima, anche se a volte rafforzata dalle stesse persone con disabilità, che tendono a mostrare solo la parte del dolore: è inevitabile che, messa così, spaventi. I pregiudizi son gabbie di ignoranza, la soluzione è nel dialogo. Non deve più accadere che un bambino viene strattonato in strada con paura e allontanato da me quando chiede alla mamma "perché quella signora è così bassa?". Quel bimbo deve essere ascoltato e deve avere risposte".

Quando ero più giovane non mi piacevo, adesso invece guardo le foto e penso “cavolo, quanto ero bella”. Ero bella e non lo sapevo. Perché la bellezza non è una sola. Un giorno una mamma mi ha raccontato che la sua bimba aveva la mia stessa patologia: ho pensato che non avrebbe dovuto passare quello che ho passato io. 

All'estero sono meno bigotti. O almeno questa è stata la tua esperienza. 

"Negli anni Novanta sono andata a Londra. E sono rimasta stupita: nessuno mi osservava per strada, nessuno mi prendeva in giro e, soprattutto, rimorchiavo tantissimo. Oggi, rispetto ad allora, ho fatto un percorso tale per cui sono molto più evoluta nel considerare la mia situazione: non dico che l'ho accettata, perché non si accetta mai, ma l'ho digerita di più". 

C'è stato un momento in cui  hai capito che ti stavi privando di una porzione di vita, affettiva e sessuale? 

"Sin da bambina mi sono sentita dentro ad una gabbia. Un gabbia costruita dagli altri, però. Da piccola mi innamoravo e collezionavo due di picche: mi rendevo conto che dall'altra parte c'era una visione negativa della mia fisicità e ho sempre pensato di dovermi ribellare". 

Quando ci sei riuscita?

"Da grande. E forse proprio con Sensuability. Mi ero davvero stufata. Quando ero più giovane non mi vedevo mai bella, adesso invece guardo le foto e penso “cavolo, quanto ero bella”. Perché la bellezza non è una sola fortunatamente. E perché la gravità non aveva ancora fatto effetto (ride, ndr). Ma ero bella: ero bella e non lo vedevo".   

Ci vuole coraggio per uscire dalla "gabbia". 

"La chiamerei più curiosità di vita". 

"Coraggio" perché spesso la condizione di sofferenza rischia di essere usata come un alibi, così da non doversi forzare a progredire. 

"Pian piano ho capito che dovevo debellare il pensiero che la disabilità fosse il problema: dovevo cominciare invece a vedere che la disabilità era solo una parte del problema, anche perché io ho un pessimo carattere, quindi la disabilità è il problema minore (ride, ndr). Una volta lanciato Sensuability, però, i pregiudizi non sono finiti, anzi ne sono arrivati di nuovi per via della combinazione "donna" e "sesso"". 

Ovvero? 

"Sei donna e ti occupi di sesso? Allora la dai via come se non fosse la tua". 

Oppure: "Sei disabile? Allora ti devi accontentare". È la storia di molti. 

"O anche: "Sei disabile? Allora se ti stuprano devi essere felice sennò chi ti guarda". E poi c'è il grande paradosso della doppia discriminazione femminile: siamo donne e disabili, dunque non ci considerano donne per la nostra sessualità ma lo fanno invece per le discriminazioni sul lavoro".

Hai avuto problemi persino ad adottare un cane. 

"Trovo sacrosanto da parte di chi gestisce le adozioni affrontare un colloquio con un possibile adottante riguardo lo stile di vita in generale, per assicurare che i cani trovino la famiglia giusta. Ma, al termine della telefonata con una operatrice, mi sono sentita dire che probabilmente avrebbero cercato in tutti i modi di convincermi a non prenderlo". 

Cosa diresti ad un adolescente che si trova a gestire le prime pulsioni affettive e sessuali nel mezzo di una società affollata di preconcetti? 

