Martedì, 26 Ottobre 2021
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Ema Stokholma: “Se ho superato le violenze subite da mia madre è stato anche grazie all’analisi”

Intervista alla conduttrice radiofonica e televisiva autrice del libro "Per il mio bene" in cui ripercorre un'infanzia segnata dalle botte e dalle violenze psicologiche da parte di una madre che mai riuscirà a perdonare: “Il perdono è un concetto irreale. Però col tempo ho imparato a provare empatia nei suoi confronti”

Ema Stokholma racconta la sua infanzia con un distacco stupefacente. Come se avesse visto un film tratto da una storia vera di cui sia stata, insieme e suo malgrado, attrice protagonista e spettatrice obbligata a una proiezione che ora recensisce per un pubblico ignaro della sua trama violenta.

“Io sono così: non mi piango addosso. Voglio raccontarti le cose così come sono andate, ma non voglio essere compatita né metterci più pathos di quello che serve”, spiega a Today la speaker radiofonica e volto noto della tv nel corso dell’intervista che commenta gli eventi descritti nel libro autobiografico ‘Per il mio bene’ (edito da HarperCollins): la cronologia dei suoi primi anni di vita analizzati con la maturità di una donna risolta anche grazie a un prezioso supporto psicologico, sempre memore della bambina che è stata, ma ormai capace di guardare avanti senza l’aggravio di un passato oneroso. 

Chi ascolta o legge la storia di Ema Stockholma - pseudonimo di Morwenn Moguerou, speaker radiofonica nel programma Back2Back di Rai Radio2, conduttrice su Rai 4 di Challenge 4, Stranger Europe e su Rai 1 del Prima Festival in occasione dell’ultima kermesse sanremese, nonché vincitrice di Pechino Express nel 2017 - non riesce a uscire indenne dalla cronaca spietata di un’infanzia assurda: c’è una bambina che da quando ha quattro anni ricorda di aver ricevuto solo botte e schiaffi, sul corpo e nell’anima; c’è un bambino, suo fratello, pure lui vittima delle stesse violenze; c’è una madre che di quei soprusi è artefice. E intorno a questo nucleo famigliare covo di maltrattamenti fisici e psicologici ma apparentemente ‘normale’, c’è una società che sa, intuisce, ma non si oppone, immobile com’è davanti allo spioncino dell’omertà che guarda, forse ne resta turbata, ma non agisce in difesa di quella fanciullezza così oltraggiata dalla figura che per antonomasia dovrebbe amare, accudire, proteggere. 

Ema ha deciso di raccontare il suo vissuto per la prima volta a 36 anni dopo essere stata scossa dall’ennesimo fatto di cronaca che ha trovato in un bambino la vittima percossa fino alla morte da un adulto che chiamava papà. E qualcosa in lei si è smosso fino a spingerla a scrivere, a raccontare la sua esperienza a distanza di anni dalla morte della madre, affinché chi sia a conoscenza di casi di violenza ai danni di un bambino non si volti dall’altra parte, ma parli e denunci per non essere complice.

Partiamo dal titolo del tuo libro, “Per il mio bene”, che sembra catartico, il mezzo attraverso cui hai potuto raggiungere il fine di una serenità non completa del tutto fino a questo momento. E’ stato davvero così? Quanto ti è stato utile scrivere e poi rileggersi e ritrovarsi in queste pagine?

Non ho scritto il libro come terapia. Quello che mi è successo io l’ho superato, io sto bene. Ovvio che le umiliazioni psicologiche restano e ci metti anni e anni. Poi vado in analisi, faccio un lavoro su me stessa… Rileggersi è utile e doloroso, anche. Il libro all’inizio aveva un altro titolo, perché volevo raccontare solo la mia infanzia che è simile a tante altre infanzie, e fermarmi ai miei 15 anni. Spesso però si parla solo di padri aggressivi e violenti, invece ci sono anche tante mamme che con tante sfumature diverse fanno del male ai loro bambini, ma non perché siano semplicemente cattive. Probabilmente ci sono delle problematiche molto forti dietro verso questi gesti nei confronti di un bambino. Poi HarperCollins (casa editrice del libro, ndr) mi ha suggerito di andare oltre i miei 15 anni, per cui il titolo del libro è cambiato ed è diventato ‘Per il mio bene’ perché io nella mia vita ho fatto davvero tutto per il mio bene. E alla fine ci sono riuscita a ritrovare la mia felicità. 

Quando racconti di te, di quello che hai subito, lo fai in un modo straordinariamente distaccato….

Il libro l’ho scritto in maniera distaccata perché io sono così: non voglio piangermi addosso, voglio raccontarti le cose così come sono andate, ma non voglio essere compatita né metterci più pathos di quello che serve. Bisogna prendere la vita con leggerezza. Non dico che chi ha subito violenze debba farsi scivolare tutto addosso, ci mancherebbe altro. Solo che passati trent’anni da quelli episodi non puoi continuare a far pagare alla società quello che hai vissuto. Devi diventare un  adulto equilibrato, altrimenti non serve a niente sopravvivere.  

Racconti delle violenze fisiche subite da sua madre a partire dai tre anni, delle sensazioni al primo pugno ricevuto in un luogo che fino ad allora credeva protettivo come l’automobile, ma anche dell’aggressività delle parole di cui era destinataria. Cosa pensa un bambino in quei momenti? Ti sei mai colpevolizzata in qualche modo o hai mai pensato di meritarlo?

