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Sabato, 15 Giugno 2024
Storie

La violenza ostetrica raccontata attraverso le vostre testimonianze

Dopo la tragedia del Pertini, un coro di voci riapre il dibattito su un fenomeno ancora trattato. Storie e segnalazioni raccontano l'abuso di procedure e pratiche sanitarie considerate troppo spesso routine, poiché collettivamente legittimate, ma vissute come violente dalle partorienti. "L'ennesimo riflesso di una società maschilista e patriarcale", denunciano le attiviste. Ne abbiamo raccolte alcune

Mentre ad oggi, negli ospedali, le ostetriche raccontano di madri spaventate all'idea di tenere i loro bambini subito dopo il parto, perché scioccate dal fatto avvenuto all'ospedale Pertini di Roma - dove una donna, addormentandosi per la stanchezza, avrebbe soffocato inavvertitamente il figlio durante l'allattamento - fuori dalle mura delle strutture un coro di voci sta riaprendo il dibattito su un fenomeno finora poco raccontato, quello della violenza ostetrica. Ed in particolare sulla violenza psicologica, sulla mancanza di rispetto per la salute mentale delle donne, spesso sottovalutata. Storie, testimonianze e denunce raccontano infatti l'abuso di procedure e pratiche sanitarie considerate routine, poiché collettivamente legittimate, ma vissute come violente dalle partorienti. E il primo passo per combatterle, è proprio prenderne coscienza. 

Anche l'aiuto negato in ospedale, ovvero l'isolamento forzato lamentato dalla mamma del Pertini, rientrerebbe in questo quadro ("Ero ancora molto stanca dopo 17 ore di travaglio", ha raccontato la donna. "Non si reggeva in piedi, ma le hanno subito portato il piccolo per l’allattamento", ha ribadito il papà). "Anche una donna che è in evidente difficoltà e viene lasciata da sola ad affrontare una nascita, subisce una violenza ostetrica", ha fatto eco alla vicenda Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth, movimento che promuove la cultura della libera scelta al momento del parto. Un punto, quello del sostegno fisico ed emotivo alle neo mamme, incluso peraltro nelle linee guida post partum dell'OMS, sebbene tale assistenza non sempre verrebbe assicurata: a causa della carenza personale ospedaliero secondo alcune, oppure perché ci si accomoda sull'ideologia corrente della maternità come sacrificio dovuto, secondo molte altre. E sono tante le segnalazioni arrivate in questi giorni in redazione da ogni parte d'Italia, da Roma a Napoli, da Milano a Foggia. 

Madri abbandonate a loro stesse, come racconta E., che di bambini ne ha avuti due. "Il primo parto è stato infernale", ricorda. "Mi sono state praticate le manovre di Kristeller, che mi hanno causato una grossa emorragia, poi cucita senza anestesia, oltre ad una episiotomia per cui ancora oggi sto soffrendo parecchio. Nel secondo parto sono stata lasciata completamente sola: avevo partorito di sera e non riuscivo a stare con gli occhi aperti, eppure dovevo stare h 24 con la bambina in camera". Ed è qui che E. sostiene di aver rischiato il tragico epilogo della mamma del Pertini: "Una notte ero sfinita, mi sono addormentata profondamente con la bambina accanto e sono stata svegliata dalle infermiere con la piccola che stava per cadere dal letto. Mi hanno svegliato senza tatto, in modo arrogante. Mi hanno gridato 'Devi stare sveglia, non dormire'. Ho chiesto aiuto più volte, arrivando fino alla porta della nursery, e mi sono sentita rispondere 'La bambina non la vogliamo'. Mi sono sentita abbandonata da tutti". 

Le manovre a cui fa riferimento E. possono rientrare nel quadro della violenza ostetrica qualora riguardino interventi medici messi in atto quando non necessari e senza consenso. Per episiotomia, ad esempio, si intende un'incisione chirurgica del perineo, ovvero l'area compresa tra la vagina e l'ano, praticata per allargare l'apertura vaginale. Una pratica che l'Oms disincentiva e che anzi definisce "dannosa, tranne in rari casi"; eppure, secondo l'indagine Le donne e il parto condotta da Doxa e Ovo Italia, che è lo studio più esaustivo che abbiamo finora sul tema, tra le oltre 5 milioni di mamme intervistate tra il 2003 il 2017, l'avrebbe subita più della metà, anche se il 61% non aveva firmato nessuna autorizzazione. In alcuni casi, come quello di E., viene inoltre eseguita senza anestesia: questo accade quando si è a un passo dalla nascita. Violenza è anche la manovra di Kristeller, se usata in uno stato non emergenziale, ovvero una forte pressione applicata dal ginecologo sul fondo dell'utero per spingere fuori il feto, a volte anche salendo fisicamente sopra al ventre della donna. Sconsigliata anch'essa dall’Oms, può provocare danni alla madre e al bambino. Quello che manca, denunciano insomma dalle associazioni, è una normativa che chiarisca che alcune pratiche non possono essere routine. 