"C'è da fare un enorme lavoro di "educazione erotica". Il fatto è che quando si è vittima di pregiudizi ci si crea una visione di sé coerente con essi: se tutti i giorni ti dicono che non puoi fare sesso perché hai un corpo "diverso", alla fine ci credi. C'è da lavorare sulla percezione del proprio corpo in quanto desiderabile: l'erotismo non è insegnare a raggiungere il piacere, bensì coinvolge la persona nella sua totalità. La disabilità è solo una parte, poi c'è tutto il resto". 

A volte i genitori ritengono che il sesso sia il tradizionale "ultimo dei problemi" per un figlio disabile. 

"“C'hanno tanti problemi, figurati se pensano al sesso”, è spesso un pensiero. L'imbarazzo a parlare di sesso c'è in ogni famiglia, figuriamoci nel caso di un figlio disabile. Le famiglie sono lasciate da sole ad affrontare la questione, mentre servirebbe una educazione affettiva a cui partecipino scuole ed istituzioni. Immaginiamo una famiglia in cui un ragazzo con problemi cognitivi ha pulsioni sessuali: non sai dove sbattere la testa". 

 Immaginiamo una famiglia in cui un ragazzo con problemi cognitivi ha pulsioni sessuali: non sai dove sbattere la testa. Questa società è ipocrita al punto da permettere che a volte i bisogni sessuali dei figli, soprattutto maschi, vengano soddisfatti all'interno della famiglia.

Da tempo si dibatte dell'urgenza di quella che volgarmente viene chiamata "assistente sessuale". Tema che, oltre ad aprire varchi ai pregiudizi, resta divisivo anche tra le persone con disabilità: c'è chi pensa rappresenti una ulteriore ghettizzazione della categoria. 

"È molto utile soprattutto nei casi di disabilità gravissima o con disabilità cognitiva. Questa società è ipocrita al punto da permettere che a volte i bisogni sessuali dei figli, soprattutto maschi, vengano soddisfatti all'interno della famiglia: si preferisce che a soddisfarli siano i genitori, piuttosto che una assistente sessuale. Quest'ultima potrebbe invece insegnare ai ragazzi come canalizzare i propri impulsi. Serve, in questo senso, anche una educazione per chi si occupa di educazione: basta una parola sbagliata per fare più danni di una guerra nel caso in cui ad occuparsene sia qualcuno che per primo ha problemi con la sessualità". 

C'è su questi temi anche una sottorappresentazione politica? 

"Parliamo del ministero per le Disabilità? E' la cosa più ghettizzante che esista. La disabilità deve far parte di ogni ministero, dalla Salute al Lavoro. Non deve essere un ministero a parte. E' sempre la solita retorica del "dobbiamo aiutarli". In questo Paese non si creano situazioni di indipendenza bensì di assistenza". 

Negli ultimi anni l'inclusione è un appello molto presente tra i media. Ad esserne portabandiera sulla tv generalista, e precisamente al Grande Fratello Vip visto da tre milioni di persone, è in questo momento Manuel Bortuzzo. Pensi che sta facendo un buon lavoro?

"In una edizione già penosa di per sé, Bortuzzo si sta muovendo un po' sottotono, sprecando occasioni fantastiche di lanciare messaggi. Poi c'è un presupposto: è una persona con disabilità che non ha ancora accettato la sua condizione, quindi è tutto sfalsato. So che non si sta comportando bene con una ragazza che si è innamorata di lui: un altro, al suo posto, sarebbe già in nomination, ma nel suo caso non avviene, proprio per via di quella narrazione mediatica della disabilità argomentata sopra. Eppure, questo suo comportarsi male è, a mio avviso, l'unica cosa paradossalmente "positiva" del suo percorso: è una visione normalizzata della disabilità. Perché, appunto, possiamo essere anche stronzi". 

(Nella fotografia in alto: Armanda Salvucci)

(In basso: Lelio Bonaccorso, opera ispirata a Il Bacio di Klimt; Francesca Pacciani, opera ispirata ad Amore e Psiche di Canova; Francesca Vesentini, opera ispirata a Grande Odalisca di Jean-Auguste-Dominique Ingres)

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