Venerdì, 17 Settembre 2021
Economia Italia

Qe, Draghi scarica il bazooka: dal 2019 l'Italia avrà solo l'euro a garanzia dei propri conti

Gli acquisti dei titoli di Stato proseguiranno solo fino a dicembre, mentre i tassi di interesse non verranno alzati almeno fino all'estate del 2019. Parallelamente la Bce ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica dell'area euro sul 2018

Il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi a Riga, 14 Giugno 2018. FOTO ANSA EPA/VALDA KALNINA

La Banca Centrale Europea ha annunciato un percorso di prudente normalizzazione della sua politica monetaria: gli acquisti dei titoli proseguiranno fino a dicembre - già da ottobre si riduranno a 15 miliardi di euro al mese dagli attuali 30 - per poi concludersi, ma oltre quella data la Bce continuerà a mantenere lo stock di bond già rilevati.

Non solo: i tassi di interesse non verranno alzati almeno fino all'estate del 2019 o anche oltre. Il costo del denaro viene confermato: il tasso sulle principali operazioni di rifinanziamento resta a zero, il tasso sulle operazioni marginali resta allo 0,25 per cento e il tasso sui depositi parcheggiato dalle banche resta al meno 0,40 per cento.

Parallelamente la Bce ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica dell'area euro sul 2018.

L'obiettivo della Bce: inflazione al 2%

La strategia di uscita dal programma di acquisti netti è "soggetta al fatto che i dati che giungeranno confermino le attese di medio termine del Consiglio sull'inflazione", ha precisato la Banca centrale Europea con un comunicato in cui enuncia le decisioni prese dal direttorio dei banchieri eruopei. L'impegno comune è quello di mantenere "un ampio grado di accomodamento monetario" che assicuri la convergenza del caro vita verso l'obiettivo di medio termine che vuole la crescita dei prezzi "inferiore ma vicina al 2%".

Per mantenere questa "stella polare" dopo lo stop definitivo per il Quantitative Easing la Bce conferma l'intenzione di ''reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del programma di acquisto di attività per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività e in ogni caso finché sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio livello di accomodamento monetario''.

Draghi: l'euro è irreversibile perché è forte

"L'euro è irreversibile perché è forte, perché la gente lo vuole e perché non aiuta nessuno ridiscutere la sua esistenza". Lo ha affermato il presidente della Bce, Mario Draghi nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea.

Commentanto il rischio spread anche alla luce di quanto successo alla volatilità sui titoli di Stato dell'Italia lo scorso mese, il Governatore ha spiegato come sui mercati dei titoli di Stato "abbiamo visto un aumento significativo dei rendimenti seguito a incertezza politica" ma si è trattato di "un episodio locale" che non ha portato a "nessun rischio di ridenominazione" e "non abbiamo un vero effetto contagio". 

Sulle prospettive di crescita economica c'è "un innegabile aumento dell'incertezza, prevalentemente a causa della gepolitica", ha rilevato il presidente della Bce Mario Draghi, nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo.

"Potrebbe esserci una fase di moderazione più lunga del previsto ma al tempo stesso questo non ci dice che la solidità di fondo stia cambiando e noi la riteniamo adeguata a garantire che l'inflazione prosegua nel suo percorso di normalizzazione".

Tuttavia secondo Draghi le notizie che giungono dal versante economico "restano buone ma non così buone come tre mesi fa". Ad esempio la crescita dell'area euro che si è moderata "allo 0,4 per cento, è meno dello 0,7 per cento ma resta alta".

Bce taglia le previsioni di crescita dell'eurozona 2018 

I tecnici della Bce hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica dell'area euro sul 2018 al 2,1 per cento. Sul 2019 stimano un più 1,9 per cento e sul 2020 un più 1,7 per cento. Lo scorso marzo le proiezioni indicavano una crescita annua del Pil del 2,4% nel 2018, dell`1,9% nel 2019 e dell'1,7% nel 2020, a seguito di un rialzo sul 2018.

