Lunedì, 14 Giugno 2021
dietro un'icona

Cosa c’è dietro alla borsa di Chanel che tutte vogliono ma poche possono permettersi

L’origine, l’evoluzione, la storia della ‘2.55’, uno degli accessori di moda più desiderati al mondo che oggi, a distanza di 66 anni dalla sua nascita, è considerato un vero e proprio investimento

L'iconica borsa di Chanel

Nella frenesia di tendenze durevoli il tempo di una storia Instagram, la borsa di Chanel è una specie di bussola che orienta verso un concetto di eleganza permanente. Basta scorrere i social per notare quanto lunga e trasversale sia la lista delle cultrici: tra influencer adorate da stuoli di adepti e ignote signorine smanianti visibilità, l’ambìto rettangolo di pelle matelassé spopola in ogni colore e misura, forma di un sogno nel cassetto chiuso a doppia mandata per chi non può permetterselo e trofeo da sfoggiare quando il conto in banca ne consente l’acquisto.

Ma perché un oggetto nato nel 1955 è ancora tanto desiderato? Come mai, nonostante la rapidità con cui mutano costumi, usanze, modi di vestirsi e di esprimersi mediante l’abbigliamento, una borsa continua a restare il simbolo di uno "stile" che – per dirlo con le parole della sua creatrice – "resta", mentre la moda passa?

Indagando sui motivi di un risultato così straordinario, a cui molto ha contribuito la strategia di marketing che l’ha consacrato prerogativa di una classe socio-economica inaccessibile al volgo, le ragioni di un tale successo sembrano affondare anche nell’origine di questo accessorio che resta tutt’ora simbolo di una storia rappresentata da minuti dettagli. Il modello 2.55, infatti, racconta un pezzo di vita, ricorda l’indole avanguardista di Gabrielle Chanel che del concetto di moderna femminilità è stata pioniera, talmente lungimirante da sapersi proiettare in un futuro che oggi, 66 anni dopo, è ancora sorprendentemente presente.

Quando Gabrielle Chanel si stancò di portare la borsa in mano

Fino a metà del secolo scorso le borse femminili non erano affatto pratiche. Dotate soltanto di un manico, per indossarle le donne dovevano rinunciare a muoversi liberamente, tenendo sempre almeno una delle due mani occupate per non rinunciare all’accessorio, più decorativo che utile. Ma Gabrielle Chanel era una donna pragmatica, concreta, tendente ad una funzionalità che non poteva essere ancora sacrificata in nome di un’estetica gradevole e pur sempre ingessata. Allora: "Mi sono stancata di dover portare la mia borsa in mano" ammise sincera, spiegando così l’aggiunta di sottili cinturini che le consentivano di assumere la sua posa preferita con le mani in tasca e a rivoluzionare un modello antico che avrebbe agevolato la vita delle donne. Nasce così la borsa a tracolla, un mezzo elegante ma funzionale per soddisfare un bisogno di comodità che fino a quel momento rientrava in una sfera prevalentemente maschile. Correva l’anno 1955, era febbraio, il secondo mese dell’anno. Da lì il nome: 2.55.

Chanel 2.55: i dettagli di una vita nei simboli ‘nascosti’

Con l’apposizione di una tracolla che lasciava libere le mani permettendo di seguire senza impedimenti il movimento del corpo, Gabrielle Chanel aveva dato alle donne una nuova chiave di lettura del concetto di praticità. Era una creazione innovativa, clamorosa, talmente riflesso della propria tendenza a stravolgere le convenzioni da doversi fare simbolo della propria vita, ricca di momenti significativi che meritavano di essere rievocati, a partire dall’infanzia, segnata dalla scomparsa della mamma quando era ancora molto piccola. Il padre, venditore ambulante, affidò lei e i suoi quattro fratelli alla nonna che, a sua volta, ne demandò l’educazione alle suore della congregazione del Sacro Cuore. Con loro Gabrielle visse fino alla maggiore età e nel rigore dell’ambiente religioso imparò le tecniche di cucito che poi sarebbero state alla base delle sue competenze di sartorialità.

Gli anni trascorsi da Gabrielle in orfanotrofio ne segnarono in maniera determinante l’esistenza, fino al punto di ispirare le collezioni caratterizzate dal bianco e dal nero come tonalità dell’austera vita monacale. E di quegli anni la stilista ha voluto lasciare traccia anche nella sua borsa iconica, ancora oggi dotata di elementi che ne serbano memoria: la pelle granata, per esempio, ricorda il colore dell’uniforme indossata in quel periodo, e la tipica trapuntatura matelassé è tutt’ora la riproduzione del motivo a rombi proprio dell’ambiente equestre e delle coperte da sella che vedeva nelle scuderie.

