Giovedì, 6 Maggio 2021
dietro lo show

Professione stylist, Susanna Ausoni si racconta: “Non mi sono mai fatta influenzare da nessuno: se l’artista è contento del mio lavoro, io ho vinto”

Alla professionalità della stylist milanese si affidano diversi personaggi del mondo dello spettacolo, come Michelle Hunziker, Mahmood, Noemi. In quest’intervista il racconto di un lavoro che fa di passione, competenza e attenzione gli elementi cardine di un successo che passa anche attraverso l’immagine

Susanna Ausoni

L’immagine conta, eccome se conta. Basta dare un’occhiata ai social per scorgere il valore attribuito all’estetica in un periodo che rende il contatto virtuale essenza della socialità, la bidimensionalità di una foto un imprescindibile biglietto da visita, il numero di like misura di consensi. L’immagine conta, inutile sostenere il contrario. E se poi  diventa veicolo per riflettere ed esaltare il carattere, la professionalità, il lavoro dell’individuo che si racconta anche attraverso un abito che non è mai solo indumento, allora è anche formidabile risultato di un lavoro che fa di impegno, ricerca e cura gli elementi centrali della professione dello stylist.

Del ruolo determinante che nel contesto attuale occupa questa figura professionale ne abbiamo parlato con Susanna Ausoni, stylist tra le più conosciute e acclamate nell’attuale panorama televisivo e musicale. E’ lei ad aver curato lo stile di diversi protagonisti dell’attuale scena mediatica, da Virginia Raffaele a Michelle Hunziker, da Elisa a Mahmood (solo per citarne alcuni), ed è stata sempre lei a costruire, con meticolosa attenzione, l’immagine di alcuni tra gli artisti in gara nell’ultima edizione del Festival di Sanremo (Noemi, La Rappresentante di Lista, Francesca Michielin, Francesco Renga, Francesco Gabbani, Mahmood, Elena Faggi, Wrongonyou).

Attraverso questa intervista Susanna Ausoni spiega, descrive, racconta con chiarezza l’essenza di un lavoro svolto con  passione e competenza, riflesso di un carattere che accoglie sì il parere altrui, ma senza renderlo bussola di condizionamenti. “Io sono sempre andata per la mia strada, non mi sono mai fatta influenzare dal giudizio di nessuno”, precisa: “Non mi interessa portare a casa un lavoro medio per piacere al pubblico. Sono consapevole del fatto che posso piacere di più o di meno, ma se l’artista si sente bene nei panni che gli ho proposto, io ho vinto”.

Partiamo dalla definizione dei ruoli: che differenza c’è tra stylist, consulente d’immagine e costumista?

La stylist lavora generalmente sulle collezioni degli stilisti facendo una selezione di capi e strutturando le creatività in maniera differente a volte anche rispetto alla proposta dello stilista stesso. La costumista di solito lavora d’archivio, disegna, realizza, cerca in archivi o sartorie teatrali capi che possano essere funzionali al suo progetto. La consulente di immagine individua, dà i confini a uno stile personale.

Com’è nata la tua passione per la moda e quando hai capito che poteva diventare un lavoro?

L’ho capito vivendo. Ho iniziato questo lavoro che ero molto giovane e non avevo una prospettiva. Piano piano è cresciuto l’impegno e anche la passione che non è mai terminata e che metto in ogni progetto nuovo. E’ lei che compensa la fatica di fare questo mestiere.

La tua passione per la moda incontra quella per la musica: come e quanto una ha influenzato l’altra? E’ stata una contaminazione alla pari o è più un settore ad aver influenzato l’altro nella tua esperienza?

Ho sempre lavorato in modo molto osmotico. Per me una cosa influenza l’altra e la migliora. La moda è influenzata dalla musica e la musica trova nella moda la sua collocazione. Sono due settori che si influenzano reciprocamente.

Da cosa parti per la ‘costruzione’ dell’immagine che un artista esibirà su un determinato palco?

Da molteplici elementi, primo tra tutto il progetto musicale. Faccio una valutazione di chi sia l’artista, delle sue attitudini, del tipo di immagine che penso voglia proporre e poi, essendo un’addetta ai lavori, so dove andare, questo è il mio mestiere. Con i cantanti c’è uno scambio molto bello. C’è questo desiderio di valorizzare entrambe le arti. Gli stylist fanno un lavoro tale per cui, anche lavorando sulle collezioni degli altri, il modo di lavorarli è molto personale. Io e un mio collega, per esempio, possiamo lavorare entrambi su una collezione di Valentino e ottenere un risultato completamente diverso.