I tecnici della Bce hanno rivisto al rialzo le previsioni di inflazione nell'area euro su quest'anno e il prossimo: ora sul 2018 stimano un 1,7, così come su 2019 e 2020. Lo scorso marzo i tecnici di Francoforte stimavano un tasso di inflazione dell'1,4% nel 2018, dell'1,4% nel 2019 e dell'1,7% nel 2020. 

La fine del Qe non è la fine del mondo

Il Qantitative easing è uno strumento di politica monetaria non convenzionale - attuato fin dal 2015  - e come tale non poteva essere eterno. Le banche centrali solitamente, in condizioni normali, tengono sotto controllo l'inflazione con il rialzo e il ribasso dei tassi d’interessi. La Bce ha avviato nel marzo 2015 il Qe per contrastare i timori di deflazione. E per accelerare l'uscita dalla grande crisi nell'Eurozona: in poche parole la regolamentazione delle banche e dei mercati finanziari è cambiata per ridurre i rischi nel sistema e proteggere soldi dei contribuenti.

Ma cos'è la deflazione? Tutti sanno che cos'è l'inflazione, ovvero quando i prezzi aumentano, la delfazione è il suo contrario ma non sempre, come abbiamo visto è positivo. 

La deflazione registrata nel corso del 2016 ha portato l'economia italiana in recessione a causa della stagnazione dell'economia, ovvero: i consumi sono calati perché la domanda di acquisto è precipitata.

"La frenata dei prezzi al dettaglio nel 2016 è il frutto del crollo record dei consumi registrato in Italia - evidenzia il Codacons - l’attesa ripartenza della spesa da parte delle famiglie non si è verificata, e complessivamente negli ultimi 8 anni i consumi degli italiani sono calati di ben 80 miliardi di euro. Come se ogni nucleo familiare avesse ridotto gli acquisti per 3.333 euro dalla crisi economica ad oggi".

Un esempio di quanto possa essere negativa la deflazione lo si evince dai dati di Coldiretti: "Nelle campagne i prezzi riconosciuti agli agricoltori in alcuni casi non coprono neanche i costi di produzione. Nel 2016 si dovevano vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane". Il circolo vizioso innescato dalla deflazione produce il calo dei prezzi che produce l'aspettativa di ulteriori cali futuri e può portare al continuo rinvio degli acquisti: l'effetto sulle imprese, sui bilanci e sui livelli occupazionali è ancora sotto gli occhi di tutti.

Alla fine del 2018, secondo i calcoli di Intesa SanPaolo, la Bce avrà acquistato in totale titoli di Stato italiani per 356 miliardi: questi titoli sono entrati nel bilancio della Banca centrale europea/Banca d'Italia e ci resteranno a lungo.

Ora il bilancio della Bce è arrivato a quota 4.170 miliardi: il suo bilancio prima del crack della banca di affari Lehman Brothers orbitava attorno ai 1000 miliardi.

Fine del Qe, quali sarà l'effetto sul mercato dei titoli

Con la fine del Quantitative Easing il mercato dei Btp dovrà fare a meno di un compratore abitudinario e soprattutto disinteressato rispetto all'andamento dello spread: ora la Bce acquista attorno ai 200 milioni di euro al giorno, in media, di titoli di Stato italiani. E questo a prescindere dall'andamento dello spread e del rischio-Italia.

Secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio sui conti pubblici, ripresi dal Sole 24 Ore: "L’anno prossimo gli investitori privati dovranno assorbire 200,9 miliardi di euro di titoli di Stato a medio e lungo termine, cioè 30,6 miliardi in più dei 170,3 di quest’anno. E questo aumento, del 18%, rimarrà tale solo a patto di rispettare alla lettera i tendenziali di finanza pubblica scritti nell’ultimo Def. Se a ritoccare il percorso interverranno nuove misure di spesa senza copertura o riduzioni di entrata, dovrà crescere anche l’impegno sul mercato. Il contrario succederebbe invece nel caso (oggi poco probabile) di un balzo della crescita in grado di spingere le entrate fiscali”.

A conti fatti, gran parte della consistente iniezione di liquidità arrivata dalla Banca Centrale alle banche è rimasta al loro interno per andare ad aumentare il livello di patrimonializzazione, anziché essere impiegati nell’economia reale.

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