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Domenica, 19 Maggio 2024
Economia Italia

Perché la Cina (non) fa paura

Continua lo shopping cinese in Italia dove piccole e medie aziende trovano nel sinocapitalismo una boccata d'ossigeno. Tuttavia quello che può apparire come un abbraccio mortale da parte del dragone cinese rappresenta un'occasione per le imprese italiane

Un'altra azienda italiana diventa cinese: il colosso Guangzhou Kdt Machinery Co., quotato alla Borsa cinese, ha acquisito il 75% di Masterwood spa, azienda riminese che produce macchine per la lavorazione del legno.

Come annuncia Confindustria Romagna il passaggio di quote sarà formalizzato entro marzo, ma - assicurano - la struttura tecnico-produttiva resterà in Italia. Così il management che al netto degli ingressi nel consiglio di amministrazione di un rappresentante cinese, vedrà mantenere in Giancarlo Muti la posizione di amministratore delegato. "L'azienda aveva bisogno di un salto dimensionale e commerciale per affrontare e rispondere alle sfide di un mercato sempre più globalizzato". 

Proprio in queste parole si intuisce perché quello che può esser visto come una "invasione" non solo di merci ma anche di capitali in un contesto di crisi delle aziende tricolore, possa tradursi invece in una opportunità per aver accesso a quello che è a tutti gli effetti il più grande mercato del mondo. Insomma, prendendo in prestito una abusatissima citazione di John F. Kennedy nel 1959, "Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l'altro può rappresentare un'opportunità". Basta saperla cogliere, aggiungiamo noi, e ora vediamo come. 

Lo "shopping cinese"

Tralasciando le mere speculazioni (vedi l'acquisto dell'associazione calcio Milan), occorre capire il perché tante aziende cinesi stiano muovendo i propri capitali verso l'Europa. In Cina infatti l'economia è spinta dai consumi interni e dall’innovazione, e le aziende cinesi ricercano all'estero il cosiddetto know how, le competenze specifiche, che possano fa loro vincere la competizione nel paese.

Siamo testimoni di un nuovo "balzo in avanti" dell'oriente, questa volta non più di natura strettamente quantitativa, ma di carattere tecnologico.

Al tempo stesso molte piccole e medie imprese italiane, falcidiate dalla crisi decennale che ha colpito il mercato europeo, vedono nel sinocapitalismo l'opportunità per consolidare la propria presenza in Cina e strutturarsi per affrontare i mercati internazionali. In molti casi, infatti, le operazioni di acquisizione servono per aprire un varco, consentendo un più agevole ingresso in un nuovo mercato dove, differentemente, avrebbero maggiore difficoltà o restrizioni.

Le aziende hanno tardato ad "aggredire" il mercato cinese ora devono fronteggiare un’elevata competizione sia locale che internazionale: avere un partner cinese che ha diretto interesse nello sviluppo dell’azienda italiana può certamente aiutare a superare questo ostacolo. Il  ragionamento vale per le PMI come per le grandi aziende italiane.

Ciò premesso si può affrontare con maggior spirito critico la lettura dei dati dello studio di Unioncamere sulla presenza in Italia di imprese guidate da persone nate all’estero: queste aziende "straniere" crescono quasi cinque volte più della media di tutte le imprese in Italia e già nel 2017 rappresentavano quasi il 10% di tutte le imprese registrate sul nostro territorio nazionale. Per restare nell'ambito del rapporto Cina-Italia sono 52.075 le imprese registrate in Italia con guida cinese, e non stupisce come Prato risulti saldamente in testa alle provincie a più alta imprenditoria straniera: qui, nella Capitale del tessile italiano, il 27,8% delle imprese è a guida straniera.

Lo spauracchio, foss'anche elettorale, di una conquista cinese dell'economia italiana perde però quota quando si vanno a guardare i numeri di macro economia e si inseriscono nel computo le dinamiche di un'economia globalizzata. Per ridurre il tutto a slogan si potrebbe affermare che "o si vende, o si muore" ma avrebbe una miope preclusione ad una realtà tutt'altro che negativa. Partiamo quindi dai vantaggi di un'apertura all'oriente che già sono realtà.

La prima buona notizia è rappresentata dalla crescita delle esportazioni di prodotti di arredamento "Made in Italy" in Cina. Guardando al valore, i prodotti italiani hanno registrato un aumento del 17.1% rispetto al 2015 – una crescita importante soprattutto se confrontata al -5.2% riportato dalla Germania. Anche in termini di quantità, l’arredamento italiano è cresciuto del 16.9% mentre i market leader tedeschi hanno riportato una riduzione del 19.7% rispetto all’anno precedente.

