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Mercoledì, 22 Maggio 2024
L'intervista

L'assegno unico spiegato dalla ministra Bonetti

Intervista di Today alla ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, su alcuni 'punti oscuri' dell'assegno unico

Nonostante qualche diffidenza iniziale, l'assegno unico potrebbe davvero rappresentare il primo passo per rivoluzionare le politiche della famiglia in Italia. La misura che prenderà ufficialmente il via con le erogazioni a marzo 2022, anche se è già possibile presentare domanda all'Inps, fa parte di un progetto ben più ampio, il Family Act. L'obiettivo è quello di sostenere la genitorialità, contrastare la denatalità e favorire la conciliazione della vita familiare con il lavoro, in particolare quello femminile, per colmare il gap con gli altri paesi europei, soprattutto quelli nordici molto più avanti di noi su questo campo. Dell'assegno unico ormai sappiamo già tutto, importi, maggiorazioni, modalità di presentazione della domanda, ma restano degli interrogativi su alcuni 'punti oscuri', che abbiamo voluto porre in un'intervista esclusiva direttamente alla ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

L’assegno unico rischia di diventare una ’bomba sociale’ a causa dell’assenza di un meccanismo automatico di assegnazione del sostegno. L’obiettivo è quello di raggiungere in pochi mesi 7 milioni di famiglie. Ce la faremo?

“Innanzitutto non sarà e non rischia di diventare una ‘bomba sociale’ ma è un grande investimento che semplifica, riorganizza e rende stabili e strutturali le misure a sostegno della famiglia. In realtà anche fino al 31 dicembre 2021 i sostegni alle famiglie come gli ANF (Assegno per il nucleo familiare, ndr) venivano erogati a fronte di una domanda. Detto questo, il meccanismo di richiesta dell’assegno è un meccanismo semplice, di richiesta tramite il sito dell’Inps. Può essere chiesto entro fine febbraio per avere l’erogazione già da metà marzo. Verrà erogato in modo stabile ogni mese: la finestra temporale che Inps con Banca d’Italia ha previsto va dal 15 al 21 di ogni mese. Se si farà domanda entro il 30 giugno 2022 si avranno gli arretrati a partire dal mese di marzo. Aggiungo anche che, per semplificare la procedura della richiesta dell’assegno, abbiamo fatto in modo che nel caso in cui non si desideri presentare l’Isee si fa domanda per l’assegno e si riceve la cifra minima; se si fa domanda per l’assegno e si allega successivamente l’Isee vengono comunque conguagliati anche i ristori dell’eventuale differenza rispetto alla cifra minima inizialmente erogata. Quindi ci sono tutte le condizioni per rendere la procedura semplice”.

L’assegno unico prevede una clausola di salvaguardia per tre anni, ossia un meccanismo del tipo ‘soddisfatti o rimborsati’. Di che cosa si tratta e cosa succederà alla sua scadenza?

“No, non è un meccanismo del tipo ‘soddisfatti o rimborsati’, tutt’altro. La clausola di salvaguardia prevede per nuclei, che noi abbiamo quantificato nelle previsioni in misura davvero ridotta, stiamo parlando di 200 mila nuclei circa su più di 7 milioni di famiglie, una rimodulazione dell'assegno per coloro che potrebbero in linea teorica avere una perdita rispetto all’attuale situazione di somma delle detrazioni fiscali e degli ANF. Per questi nuclei, che hanno un Isee inferiore ai 25 mila euro, è prevista appunto una rimodulazione maggiorativa dell’assegno. Le perdite erano quantificate nell’ordine di 30-40 euro al mese e con la clausola di salvaguardia di fatto questi nuclei non ci perderanno. In più faccio presente che avendo modificato la modulazione Irpef, in realtà, anche questi nuclei avranno un vantaggio”.

L’assegno unico è una misura importante, possiamo considerarlo un punto di arrivo o un punto di partenza? Quando riusciremo a colmare il gap con gli altri paesi europei?

“L’assegno è il primo passo di una riforma integrata, ampia, che è quella del Family Act, ma è un passo importante, significativo nell’ambito del sostegno al reddito familiare. Definisce per la prima volta una misura universale che si rivolge ai figli, che non dipende dalle condizioni contingenti e anche economiche-lavorative del nucleo familiare. E’ una misura semplificata che va dal settimo mese di gravidanza fino ai 21 anni del figlio, con tutto un meccanismo di maggiorazione a seconda del numero dei figli, del fatto che i figli abbiano o meno eventuali situazioni di disabilità, l’età della madre o il fatto che lavorino entrambi i genitori. Il resto della riforma del Family Act, che è già stata approvata alla Camera e deve adesso essere approvata al Senato, prevede interventi a sostegno delle spese educative, ricordo che il bonus nido rimane e si affianca all’assegno, servizi educativi a livello territoriale, la riforma dei congedi parentali, introducendo meccanismi di condivisione paritaria tra le donne e gli uomini, ma anche un sostegno per i liberi professionisti e lavoratori autonomi, incentivo al lavoro femminile e all’autonomia abitativa, di formazione e di lavoro per i giovani”.

L’assegno unico, insieme ad altre misure adottate dal governo come ad esempio il bonus casa giovani, riusciranno a risollevare la natalità in Italia? Cos’altro si può fare?

“Io sono convinta che il Family Act rappresenti una risposta ampia e integrata e che coglie gli aspetti necessariamente complessi e multidimensionali della denatalità che colpisce il nostro paese. Per la prima volta questa riforma mette in campo l’integrazione di politiche di sostegno al reddito a politiche di costruzione di servizi di welfare, ma accanto a questo un grande investimento sul lavoro femminile e sul lavoro giovanile, che sono i due assi che non possono essere trascurati in una effettiva politica a sostegno della natalità”.

Con la pandemia ci siamo resi conto di quanto sia difficile affidarsi solo ai nonni per un aiuto con i figli. Avete intenzione di aumentare la disponibilità degli asili pubblici?

“L’investimento nei servizi educativi, a partire dall’aumento degli asili nido, è una delle prime azioni che abbiamo messo in campo. In particolare, ricordo l’investimento nel Pnrr di 4,6 miliardi che ha l’obiettivo di arrivare nel 2026 ad avere una copertura del 50% della domanda. Ad oggi il nostro paese è al 27%, sotto la media europea richiesta. Il 50% vuol dire altri posti 0-3 anni, vuol dire arrivare ai livelli della Francia, con un livello minimo del 33% in ogni regione. Questo perché un problema grave che abbiamo nel nostro paese è una forte disuguaglianza di presenza territoriale di questi servizi: in alcune regioni del Sud arriviamo appena alle due cifre percentuali, 10-14%, non di più. Quindi l’investimento è significativo soprattutto in quelle regioni. Accanto a questo però anche i costi di gestione, sia attraverso adesso i fondi del Pnrr, sia attraverso i livelli essenziali di prestazione che abbiamo introdotto in legge di Bilancio per far sì che i comuni abbiano poi le risorse per la gestione dei servizi educativi”.

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