BREXIT: le conseguenze sull’economia, l’occupazione e l’innovazione

Primo bilancio su quelle che si aspettano essere le ricadute con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e il relativo impatto su economia, occupazione e innovazione. Intervistato sul tema il presidente dell’ANGI, Gabriele Ferrieri

Il Regno Unito è uscito ufficialmente dall’Unione europea, ma fino a dicembre Bruxelles e Londra proveranno (in soli 11 mesi) a definire le loro relazioni commerciali. Poi, la Brexit sarà reale per cittadini e imprese. Con la loro uscita si calcola un buco di 60 miliardi di euro nel bilancio comunitario e un solo membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia.

E ora che è diventata operativa, la Brexit può dimostrare quali saranno le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sulla tenuta dei posti di lavoro. Non solo in Inghilterra ma anche in Italia.  Con l’uscita ufficiale, Londra dovrà trovare un accordo con Bruxelles in grado di far funzionare senza scossoni i rapporti tra l’isola e resto dei paesi dell’Unione europea di cui non fa più parte.

La Brexit avrà un impatto negativo sull’occupazione degli italiani a Londra?

Per l’Italia si parla, come dato aggregato di 139 mila posti persi. Ma quel numero si riferisce allo scenario peggiore, cioè l’uscita senza accordo e con l’applicazione delle tariffe commerciali applicate agli scambi extra-comunitari. Un’ipotesi che è sì sul piatto ma scongiurabile se le relazioni porteranno ad un accomodamento equilibrato tra le parti.

Intervistato sulla questione Brexit e sulle ricadute occupazionali, per portare il commento dei giovani innovatori italiani, il Presidente Gabriele Ferrieri (ANGI – Associazione Nazionale Giovani Innovatori), ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

I numeri più realistici secondo le recenti indagini svolte sono contenuti nei dettagli sull’impatto della soft Brexit sui singoli settori produttivi. Le analisi parlano di una possibile perdita di 1656 posti in agricoltura, 1248 nel food&beverage, 4779 posti nel tessile nella moda e dell’industria degli accessori, 551 posti nell’industria chimica, 431 in quella farmaceutica, 2378 nei macchinari, 667 nella componentistica automotive, 2207 nei servizi di supporto amministrativo. In aggiunto lo studio di Leuven ha stimato 140 mila posti persi in Inghilterra in caso di uscita soft e 526 mila nel caso di hard Brexit”.

Questo dato è in linea con l’analisi stilata dal Ministero del Tesoro inglese con lo scenario derivante anche dalla perdita dei fondi europei per la ricerca, l’innovazione e la creazione di imprese.

Proprio mentre il Regno Unito lasciava l’Unione, 31 gennaio, il giorno della Brexit, i presidenti delle tre istituzioni europee, Ursula von der Leyen per la Commissione, David Sassoli per il Parlamento europeo e Charles Michel per il Consiglio europeo, hanno tenuto una conferenza stampa a Bruxelles per raccontare che erano stati il giorno prima nel piccolo comune di Bazoches, in Francia. Un’operazione di comunicazione politica per dare forza e continuità al progetto europeo.

Infine sul fronte delle buone notizie, Londra conferma che non rinuncerà all’Erasmus. A rassicurare gli studenti inglesi è il sottosegretario all’Istruzione e università, Chris Skidmore, in risposta alle polemiche degli ultimi giorni.

Così il commento del Presidente dell’ANGI, Gabriele Ferrieri:

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“Circa 5 milioni di studenti hanno partecipato, dal suo lancio nel 1987, al programma di mobilità europea. E ogni anno 400.000 persone tra studenti, insegnanti e altro personale vanno all’estero grazie a Erasmus+. I risultati dimostrano che Erasmus+ contribuisce a preparare i giovani europei alla nuova era digitale e li aiuta a preparare la loro futura carriera professionale, rafforzando anche la capacità di innovazione delle università.

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