Il Festival di Sanremo quest’anno è stato segnato da una forte presenza scenica degli abiti indossati sul palco: c’è il rischio che un abito possa rubare la scena all’artista, alla canzone, al messaggio musicale?

Se fai un buon lavoro, questo rischio non c’è; altrimenti sì. Lo styling può aiutare molto, ma anche penalizzare molto. Per questo c’è tanta attenzione al mondo dello styling, con tutta la visibilità garantita dai social, i vari Twitter, Instagram. C’è maggiore attenzione al mondo della moda. Tutto passa attraverso la rete, anche il commercio, per cui essere presente con determinate immagini in rete serve a vendere vestiti.

Ti affidi a dei brand prestabiliti? Come funziona la scelta di preferire determinate case di moda?

Assolutamente no. Faccio delle ricerche e, a seconda del progetto, scelgo la casa di moda. Per gli artisti del Festival di Sanremo di quest’anno, in più, ho fatto una scelta di un certo tipo di cui mi sono presa la responsabilità e la rivendico: ho scelto di lavorare solo con aziende italiane. Solo Mahmood è stato vestito con Burberry, ma il direttore creativo è italiano. L’ho fatto perché credo che in questo momento sia necessario supportarci con una nostra eccellenza che è la moda. Noi italiani abbiamo sempre questa tendenza ad essere criticoni, non siamo profeti in patria. La moda è un’industria importantissima proprio per il prodotto interno lordo di questo Paese. Siamo un’eccellenza nel mondo, i francesi , i giapponesi, producono da noi…

Noemi è stata tra le artiste più ammirate del Festival di Sanremo. Il suo ritorno sul palco dell’Ariston ha rispecchiato una metamorfosi personale raccontata dalla stessa artista alla vigilia della kermesse. Com’è stato lavorare con lei?

Il lavoro fatto su Veronica (Scopelliti, in arte Noemi, ndr) è stato cucito addosso a lei. Uso questo termine perché lei in questo momento ha riscoperto una nuova femminilità che per circostanze di vita aveva un po’ trascurato e che doveva essere assolutamente valorizzata. Quello che ho fatto io è stato proprio questo, valorizzarla con una linea che fosse iperfemminile come lo è quella di Dolce & Gabbana. Ho cercato degli abiti che rappresentassero bene quella storia lì.

Il risultato è stato ottimo, considerando i commenti positivi…

Io durante il Festival di Sanremo non leggo nulla perché arrivo che ho lavorato tantissimo con i miei assistenti. E, ti dico la verità, non sopporto con quanta poca cura si parli del mio mestiere. Trovo le pagelle sminuenti. Io faccio questo mestiere da tanti anni e generalmente ho un riscontro positivo; però penso ai giovani stylist che hanno meno esperienza, si trovano ad affrontare un palco come Sanremo e vengono giudicati in un attimo. Mi viene da dire: “Venite voi a fare un lavoro del genere, scegliete voi gli abiti…”. L’artista è libero di esprimersi come vuole sul palco, la definizione stessa di artista include questa libertà, e giudicare la sua immagine è irrispettoso del cantante, equivale a sminuirlo, a ridurre tutto verso il basso il suo lavoro. Se ci pensi, chi si è permesso di giudicare i look di David Bowie o i Beatles? Solo i bacchettoni, i moralisti, i perbenisti. Quando emerge un pezzo sul mio lavoro, io so di aver fatto un buon lavoro. Poi qualcuno può attenzionare il mio abito e io sono contenta, perché vuol dire che ho scelto bene, che il mio lavoro è piaciuto in primis all’artista cosa che mi interessa più di tutto. E’ proprio sbagliato il sistema, è ridurre tutto all’opinionista che ti dice i colori della stagione.

Quindi il giudizio altrui conta sì, ma fino a un certo punto.

Io sono sempre andata per la mia strada, non mi sono mai fatta influenzare sul giudizio di nessuno. Non mi interessa portare a casa un lavoro medio per piacere al pubblico. E’ brutto da dirsi, ma è così. Sono consapevole del fatto che posso piacere di più o di meno ma se l’artista si sente bene nei panni che gli ho proposto, io ho vinto. Se si parla di più della sua canzone che del mio lavoro su di lui; se si parla della sua canzone e anche del mio lavoro, io ho vinto. Ma se si parla solo dell’immagine e non della canzone proposta, non ho vinto. Siamo una cassa di risonanza: se lo styling cannibalizza la musica, lo styling non sta facendo un buon servizio. E non lo fa anche quando non valorizza a sufficienza la persona che veste. Faccio un lavoro estetico, devo valorizzare il bello. Il mio lavoro è questo: tirare fuori il bello da chi mi sta di fronte. E in un momento come questo, c’è un grandissimo bisogno di bellezza.

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