Venerdì, 16 Aprile 2021

Perché le banche chiudono i conti correnti sopra i centomila euro

Ha cominciato Fineco con una lettera ai correntisti. Ora anche altri istituti si allineano soprattutto con i clienti corporate. E succede anche in Europa. Ma quanto costa al "sistema Italia" la mole di denaro liquido fermo. E soprattutto: se il cavallo non beve conviene davvero forzarlo?

“Gentile Cliente”. Così comincia la “Proposta di modifica unilaterale di contratto ai sensi dell’art. 118 del decreto legislativo n. 385/93” che Fineco ha inviato alla fine dello scorso marzo ai correntisti facendo sapere di voler chiudere i conti correnti dei clienti con un deposito superiore ai centomila euro e senza alcuna forma di investimento o finanziamento.

Perché le banche chiudono i conti correnti sopra i centomila euro

Fineco non è l'unica a fare questa scelta che sembra apparentemente suicida per una banca ma in realtà ha una logica dietro che affonda le radici nell'economia reale. Tra le grandi banche italiane, Unicredit ha introdotto una commissione dello 0,5% sulle giacenze superiori a centomila euro per i conti intestati ad aziende e partite Iva. Si chiama “Excess Liquidity Fee” mentre riguardo i consumatori per ora ha deciso per la moral suasion, offrendo investimenti in fondi.

Anche la Banca Popolare dell'Emilia Romagna ha introdotto sui nuovi clienti una Commissione di Liquidità Rilevante (Clr) sopra i 100mila euro, ma anche qui solo per gli account business, mentre la Banca Nazionale del Lavoro (gruppo Bnp Paribas) ha deciso di addebitare un massimo di mille euro di non meglio precisate commissioni alle giacenze medie trimestrali superiori al milione di euro su conti correnti corporate.

E poi c'è chi ci pensa. Banco Bpm, Intesa San Paolo, il Monte dei Paschi di Siena. In Germania la banca berlinese Volksbank, la seconda più grande banca cooperativa tedesca, ha iniziato ad applicare un tasso del -0,5% su depositi superiori a 100.000 euro. La banca belga Ing applica un tasso di interesse dello 0,5% ma sui conti correnti con oltre due milioni di euro. In Belgio era stata Kbc a introdurre il tasso negativo sui grandi clienti corporate.

Ma perché le banche vogliono chiudere o penalizzare i conti correnti sopra i centomila euro? C'è una motivazione tecnica che ci dice molto su quanto sta accadendo nell'economia reale. Gli italiani stanno cercando di risparmiare il più possibile a causa della pandemia e dell'emergenza coronavirus. Secondo i dati dell'Associazione Bancaria Italiana il volume di depositi bancari degli italiani ha raggiunto i 1746 miliardi di euro. La Banca Centrale Europea da anni impone tassi negativi sui depositi overnight, ovvero quei depositi interbancari che servono per investire le eccedenze di liquidità, che attualmente solo al -0,50%.

Quindi le banche che li usano per depositare la liquidità in eccesso ci perdono e non ricevono interessi. La scelta di Francoforte serve a incentivare le banche a impiegare il denaro nell'economia reale. Il Corriere della Sera scrive che la media mensile dell’Euribor a un mese ha raggiunto a febbraio 2021 il valore di -0,553%, con un differenziale negativo pari a -0,098% rispetto al valore di ottobre 2019. Visto che le banche perdono soldi con la liquidità in eccesso, riversano i costi sul cliente come da tradizione. I conti correnti oltre i centomila euro sono anche quelli che non vengono tutelati (al di sopra di quella cifra) dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi in caso di bail in, ovvero del “salvataggio interno” dell'istituto di credito in crisi come da normativa europea.

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Quanto costa al "sistema Italia" la mole di denaro liquido fermo

Perché quei soldi sono fermi sui conti correnti? Fondamentalmente per due motivi. Il primo è storico: è sempre stato così. Milena Gabanelli sul Corriere della Sera ha ricordato che nel febbraio 2019 (quando nessuno sapeva nulla di pandemie e coronavirus) erano 1.371 i miliardi parcheggiati sui conti correnti. 

Nel 2018, i depositi della clientela residente sono aumentati di 32 miliardi rispetto al 2017. Fino al 2005-2006 la liquidità dei privati parcheggiata sui conti correnti rappresentava il 23% del totale; nel 2009 era già salito al 29%; negli anni successivi è arrivato al 32% ma perché erano gli anni della crisi economica ed era più difficile risparmiare. Le imprese a fine 2018, fra titoli immediatamente convertibili e contante, tenevano immobilizzati circa 340 miliardi, oltre il 20% del Prodotto interno lordo, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi venti anni.

