Il riscatto della tuta ai tempi della quarantena: così felpe e pantaloni ci stanno insegnando a campare meglio

Ormai una divisa per il cittadino recluso, l’abbigliamento casalingo molto racconta su un cambiamento epocale che rivoluzionerà anche i costumi

Anna Wintour, direttrice di Vogue, in tuta su Instagram

Tutti riflettono su tutto di questi tempi. Sembrano fatte apposta le ore dell’isolamento, a pensare, a ragionare, a rimuginare sullo scoramento che sale puntuale dopo l’ennesimo sguardo sul balcone del dirimpettaio e sulle aiuole fiorite del cortile. Chi può esterna le proprie elucubrazioni al compagno dell’eremo casalingo; chi non può azzarda solitarie psicanalisi di autoincoraggiamento suffragate dall’opinabile teoria ‘andrà-tutto-bene’; chi non riesce a stare da solo nemmeno con se stesso bombarda le orecchie con ultim’ore e dirette tv per sentirsi parte di una pena collettiva che fa del ‘mal comune mezzo gaudio’ la tesi inconsistente di avi ignoranti tanta afflizione.

Solo divani sfondati da una noia epocale sanno che significa la segregazione che ormai è ‘cinquantena’. Solo loro, i cuscini concavi per il peso di deretani inflacciditi, e lei, la tuta, testimone dello stato emotivo del soggetto che da quando è il mesto protagonista della storia, la indossa ormai quotidianamente.

Quanti saranno quelli si trovano a leggere queste righe e addosso non hanno un comodo tessuto elastico? Forse qualche lavoratore impossibilitato allo smart working, in pausa tra una mansione e l’altra necessaria per mandare avanti il Paese immobile, ma lui e basta, perché poi tutti adesso portano un pratico pantalone e una felpa avvolgente, siano essi spaiati o coordinati, consunti o nuovi di pacco portato dal corriere. E se pure è in programma una videochiamata che esige una certa eleganza per il mezzo busto, anche allora, sotto le scrivanie, è tutta un’anarchia pantofolaia, refrattaria a mocassini e tacchi, a tailleur e calzoni fresco lana, mai come ora inutili al decoro dell’immagine condivisa.

Ecco, appunto, ‘l’immagine’. Quanto davvero conti l’immagine imbellettata, incravattata e truccata, nelle settimane di isolamento lo sta insegnando proprio questo mucchio di stoffa confortevole, ormai una divisa per l’ubbidiente cittadino che contribuisce ad arginare la pandemia restando a casa. Questo è suo il momento, quello del riscatto, quasi di un ritorno alle origini se si pensa che l’accoppiata pantaloni e maglia che chiamiamo ‘tuta’ è l’evoluzione di un capo pensato nel 1919 dai futuristi, lanciato “come un valore eversivo e liberatorio da schemi prefissati e pregiudizi”, più che come un indumento fine a se stesso. Nel suo Dizionario della Moda, Guido Vergari racconta che l’ideatore, il fiorentino Thayaht, lo considerava un “abito universale” nato in nome della protesta nei confronti del gusto borghese tipico dell’abbigliamento del primo dopoguerra. E anche il suo nome, ‘tuta’, altro non sarebbe se non un adattamento del francese tout-de-même, ovvero “tutti uguali”. Quello che siamo oggi, in fin dei conti, tutti uguali, tutti allo stesso modo disorientati dalle paure e dalle incertezze a cui un virus microscopico ci ha esposto. Tutti con indosso la stessa rassicurante uniforme: la tuta.

Tutti in tuta sui social durante la quarantena, ma qualcosa è cambiato

Che la si porti senza farci troppo caso o la si ostenti nei selfie da inviare in chat, in questi giorni la tuta avvolge frequentemente la pelle dei reclusi (che, si spera, procedano sempre con docce quotidiane prima di indossarla). Certo non si deve al contesto sconvolto dal coronavirus il suo sdoganamento come capo d’abbigliamento vagamente ‘glamour’, considerato che già ben prima della pandemia, ginnici testimonial di reali o millantante sessioni di fitness ne erano impeccabili indossatori sui social network, oggi le uniche piazze in cui è consentito incontrarsi e mostrarsi.

A cambiare, però, è il messaggio sotteso a quegli scatti, siano essi pubblicati dalle cosiddette ‘very important’ che dalle ‘normal person’ che mai come ora si sentono esattamente, comprensibilmente, al loro pari quanto a notabilità: è la sostanza che conta, è l’essenza che va (di)mostrata ora che le maschere non servono e ci sono le mascherine a conformare i volti di tutti, belli e brutti, ricchi e poveri, buoni e cattivi. Cala, così, l’interesse per lo stilista che ha firmato il leggings di Chiara Ferragni e sale quello per ciò che di utile fa Chiara Ferragni in tempi di coronavirus, per esempio l’iniziativa di una raccolta fondi per l’ospedale San Raffaele di Milano; diminuisce l’attenzione per l’ultimo rossetto consigliato da Giulia De Lellis che in tempi di protezione bocca-naso lascia il tempo che trova, e aumenta quella per il panno cattura-polvere escogitato come mezzo per rassodare i glutei che fa sentire vicina la fan pure lei privata della palestra. L’utente medio, insomma, ora apre i social come farebbe con una porta che si schiude su una stanza piena di persone che non hanno nulla in più di lui, che stanno sulla sua famosa ‘stessa barca’, remano come possono per affrontare la burrasca e, nel frattempo, si arrangiano.

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Ora sì che si inizia a comprendere come trucco e parrucco, scarpe e borse, innumerevoli vestiti rimasti appesi negli armadi da settimane siano, in realtà, un equipaggiamento utile gratificare se stessi nella misura in cui destano il compiacimento degli ammiratori, confezioni inutili quando il confronto si fa paritetico, crollano le sovrastrutture e a rilevare è molto, molto altro. E se pure Anna Wintour, direttrice di Vogue e ‘papessa’ della moda per antonomasia, è arrivata a concedersi al pubblico con tanto di pantalone ginnico e a livellare la sua fama con l’anonimato dell’ultimo follower in tuta come lei,  significa che davvero qualcosa è cambiato, che “il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità unica davvero di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana”, per dirla con le parole di Giorgio Armani, che davvero basta poco, basta meno per campare meglio. Una tuta ne è la dimostrazione. 

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