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Martedì, 30 Novembre 2021
Il risiko bancario

Banche da paura: qual è il nuovo problema con il Monte dei Paschi di Siena

Sfuma per ora la privatizzazione di Mps mentre prende quota l'ipotesi di un terzo polo bancario italiano

È ufficiale la rottura dei negoziati tra Ministero dell'Economia e la Banca milanese Unicredit che avrebbe dovuto salvare dal fallimento la storica banca senese Monte dei Paschi: mentre a Siena vedono di buon occhio che lo Stato Italiano resti azionista dell'istituto di credito, le passività maturate finirebbero per pesare 4 miliardi di euro sui conti pubblici. 

La crisi del Monte dei Paschi

Azioni che faticavano a fare prezzo, ancora una volta: un lunedì nero per il Monte dei Paschi di Siena, lo storico istituto bancario finito nel novero delle "bad bank" dopo il tracollo finanziario causato dall’acquisto di Antonveneta, un'operazione da 10 miliardi di euro che portò a processo gli ex vertici della banca per le presunte irregolarità finanziarie compiute tra il dicembre 2008 e il settembre 2012.

La crisi del Monte ci riporta alla mente il periodo nero del 2017 quando fu necessario un intervento del governo per salvare l’istituto senese ed evitare che si creasse un effetto domino negativo su tutto il sistema bancario nazionale. Furono necessari 5,4 miliardi e l’Unione europea approvò il salvataggio solo con la promessa che il Ministero dell'Ecomia avesse ceduto le proprie quote in Mps entro il 31 dicembre 2022.

Oggi il tempo stringe e Mps - la banca più antica d’Italia - ha come principale azionista lo Stato che detiene oltre il 60% del capitale. Così si spiega l’accelerazione della vicenda di questi giorni con il pressing del ministero dell'Economia su Unicredit per la cessione della banca sense che - secondo gli analisti - sarebbe sottovalutata in Borsa nonostante disponga di molto capitale in eccesso e un portafoglio ripulito. 

Eppure le nozze - o meglio l'assorbimento di Mps in Unicredit - è per ora rimandato e dopo tre mesi di trattative resta in bilico il futuro del Gruppo Mps e dei suoi 21 mila lavoratrici e lavoratori.

La cessione sfumata a Unicredit

Ma a ben guardare la cessione "a condizioni di mercato" indicata dal ministro Daniele Franco ad agosto scorso è stato il motivo che ha fatto fallire la cessione: Unicredit chiedeva che lo Stato sottoscrivesse un aumento di capitale da 6,3 miliardi di euro da aggiungere ai benefici fiscali di 2.2 miliardi che sarebbero stati quantificati alla banca milanese come crediti d'imposta in caso di deal. 

8,5 miliardi di euro pubblici che hanno fatto saltare il banco anche perché avrebbero potuto far scattare l'ipotesi di una sanzione come maxi-aiuto di Stato a Unicredit. Senza dimenticare che uno dei nodi rimasti irrisolti è relativo a circa 8.000 esuberi. Ora la palla passa al Governo e al confronto con la Commissaria alla Concorrenza guidata da Margrethe Vestager per chiedere una proroga del termine per privatizzare Mps.

Il terzo polo bancario

La crisi Mps apre la discussione sulla necessità di un terzo polo bancario. In Italia infatti ad oggi ci sono già due grandi gruppi: Intesa-Sanpaolo e UniCredit a cui si aggiungono quelle ad azionariato non italiano, Credit Agricole e Bnp Paribas. E da più parti emerge la suggestione che dal fallimento dell'incorporazione dei Mps in Unicredit possa nascere la spinta ad una nuova integrazione tra banche territoriali che escono da momenti di forte crisi: da Siena potrebbe nascere l'asse con la Cassa di Risparmio di Genova (salvata dal Fondo Interbancario tutela depositi) e la Popolare di Bari (che ha trovato come partner il Mediocredito Centrale). 

Lo aveva chiarito a settembre intervenendo a Cernobbio il presidente di Intesa-Sanpaolo Gian Maria Gros Pietro, e lo torna a chiedere oggi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: "Capisco le esigenze del Mef che deve risolvere la situazione Mps- spiega a margine di un assemblea con gli industriali torinesi - in questo mi auguro che ci sia una grande discussione a livello nazionale per un terzo polo, anche perché nell'affrontare il Pnrr gli investimenti privati  saranno la parte più importante, quindi  avere tre poli bancari molti importanti secondo me potrebbe essere utile anche al sistema delle imprese". 

Sileoni (Fabi): "Per Mps non passi la logica dello spezzatino"

Sul piatto il destino di migliaia di lavoratori. "Non accetteremo tagli di personale se non attraverso prepensionamenti su base volontaria e deve essere chiaro che ci opporremo, con tutti i mezzi a nostra disposizione, a qualsiasi tentativo di macelleria sociale" dichiara il segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani (Fabi), Lando Maria Sileoni che accusa il governo e la politica di aver fatto fallire l'operazione. Dai sindacati il timore che non ci sia nessun altro gruppo capace di sostituire Unicredit nell'operazione. 

"Non c'è nessuno in questo momento a meno che non passa la logica dello spezzatino" conclude Sileoni , sottolineando che "noi non permetteremo nessun licenziamento. Se pensano di poter risolvere la soluzione Mps lasciando il sindacato col cerino in mano, noi non ci staremo. Le soluzioni ci sono, ma è chiaro che non possono ricadere su chi lavora".

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