Nel 2020 il solo denaro liquido sui conti correnti degli italiani è cresciuto di 75 miliardi. Negli ultimi tre mesi dell'anno scorso, quando era scoppiata la seconda ondata dell'epidemia di coronavirus, il tasso di risparmio è cresciuto del 15%. Il Corriere ricorda anche che ad esso si aggiungono oltre cento miliardi accumulati dalle imprese, sempre di pura liquidità non investita.

Il tasso di remunerazione dei conti correnti è bassissimo, quindi non c'è nessuna convenienza a tenere grandi cifre di denaro parcheggiate su un normale c/c. Eppure è esattamente quello che è successo prima della pandemia di coronavirus. Con Sars-CoV-2 la necessità di risparmiare e accumulare liquidità si è acuita perché la gran parte degli acquisti programmati è stata rinviata proprio a causa dell'emergenza. Tutto questo ha un costo intrinseco proprio nei confronti del patrimonio: scrive sempre il Corriere che diecimila euro posteggiati su un conto infruttifero dopo cinque anni diventano poco più di 9 mila, per colpa di costi e inflazione.

 Al sistema Italia costa ancora di più. Se il cavallo non beve c'è poco da fare. Anche se qualcuno ha sempre in testa l'idea di costringerlo. Ma per capire meglio cosa sta succedendo bisogna anche osservare più da vicino i numeri di questo risparmio. Così ci si accorge che c'è una vera storia da raccontare. Un sondaggio condotto dalla Commissione Europea dice che la cifra di 75 miliardi risparmiati è frutto della media del pollo di Trilussa. Perché in Italia mentre le persone dai 16 ai 29 anni hanno ridotto in maniera significativa il loro risparmio, trovandosi quindi costretti ad attingere alle loro riserve per vivere, il livello di risparmio è invece aumentato per tutte le altre classi di età. 

Ovvero le persone tra i 30 e i 49 anni, tra i 50 e i 64 anni e tra gli ultrasessantacinquenni. Che sono quelli che hanno risparmiato di più (e hanno subìto la minore erosione della propria situazione finanziaria. Ovvero la crisi causata dall'emergenza coronavirus è stata pagata più di tutti dai giovani e meno di tutti dagli anziani. Anche Grecia e Spagna hanno numeri simili.

Due strade per gestire l'”eccesso” di risparmio

Quando ci si trova in questa situazione di solito si tende a parlare di “eccesso” di risparmio. E a cominciare a discutere ipotesi su come usufruire di questo “eccesso”: di solito il discorso ruota sempre e comunque intorno all'ipotesi di una patrimoniale. Che dovrebbe togliere i ricchi per dare allo Stato che a sua volta dovrebbe “ridistribuire” o investire.

C'è chi invece fa notare che “le motivazioni precauzionali al mantenimento di risparmio liquido dovrebbero essere meglio comprese, e rispettate. Ma, sopra ogni altra cosa, serve un enorme sforzo di educazione finanziaria”. E quindi in primo luogo è difficile attrarre risparmio – e quindi investimenti – in un paese che vorrebbe tassarlo, in secondo luogo che per risolvere il problema basterebbe un investimento in un prodotto finanziario a basso ma sicuro rendimento.

Soprattutto però viene in mente che questa situazione va comparata con quella dell'altro lato della medaglia. Nel 2020 il rapporto debito pubblico/PIL dell’area dell’euro è aumentato nettamente e nel 2021 dovrebbe toccare un massimo pari a circa il 98%, per poi scendere gradualmente a circa il 95 per cento nel 2023. Gli incrementi del rapporto debito/PIL, pari a 12,9 e 1,3 punti percentuali rispettivamente nel 2020 e nel 2021, riflettono in larga misura gli elevati disavanzi primari nonché, nel 2020, i differenziali molto sfavorevoli fra tasso di interesse e crescita. L'aumento per il 2020 è ascrivibile anche a considerevoli raccordi disavanzo-debito dovuti alle misure connesse con la pandemia, quali ad esempio il sostegno di liquidità alle imprese e alle famiglie.

Alla fine dell'orizzonte di proiezione, nel 2023, il rapporto debito/PIL dovrebbe collocarsi all’incirca 11 punti percentuali al di sopra del livello del 2019, prima della crisi, quando era pari all’84 per cento. Il ragionamento che fanno i fan della crescita espansiva qui è qualcosa di già sentito: finché tutti si indebitano, nessuno si indebita. Quindi questo debito non conta. Ma questo ragionamento vale oggi perché la situazione è eccezionale. Nella misura in cui tornerà gradualmente alla normalità, quel maggior debito comincerà a pesare. E se davvero ci torneremo, alla normalità, quel giorno tutti si accorgeranno dei rischi del nostro debito, non di quello della Germania. E allora sia per il debito pubblico che per il risparmio privato da cui togliere l'eccesso il problema è sempre lo stesso. Ovvero come lo si spende. Se lo fai per investire ha un senso. Se lo fai per sopravvivere ne ha un altro. Ovvero: attualmente ne ha sempre meno.

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