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Sabato, 24 Febbraio 2024
Tema caldo

Che ne sarà dei buoni pasto

Il tetto del 5% sulle commissioni a carico degli esercenti nelle gare per l'acquisto di buoni pasto per il settore pubblico è soltanto il primo passo di una riforma necessaria, ma con diversi nodi ancora da sciogliere. Luciano Sbraga, vicedirettore Fipe, a Today: "Serve un intervento strutturale"

Una quiete apparente dopo la tempesta, in attesa che vengano sciolti alcuni nodi chiave. Il tema dei buoni pasto rimane caldo dopo l’approvazione della norma che fissa il tetto massimo del 5% alle commissioni a carico degli esercenti come bar, ristoranti supermercati e altre attività, nelle gare per l’acquisto dei buoni pasto destinati ai dipendenti pubblici. La novità approvata lo scorso 14 luglio con il Decreto Aiuti è servita a placare gli animi delle associazioni di categoria che, dopo anni di polemiche e proteste contro le commissioni sempre più alte, erano arrivate lo scorso 15 giugno a dichiarare una giornata di sciopero in cui non avrebbero accettato i cosiddetti ticket. La principale causa erano appunto le percentuali delle commissioni, arrivate in alcuni casi anche al 20%: cifre elevate che hanno reso i buoni pasto invisi ad alcuni commercianti. Per capirne bene il motivo è necessario fare un passo indietro e capire  come funziona il sistema dei buoni pasto. 

I buoni pasto e il caos commissioni

I buoni pasto sono uno strumento di welfare utilizzato dalle aziende, sia pubbliche che private, per sostituire il servizio mensa al personale. Questi ticket, di importi differenti, vengono forniti da aziende specializzate, che firmano delle convenzioni con gli esercenti. Quando un bar o un ristorante riceve un pagamento in ticket, poi li inviano alla società che li ha emessi per ottenere il rimborso, che però non è mai pari al valore stampato sul biglietto, ma leggermente inferiore. La percentuale mancante è rappresentata dalla commissione chiesta dall’azienda che si occupa di emettere i buoni pasto.

In un primo momento questa commissione era intorno al 3%, ma con il susseguirsi delle gare d’appalto a ribasso indette da Consip, la centrale acquisti per la pubblica amministrazione, per l’assegnazione dei servizi di buoni pasto alle aziende pubbliche, questa "fetta" ha iniziato a lievitare. A vincere i contratti erano le aziende che presentavano l’offerta economica più bassa, proponendo sconti e agevolazioni per assicurarsi le gare di Consip. Una strategia che potrebbe sembrare poco vantaggiosa, ma che diventa quasi necessaria data l’enorme quota di lavoratori rappresentata dal settore pubblico. Gli sconti e le commissioni stabiliti con le gare Consip sono diventati poi un riferimento anche per il settore privato, che nel corso degli anni si è adeguato alle percentuali sempre più elevate. Una corsa al ribasso che porta i commercianti a comprare i buoni pasto a prezzi inferiori al loro valore nominale, dovendo quindi pagare la differenza tra quanto incassato con i ticket e il reale importo che il cliente avrebbe pagato in contanti.

Cosa cambia con il tetto al 5%

Con la novità introdotta con il decreto Aiuti, a partire dalla prossima gara Consip per l’assegnazione dei buoni pasti per i dipendenti pubblici, le attività commerciali pagheranno una commissione massima pari al 5% per ogni ticket. Una modifica che al momento coinvolge soltanto le aziende del settore pubblico, ma è probabile che, come avvenuto in passato, l’adeguamento prenda piede anche nel settore privato. La norma è stata accolta con favore dalle associazioni della ristorazione e del commercio (ANCC-Coop, ANCD-Conad, Federdistribuzione, FIDA, Fiepet-Confesercenti e FIPE-Confcommercio), un primo passo verso una riforma strutturale del sistema, che non può certo fermarsi al tetto sulle commissioni. Il primo banco di prova per valutare l’impatto delle nuove regole sarà la prossima gara Consip (BP10) del valore di 1,2 miliardi di euro: "L’obiettivo - ricordano le associazioni - è nel segnare una profonda discontinuità con le precedenti gare che hanno portato a commissioni addirittura superiori al 21%” e “rispondere al disagio di migliaia di imprese costrette a pagare una tassa occulta del valore di centinaia di milioni di euro per assicurare il servizio ai lavoratori che utilizzano ogni giorno il buono pasto".

