Lunedì, 25 Ottobre 2021
Economia

Direttiva copyright, il governo Draghi bastonato dall'antitrust: legge da riscrivere

Piccoli editori penalizzati, poca chiarezza sugli "estratti" degli articoli, obbligo di negoziare il compenso: l'authority per la concorrenza massacra la legge italiana che recepisce la direttiva europea sul copyright. Con il rischio che finisca come in Spagna

L’eterno braccio di ferro tra colossi del web e governi si arricchisce di un nuovo capitolo, tutto tricolore. E’ davvero curioso, infatti, come l’esecutivo Draghi nato, di fatto, per portare in Italia libera concorrenza e mercati più competitivi, sia appena stato sonoramente strigliato dall’Agcm (Autorità garante per la concorrenza e il mercato) per un suo provvedimento bollato come “contrario allo spirito della direttiva europea” e “ai principi del mercato”. Cosa, peraltro, ampiamente prevista dagli esperti in materia. Ma facciamo un passo indietro e vediamo a come si è arrivati alla bocciatura.

La direttiva europea sul copyright

Come noto, l’Europa, dopo un lungo confronto con imprese e governi, nel 2019 ha emanato una direttiva sul copyright che aggiorna la normativa dei diritti d’autore ai nuovi mercati digitali. La legge nasce da uno scontro titanico tra l’entità politica europea, debole e divisa, e le grandi piattaforme multinazionali del web come Google, Amazon e Facebook. Che vengono accusate di fagocitare gli introiti pubblicitari digitali, sfruttare contenuti di terzi e lasciare a quest'ultimi le briciole dei ricavi. Ma è un “abbraccio mortale” bivalente: è anche grazie alla vetrina di questi colossi che molti giornali e blog hanno migliaia di lettori. Le direttive europee, ricordiamolo, sono atti legislativi comunitari che stabiliscono obiettivi che “tutti i Paesi dell'Ue devono realizzare”. Il “come”, però, sta a ogni singolo Stato. Tra i punti più discussi della direttiva approvata 2 anni fa vi è appunto l’introduzione dell’obbligo per i colossi web di pagare gli editori, anche solo per la pubblicazione di brevi estratti delle notizie. Ad esempio, la semplice presenza con link (titoli e sottotitoli) all’interno di Google o Google news potrebbe permettere ai giornali di richiedere un contratto e denaro all’azienda di Mountain View. Nella direttiva ci sono anche norme relative alla introduzione di maggiori obblighi di controllo dei contenuti caricati da utenti nelle piattaforme (ed esempio video su Youtube o Facebook). Ma, come detto, in sede di recepimento, la definizione di quanti soldi e soprattutto la modalità spetta ai singoli Stati. E così a complicare la vita di un presunto mercato unico ci sono in ogni Paese differenti interpretazioni e differenti regole. Questo nonostante la strada autoctona sia palesemente sconsigliata: il risultato finale deve essere l’armonizzazione dei vari ordinamenti “locali”.

Cosa ha recepito il governo italiano

Il governo italiano ha ottenuto una delega dal parlamento per scrivere una norma che è stata definita poche settimane fa. Lo schema di testo, predisposto dal sottosegretario Giuseppe Moles (FI) prevede un’applicazione stringente per la quale, ad esempio, “l’estratto breve” non viene definito, lasciando virtualmente la possibilità a chiunque di chiedere soldi a Google anche per un semplice link. Qui si gioca tutta la partita: “l’estratto breve” è la parte dell’articolo che è legittimo pubblicare sulle piattaforme senza dover negoziare un compenso. Non solo. Il testo della direttiva europea non preconizza “nessun obbligo di negoziazione”: gli editori e gli autori hanno diritto a contrattare la licenza dei loro contenuti. Ma nello scritto del decreto legislativo tricolore, invece, si parla di “obbligo” a pattuire un non meglio precisato “equo compenso”, con l’Agcm come arbitro per la “cifra congrua”. Eppure, gli editori dovrebbero essere liberi di negoziare o meno un compenso. Google, infatti, porta traffico e quindi comunque più introiti a prescindere. 