Ma violenza ostetrica non è esclusivamente riferito a pratiche mediche e fisiche, bensì a qualunque forma di maltrattamento agito nei confronti di una donna che lo percepisce come lesivo della propria dignità. È l'abuso psicologico. Gli insulti, le minacce e le offese. La colpevolizzazione. Quello che manca, aggiungono ancora da più parti le attiviste che in questi giorni si stanno muovendo verso una narrazione di una maternità più consapevole, è una cultura del parto, dove frasi come "Non sei capace di spingere" e "Non vuoi fare nascere il tuo bambino" non dovrebbero essere pronunciate. 

"Durante le contrazioni, presa dal panico e dalla paura, mi sono sentita dire “Ma tu lo vuoi questo bambino? A me non sembra” - racconta S. in una lettera - Ho afferrato la mano di questa persona, cercando conforto e uno sfogo per il dolore, per poi sentirla togliere con rabbia e con schifo e sentirmi dire “Non mi toccare”". "Dopo essere stata vittima di una emorragia", testimonia M., "mi hanno detto subito di attaccare la bambina. Solo che avevo i capezzoli piccoli... E oddio quante ne ho sentite! Che piangeva perché non volevo darle da mangiare, che ero una incapace. Chiedevo aiuto, ero sfinita, ma niente: mi dovevo arrangiare, anche se io continuavo a sanguinare e la bambina continuava a non mangiare. Solo una volta tornata a casa sono stata aiutata da mia suocera, grazie a lei ho imparato ad allattare. Così si faceva un volta!".  

F., il cui travaglio andava avanti da ormai trenta ore, si è sentita dire dagli infermieri che "non mi potevo lamentare, perché loro avevano da fare, perché c'erano altre donne più brave di me che stavano partorendo. Ed erano loro ad avere la precedenza".  Poi c'è A., che subito dopo il parto si è sentita "ESCLUSIVAMENTE giudicata, derisa, ignorata", scrive. E lo scrive in maiuscolo. 

Della stessa retorica di dolore e sacrificio dovuto, fa parte anche il rifiuto, da parte del personale, di offrire una adeguata terapia per il dolore, come l'epidurale, anestesia locale che aiuta a controllarlo. Anche questa è una forma di violenza. "Me l'hanno fatta solo dopo avermi raccontato mille paranoie, nonostante avessi firmato", dice ancora M. E qualcuna sostiene di averla chiesta urlando, ma di essere stata accontentata dopo molto: "Non sono mai stata creduta quando gridavo dal dolore atroce e pregavo piangendo per un'epidurale, sentendomi dire più volte, tra i vari svenimenti che ho avuto, che era troppo presto, per poi accorgersi che ero ormai a 7 centimetri di dilatazione", sono le parole di S. Durante il parto infatti l'epidurale viene utilizzata quando la dilatazione è di 4 cm, e previa ulteriore verifica delle condizioni cliniche da parte del ginecologo, ma su questa procedura l'Italia sarebbe indietro: eseguita nel 75% dei casi in Francia e nel 65% negli Stati Uniti, in Italia il numero scende al 20% (dati Osservatorio O.N.Da, 2017)

Secondo le linee guida dell'Oms, aggiornate al 2018, tre le altre pratiche non necessarie e capaci di creare disagio ad alcune donne, ci sono, tra gli altri: la depilazione del pube prima del parto, il clistere, il taglio precoce del cordone ombelicale, la posizione obbligata durante il travaglio o il parto, la separazione del neonato dalla mamma dopo la nascita. Allo stesso tempo però l'Oms sostiene ed incentiva il rooming-in, il modello organizzativo utilizzato dalla mamma del Pertini (quello che vuole il neonato in camera con la mamma h24 sin dal momento dopo il parto) e che ad oggi rischia di essere demonizzato a causa della polarizzazione del dibattito che si è creato attorno al caso. In molte denunciano come questa pratica, sempre più incentivata dagli anni Ottanta, comporti dei rischi, per via dello sfinimento post partum. Ma sono tanti i benefici che il rooming in può apportare, replicano i neonatologi: aiuta un migliore avvio della montata lattea, stabilizza l'umore della madre riducendo il tasso di depressione post-partum, riduce i livelli di stress del neonato, rafforza l'apparato immunitario del bambino. Purché vi sia una costante vigilanza, che sarebbe venuta a mancare proprio al Pertini, sebbene le indagini non lo hanno ancora dimostrato. 

I neonatologi difendono il rooming-in: "Ma venga offerto sostegno alla nuova famiglia"

Infine, qualche numero. Nell'indagine Doxa-OVOItalia che si citava prima e che è stata realizzata nel 2017, il 21% delle donne dichiara di aver subito violenza ostetrica, il 41% (cioè 4 donne su 10) afferma di aver ricevuto pratiche lesive della propria dignità o integrità psicofisica e il 33% dice di non essersi sentita adeguatamente assistita. Cifre che hanno un'origine anche culturale, come sostenuto da Pacini, che vi evidenzia l'ennesimo riflesso di una società maschilista e patriarcale, perché "le donne in gravidanza vengono ancora considerate emotive, non attendibili. Un ginecologo francese diceva che le donne stanno in sala parto come vengono considerate nella società: la posizione sdraiata è la posizione più difficile per partorire, ma è la più comune, perché è la più comoda per gli operatori sanitari". E poi c'è un altro dato: 6%. È la percentuale di donne che è rimasta talmente scottata dall'esperienza del parto da decidere di non volere più figli.  

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