La celebre catena dorata della tracolla, poi, segno tra i più distintivi della 2.55, rimanda ai lunghi portachiavi e ai rosari delle suore con cui la giovane Chanel ha convissuto, elemento a cui seppe attribuire un nuovo rivoluzionario significato: piuttosto che fermare, imprigionare le donne nei confini di schemi rigidissimi, le catene diventavano emblema di libertà, irrinunciabile conquista per chi si emancipa da vincoli precostituiti. "Credetemi, io conosco le donne, date loro catene, le donne amano le catene" è la citazione attribuita alla stilista dall’amica Claude Delay nella biografia Chanel Solitaire. Come a dire: "Date loro la libertà, le donne amano la libertà". Rivoluzionaria. 

La doppia C in memoria di Arthur "Boy" Capel, il più grande amore di Coco Chanel

La 2.55, dunque, anche nella sua evoluzione diffusa con il nome di 11.12, ricorda molto della vita di Gabrielle Chanel, della sua giovinezza, ma pure di una sfera sentimentale che trovò in Arthur Capel il suo più grande amore. Ex giocatore di polo, industriale nel settore del carbone e rappresentante dell’alta borghesia inglese, Capel, che lei chiamava affettuosamente "Boy", fu una presenza fondamentale per la stilista dal punto di vista personale e non solo, considerando che anche grazie al suo sostegno economico riuscì ad aprire il suo primo atelier in Rue Cambon 31, a Parigi, dove ancora adesso si trova la sede storica della Maison. La coppia, però, non arrivò mai alle nozze: lei di umili origini, lui aristocratico inglese, per questioni di rango nel 1918 Capel sposò un’altra donna, Diana Wyndham, figlia di un lord. Ciò nonostante, la coppia continuò a frequentarsi fino alla tragica morte di lui, avvenuta nel 1919 a causa di un incidente stradale avvenuto sulla strada per Cannes mentre la raggiungeva dopo una lite.

Un accadimento terribile per Gabrielle, forse il più doloroso di tutta la sua esistenza, elaborato nel silenzio degli anni a venire ma ricordato con profonda devozione dalla stessa attraverso le due C del logo che, oltre a significare le iniziali di Coco Chanel, vorrebbero anche commemorare l’intreccio di Chanel e Capel. La rappresentazione di quel legame campeggia ancora sulla chiusura dell’attuale versione della 2.55, scrigno di una vita raffigurata dalla forma rettangolare di tessuti pregiati e colori diversi portati sulle spalle. 

Perché la borsa di Chanel costa tanto (e il suo valore aumenta di anno in anno)

Tuttavia, per quanto sia emblema di significati apprezzabili dalla generalità di romantiche e appassionate, la borsa creata da Chanel e riprodotta ancora oggi resta appannaggio esclusivo di chi ha notevoli possibilità economiche indispensabili alla spesa: sguardo al sito, il prezzo indicativo dell’iconica 2.55 va dai 3500 ai 6050 euro a seconda delle dimensioni e dei tessuti che la caratterizzano.

Il motivo di un costo decisamente precluso alla stragrande maggioranza della clientela è da riscontrare sia nei materiali pregiati come la pelle di agnello e di vitello, il velluto, la seta, ma anche nella manodopera necessaria per ogni singolo pezzo, realizzato dalle mani di artigiani che si sono formati da quattro a cinque anni prima di poter padroneggiare perfettamente ogni gesto e ogni tecnica. 180 sono le operazioni richieste e quindici le ore impiegate per mettere a punto una sola borsa. Un tale acquisto, pertanto, costituisce un vero e proprio investimento finanziario che negli anni incrementa valore di pari passo alla percezione psicologica del consumatore, sempre più proiettato a desiderarlo come tutti i beni di lusso.

Nel 2016 il sito di e-commerce per borse di lusso Baghunter ha realizzato uno studio per indagare su quanto fosse variato il prezzo della 2.55 nel tempo, rilevando che nel 1955, quando venne messa in vendita, nei negozi costava 220 dollari, nel 1990 il prezzo raggiunse 1.150 dollari fino ai 4.900 dollari (circa 4.400 euro) di cinque anni fa: una crescita costante e straordinaria che, secondo l'amministratrice delegata di Baghunter Evelyn Fox, è dovuta anche alla crescita del settore favorita dall’espansione del mercato in nuovi Stati.

Interessante sarebbe sapere se e come, considerata la crisi economica mondiale dell’ultimo anno, è cambiato il mercato dell’oggetto tra i più desiderati della storia, se le vendite sono diminuite o rimaste costanti, quali sono i paesi con maggiore clientela, ma la Maison non ha saputo fornirci dettagli a riguardo. Intanto, parlano i social: solo su Instagram l’hashtag #Chanel conta quasi 70 milioni di post, numero indicativo di un desiderio che resta tale e solo a volte si avvera.

(Sotto, Coco Chanel)

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