No mai. Mia madre mi diceva delle cose talmente assurde - come accusarmi di fare sesso con mio padre, ma io mio padre non l’avevo mai visto, oppure di desiderare gli uomini quando avevo sei anni e io non sapevo nemmeno che significava il sesso - che per me era impossibile pensare che avevo fatto quello che mi diceva. Sicuramente qualcosa delle sue parole mi è rimasto: mi diceva sempre che ero un’incapace, che avevo una brutta voce, che ero brutta e non avrei mai trovato qualcuno che mi volesse bene, tutte insicurezze che mi sono portata avanti nella vita per molto tempo e per poi lavorarci su. Ma da questo punto di vista sono stata fortunata, perché non ho sentito questo senso di colpa di essere venuta al mondo. 

Da adulta hai mai parlato con tua madre di quello che ti aveva fatto, di quello che ti aveva costretto a subire? 

No, mai. L’argomento per la nostra famiglia composta da  me, mia madre e mio fratello, era tabù. Ricordo che una volta avevo 12 anni e mia madre cominciò ad aggredirmi: ce l’aveva con me da qualche ora e allora le dissi “dai, picchiami subito, tanto lo so che arriveremo a quello”. Lei rimase sconvolta, come se non sapesse di cosa stesse parlando. E alla fine mi picchiò, dicendomi che gliel’avevo chiesto io per attirare l’attenzione. Era un meccanismo davvero strano, sapevo che non capiva davvero cosa stesse facendo.

Come si fa con il tempo a superare tutto questo? Prima hai accennato all’analisi: quanto ti è stato utile un supporto psicologico?

Sì. Puoi anche farcela da solo e superare, ma non ti renderai mai conto che ci sono delle cose che con un aiuto esterno puoi risolvere, puoi sistemare. Poi vivi veramente meglio. All’inizio ti vengono dati degli spunti che davvero ti aiutano anche nella vita di tutti di giorni. Certo, è difficile e doloroso, ma poi ti rendi conto che non lo sarà mai quanto quello che hai passato. 

Qual è stato il momento in cui hai capito di aver bisogno di un aiuto per rielaborare la sofferenza affrontata nella tua infanzia?

E’ successo sei anni fa. Nella vita avevo più di quanto avessi mai sognato, ma ciò nonostante non riuscivo a goderne. Allora ho avuto la necessità di voler sorridere davvero, di sentirmi molto più leggera e di rivolgermi a qualcuno. In questo Andrea Delogu, la mia migliore amica, che aveva già iniziato un percorso, mi ha aiutato tanto, mi ha dato un esempio. 

Ma come si fa a riacquisire fiducia nell’altro dopo un’esperienza tanto traumatica, in assenza di un punto di riferimento come può essere la madre che per eccellenza è la figura di riferimento di un bambino?

E’ difficile. Infatti chi ha la mia fiducia è perché l’ha conquistata con gli anni. Ancora adesso faccio fatica a fidarmi. Però alla fine penso che non si possa vivere da soli. Non sono un'eremita, ho bisogno delle persone, e alla fine mi lancio. Poi se vuoi mi freghi lo stesso. Ma è importante dare una  possibilità all’altro, perché significa dare una possibilità anche a te stesso. 

Quanto pensi che il suo passato abbia influito sul presente?

Lo ha influenzato al 100%, nel bene e nel male. Ogni sfumatura del mio carattere e della mia personalità è dovuto anche a quanto io abbia dovuto difendermi nella mia vita, a quanto io abbia dovuto scappare da situazioni che mi facevano del male. 

Pensi mai a un figlio tuo, a che mamma saresti per lui? 

Non ho mai avuto l’istinto materno, ma credo che sarei una buona mamma. E’ vero che non posso paragonare, ma quando sono cresciuta ho avuto paura di essere come mia madre. Poi in analisi ne ho parlato tanto e ho capito che, per esempio, il rapporto che ho con il mio cane è 100% amorevole, non perdo la pazienza, non sono violenta, non gli ho mai urlato, non ho mai replicato gli atteggiamenti che aveva mia madre con me. Quindi sì, penso che sarei una buona madre… A un certo punto bisogna spezzare la catena, perché anche mia madre a sua volta ha subito delle violenze. 

Che riscontri stai avendo dai lettori del tuo libro? 

La gente mi sta scrivendo messaggi bellissimi. Quelli che mi colpiscono di più sono quelli dei genitori che mi dicono “grazie per la tua testimonianza, io ho lo stesso lato oscuro che ho letto nel tuo libro” oppure “mi è capitato di perdere la pazienza con mio figlio, ho letto il tuo libro e adesso ci lavorerò su per superare questa cosa”, perché significa che davvero è stato qualcosa di importante. Mi aspettavo i messaggi di persone che mi avrebbero raccontato la loro infanzia perché purtroppo non è un caso su un miliardo, la violenza è stato un metodo educativo per moltissimi anni. Ma leggere chi ammette di avere avuto reazioni di ira, di violenza, mi porta davvero ad essere contenta, perché mi sento sollevata se queste persone decideranno di fare qualcosa, di farsi aiutare perché hanno letto il mio libro. E sono persone che non vanno condannate, perché la vita a volte ti fa perdere la testa. Dovremmo aiutarci tutti di più.

Ma “non condannare” significa perdonare?

No, assolutamente. Io mia madre non l’ho perdonata e non la perdono, perché dovrei? Quelle sofferenze io me le sono portate dietro per moltissimi anni e probabilmente me le porterò per sempre dietro. Però la capisco, ho imparato a comprenderla, a provare empatia nei suoi confronti. Ma ciò non significa che la amo, che le voglio bene, che ho perdonato solo perché è morta. Ma poi, alla fine, cos’è il perdono? E’ un concetto irreale. Mia madre, tra l’altro, non ha mai chiesto scusa, quindi… Adesso è vero che non la amo, ma non la odio nemmeno più. Perdonare non mi aiuterebbe a vivere meglio, invece l’empatia sì.

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