Tuttavia, il tetto sulle commissioni è soltanto l’inizio di un processo che dovrebbe rivoluzionare un mercato distorto come quello dei buoni pasto. Restano infatti ancora dei nodi da sciogliere, in primis lo svolgimento e le regole del settore privato, come ricordano le associazioni: "Serve una riforma strutturale, per intervenire anche sulle gare private che oggi non sono interessate dal provvedimento appena approvato e che, tuttavia, valgono due terzi del mercato. Occorre adottare modelli di regolazione mutuati da altri Paesi europei, mettendo al centro la salvaguardia del valore reale del buono pasto, da quando viene acquistato dal datore di lavoro a quando viene speso dal lavoratore. Ed è bene ricordare che questo strumento prevede già importanti vantaggi sia per il datore di lavoro con la decontribuzione, sia per il lavoratore con la defiscalizzazione".

I nodi da sciogliere

L'introduzione del tetto del 5% sulle commissioni è quindi un primo tassello, la prima parte di una riforma più grande, come ricordato a Today.it da Luciano Sbraga, vicedirettore Fipe: "È stato un passo dettato dall'urgenza, visto che la gara Consip 10 è di prossima indizione e non c'era il tempo per arrivare ad una riforma completa. Il limite del 5% è un ottimo risultato, considerato che nelle gare 8 e 9 gli sconti medi erano stati rispettivamente del 19% e del 17%, con punte anche del 21%. Adesso gli esercizi che prenderanno i buoni pasto dalla prossima gara non dovranno pagare più del 5% di commissione, possibilmente anche meno".

Una piccola rivoluzione che al momento riguarda soltanto il settore pubblico, che nel caso degli aumenti passati è stato preso come riferimento anche per le gare o le assegnazioni private. Un processo che, secondo Sbraga, potrebbe non funzionare all'inverso: "Il pubblico ha fatto da benchmark per il privato quando si è trattato di guadagnare, ma dubito che funzionerà al contrario. Se esistono norme che consentono di ottenere un risparmio del 15-20% è evidente che può farlo lo sfrutterà: chi non sarà tenuto a rimanere per legge sotto il 5% è probabile che continuerà a pretendere gli sconti ottenuti fino ad oggi".

"Per questo - ha aggiunto Sbraga - c'è bisogno di una riforma strutturale che metta al centro il valore nominale del buono, che deve essere intoccabile dall'inizio alla fine. Anche basare le gare sulla qualità è inutile: le gare pubbliche sono basate per l'80-85% su elementi qualitativi e per il restante 15-20% in base al prezzo, alla fine per chi vince la gara è quello che offre lo sconto maggiore, perché tutte le aziende sono in grado di soddisfare i requisiti qualitativi. Gli unici elementi sui cui si può andare a lavorare sono quelli tangibili, se il prezzo dei buoni pasto rimane identico al loro valore nominale, si potrebbe intervenire sulla commissione che il datore di lavoro deve pagare all'azienda che emette i ticket e cura il servizio. In base a questa discriminante, un'eventuale gara verrebbe assegnata a chi fa pagare una commissione minore".

Una possibile soluzione, quella suggerita dal vicedirettore Fipe, che potrebbe prevedere anche una divisione di questo onere tra i datori di lavoro e gli esercenti: "Si potrebbe anche stabilire una divisione in quote tra questi due soggetti (il datore e l'esercente ndr.) considerando che entrambi usufruiscono di un servizio relativo alla gestione e alla fruizione dei buoni pasto, che va pagato a chi emette i ticket. Nella vecchia modalità gli sconti promessi diventavano a due zeri cifre perché poi venivano "scaricati" sugli esercenti, in questo modo ci sarebbe un modello molto simile a quello dei pagamenti elettronici, in cui le attività commerciali pagano una piccola percentuale di commissione per la gestione del pagamento".

La norma introdotta lo scorso 14 luglio sembrava l'inizio di un percorso che avrebbe portato la riforma a trovare spazio nella prossima Legge di Bilancio, ma con l'ultimo terremoto innescato dalla crisi di Governo, l'incertezza è tornata protagonista: "Serve un provvedimento - ha concluso Sbraga - e pensavamo di avere una road map precisa, ne avevamo parlato anche con Laura Castelli, viceministro al Mef, ma adesso il quadro politico è mutato completamente". Prima di capire quale sarà il destino dei buoni pasto, c'è prima da capire quale governo se ne dovrà occupare.


 

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