L'antitrust "massacra"  lo schema di decreto 

L’authority per la concorrenza, dunque, non si è tirata indietro. Nel parere che ha potuto leggere Today.it, l’Agcm, oltre a rimarcare i rischi di costituzionalità, sottolinea come la norma italiana possa “travalicare i limiti imposti dal legislatore europeo e dalla delega parlamentare (...), individuando meccanismi negoziali limitativi della libertà contrattuale degli operatori economici”. La definizione di estratto breve è “eccessivamente generica e di difficile applicazione pratica, risultando inidonea a contribuire alla certezza della tutela riconosciuta dalla direttiva”. E continua ponendo l’attenzione sul fatto che “le modalità di recepimento italiane non trovino riscontro nelle esperienze maturate in alcuni dei principali Stati membri (...)”. L’antitrust cita la legge francese e i suoi principi “trasparenti” (investimenti degli editori e delle agenzie di stampa e l’obbligo per le piattaforme che usano le pubblicazioni giornalistiche per i propri utenti a comunicare tutti i dati di fruizione) per arrivare a una giusta valutazione delle remunerazioni e delle sue ripartizioni. Ancora: vengono avvantaggiati i grandi editori a dispetto dei più piccoli. “Nell’indicare i parametri per la definizione dell’entità dell’equo compenso (...) - scrive l’Agcm -, sono previste variabili quali la durata dell’attività e la rilevanza degli editori, nonchè il numero di giornalisti impiegati, che, lungi dal contribuire a quantificare l’apporto al risultato economico del contenuto citato, sono invece idonei a determinare improprie discriminazioni a sfavore degli editori nuovi entranti e di dimensioni minori, favorendo ingiustificatamente gli editori incumbent (ex monopolisti che hanno posizioni dominanti in mercati liberalizzati, ndr)”. Tutto da ripensare con maggiore efficacia, quindi. I margini del governo italiano sono molto risicati: così scritta, la legge rischia di essere impugnata alla Corte di Giustizia Ue o alla Corte Costituzionale. 

I disastri dei parlamenti

Non è la prima volta che, nel tentativo di regolare il settore digitale, governi o parlamenti con leggi scritte male generano il caos. Il tentativo è sempre quello di estendere le aree di applicazioni delle direttive europee, pur non potendolo fare. In Spagna Google News è spento da diversi anni. La legislazione iberica, infatti, richiede che ogni pubblicazione spagnola addebiti servizi come Google News per mostrare anche il più piccolo snippet (il “ritaglio” di una ricerca online di cui sopra), che sia voluto o meno. Per Mountain View “questo approccio non è sostenibile”. Il risultato? Servizio spento e grosso calo del traffico per gli editori. La mancata bacheca ha portato per i giornali online spagnoli il -30% delle visite. In Francia c'è un altro scontro frontale: l'Agcm transalpina ha pesantemente multato il motore di ricerca californiano per “malafede” e poca trasparenza nelle contrattazioni con gli editori. In ballo 500 miloni di euro. La web tax, poi, sbandierata come un modo per colpire i colossi con un prelievo dal 2 al 5% dei ricavi, ha mostrato, per l’ennesima volta, la Ue divisa e frammentata per proposte e approcci; nei fatti, c’è stato un rialzo medio del 2% dei costi pubblicitari a carico delle imprese europee. Con un impatto inesistente per i giganti internet. Non che nel resto del mondo sia tutto così lineare e chiaro e limpido, intendiamoci. In Canada, tra mille difficoltà, si sta costruendo una disciplina in materia di compensazioni per gli editori che punti all’equilibrio economico. E sorgono le medesimi discussioni, ed il rompicapo sembra non avere fine.

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