Parlando di Made in Italy al mercato cinese non sfugge di certo l'enoeconomia: il vino italiano è il primo per crescita delle esportazioni in Cina. Nel 2016, infatti, il valore dell’export di vino italiano è aumentato del 32% - un tasso di crescita due volte superiore alla media internazionale per il mercato cinese (16%). Il dato è ancora più significativo se lo si confronta con la Francia che domina la classifica ma cresce del 10.5% rispetto al 2015, seguono poi Australia (+25.9%), Cile (14.8%) e Spagna (22.7%).

Non solo: le esportazioni italiane dell’industria chimica si distinguono sia per prodotti chimici organici (+32.3%) che per i prodotti farmaceutici (+8.8%); va bene anche il settore della meccanica con un volume di importazioni che vede volumi in crescita in doppia cifra.

Lasciando i numeri e tornado ai case study dei prodotti tradizionali dell'export italiano erano pieni i 34 container trasportati dai 17 vagoni del primo treno che collega Italia e Cina lungo quella che è stata ribattezzata la "nuova via della Seta": un viaggio di 19 giorni lungo un tragitto di 10.800 chilometri attraverso l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Bielorussia, la Russia e il Kazakistan.

In treno lungo la nuova via della Seta

Il viaggio delle merci tra Cina e Italia via nave impiega quasi due mesi: il treno Mortara - Chengdu permette di risparmiare 35/40 giorni. Macchinari, mobili, piastrelle, automobili ma anche moda, cibo, vino, e prodotti ortofrutticoli in carri refrigerati: per le aziende italiane il collegamento ferroviario tra la provincia di Pavia e la provincia sudoccidentale del Sichuan potrebbe rappresentare una importante nuova via per l'export ed accedere ad un mercato potenziale da un miliardo e mezzo di persone. 

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Il primo treno merci diretto Italia-Cina al terminal ferroviario del Polo logistico integrato di Mortara, in provincia di Pavia, 28 novembre 2017. FOTO ANSA/ CLAUDIO BRESSANI

Secondo il progetto i treni dovrebbero tornare in Italia carichi di prodotti elettronici, computer e tablet, piante, prodotti per la casa e oggetti di cuoio: dovrebbero perché dopo il primo collegamento completato il 17 dicembre scorso nei due mesi successivi nessun convoglio della compagnia cinese Changjiu Group ha viaggiato da e verso il Polo Logistico Integrato di Mortara.  

L'obiettivo di passare dalle "due/tre coppie di treni alla settimana" ai 20 convogli ipotizzati entro il 2020 pare rimasto al palo. La Provincia Pavese ha scritto come Carlo Bottarelli, direttore di Pavia Export imputi la colpa sia al gruppo cinese che organizza il treno "poiché da mesi non comunica i costi del servizio", ma anche all'impossibilità di formare con regolarità i convogli: "I cinesi cercano dei poli logistici in Europa per spedire via treno soprattutto componenti per l’industria automobilistica, ma devono riempire i treni al ritorno per ridurre i costi".

E qui si dipana tutto lo strapotere "quantitativo" dell'industria cinese capace di riempire già con regolarità i convogli che viaggiano tra Chongqing e Duisburg in Germania. In occasione della visita a Pechino del maggio scorso, il premier, Paolo Gentiloni, dopo aver incontrato il presidente cinese, Xi Jinping, aveva rivelato "l'esplicita intenzione" della leadership cinese di investire su Trieste e Genova: i cinesi stanno pensando di creare nel Nord d'Italia un hub logistico europeo che si inserisce nella contesto della Belt and Road, l’iniziativa lanciata dalla Cina nel 2013 per creare nuove connessioni infrastrutturali via terra e via mare tra Cina e Europa: un piano geo-economico che coinvolge 60 paesi coinvolti, tocca due terzi della popolazione mondiale e produce 200 mila nuovi posti di lavoro.

L'arrivo degli investitori cinesi è stato salutato dagli imprenditori come una manna dal cielo. Se il nostro export verso la Cina è cresciuto l’anno scorso del 25% (dati ministero dello sviluppo economico) per le aziende italiane l’aumento della connettività infrastrutturale può essere nient'altro che una ghiotta occasione di sviluppo per rilanciare le esportazioni. 

Una scommessa che come nel caso di Mortara resta in standby, d'altronde, come ebbe a dire Mariagrazia Cucinotta nel 2015 durante la sua prima esperienza su un set cinematografico cinese, "in Cina c’è uno che decide e tutti fanno, da noi invece tutti decidono e nessuno fa niente".

Fonte export import Italia Cina gennaio 2018 (pdf)

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