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Venerdì, 19 Agosto 2022
Inflazione record

Buste paga: il piano del governo per aumentare gli stipendi

L'esecutivo Draghi non esclude nuove mosse per tamponare gli effetti dell'inflazione, ma le strategie non sono condivise all'interno della maggioranza. Entro luglio un provvedimento per aiutare famiglie e imprese. Si torna a parlare di taglio del cuneo fiscale, salario minimo "all'italiana" e tassazione delle rendite finanziarie

L'inflazione morde, ha sfondato l'8 per cento in Europa. Il governo Draghi non esclude nuove mosse per tamponare gli effetti dell'aumento dei prezzi. L'obiettivo è far sì che le buste paga siano più pesanti, perché la via dei bonus non sembra percorribile ad oltranza e ha effetti tutto sommato limitati dal punto di vista temporale. L'aumento dei prezzi al consumo colpisce di più le fasce più povere della popolazione.  La crescita dei prezzi nasce dai beni energetici, che aumentano in un anno del 48,7%, e poi dai beni alimentari che crescono del 9,6% se parliamo di frutta, verdura, carne fresca, e di 8,2% se facciamo riferimento ai beni lavorati, come succhi di frutta e conserve. Chi ha peggiori condizioni reddituali e quindi maggiori vincoli di bilancio sta soffrendo maggiormente. Gli stipendi italiani sono bassi. E, soprattutto, sono gli unici tra quelli dei paesi Ocse a non essere cresciuti negli ultimi 30 anni. In questo scenario già di per sé depresso si abbatte ora la ripresa dell’inflazione. Secondo diverse stime, a fine 2022 i lavoratori si troveranno in tasca il 5% in meno in termini reali rispetto all’anno prima. Che fare, dunque?

Il piano per aumentare le buste paga

E' previsto per prima di metà luglio un incontro tra premier e parti sociali. Sindacati e imprese sono favorevoli a un taglio immediato del cuneo fiscale, in modo da mettere al più presto soldi nelle tasche degli italiani. Nella maggioranza voci contrarie, ovviamente, non ce ne sono. Ma è fattibile? Come? Qui le strade divergono, perché il Pd chiede un taglio a favore dei lavoratori, mentre Lega e Forza Italia chiedono che cintestualmente vengano sgravate anche le imprese.  Secondo le imprese il problema è tutto nel “cuneo fiscale”, ossia la differenza tra quanto un datore di lavoro versa al lordo (ossia incluse tasse, contributi sociali a carico dello stesso lavoratore e del datore di lavoro, etc) e il netto, ovvero la somma che finisce nelle tasche del dipendente. Sul fronte sindacale la Cgil propone di finanziare gli aumenti principalmente tassando le rendite finanziarie. Anche istituzioni “insospettabili” come Ocse o Fondo monetario internazionale suggeriscono di spostare parte del carico fiscale dai redditi da lavoro a quelli da capitale.

Pare difficile che prima dell'autunno si trovi una soluzione sostenibile di prospettiva. Se ne parla in vista della prossima manovra, insomma.  Nell'immediato per Draghi la strada maestra per frenare i rincari resterebbe il price cap. Il tetto al prezzo dell'energia, che però è fattibile solo a livello europeo. Le ultime settimane sono state faticosissime per convincere i partner dell'Unione ma il premier è fiducioso che in autunno qualcosa l'Italia riuscirà a ottenere. Per l'ex presidente della Bce l'impennata dei prezzi va inquadrata nell'aumento del costo dell'energia, aggravato dalla guerra in Ucraina. Al Tesoro, invece, si comincia a temere che la corsa dei prezzi potrebbe durare per tutto il 2022 e forse oltre. Il governo ha ben chiara la necessità di adottare politiche di equità che mettano al centro la difesa dei segmenti più vulnerabili della popolazione, che subiscono la erosione dei salari, senza però contestualmente innescare la crescita dell’inflazione che, in una spirale inarrestabile.  penalizzerebbe di nuovo sempre i più poveri.

Non ci sarà alcuno scostamento di bilancio però. Entro il mese di luglio, secondo un'indiscrezione della Stampa, il governo "prevede un provvedimento per aiutare famiglie e imprese. Magari partendo dalle fasce di reddito più deboli e usando la leva dei contratti. I tecnici della Ragioneria sono alle prese con le calcolatrici per avere un'idea più chiara delle risorse a disposizione. La crescita, che si mantiene a un buon livello, aiuta. Così le maggiori entrate che derivano dall'evasione fiscale e contributiva, e per effetto dell'inflazione dall'Iva. Dalle ultime indiscrezioni, si prevedono una decina di miliardi circa. Di questi però una parte potrebbe essere tenuta di scorta per il prossimo decreto che servirà a contenere le bollette di luce e gas". Per luglio, "in attesa di capire se il governo riuscirà a inserire una prima misura di taglio del cuneo, ci sarà abbastanza per rinnovare la dote dei fondi di garanzia per i prestiti alle imprese, che al Tesoro considerano comunque un'altra medicina per la cura dell'inflazione". Il salario minimo sembra un obiettivo lontano, sindacati e imprese non sono convinti.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando avrebbe lanciato l'idea di un compromesso possibile per intervenire subito sulle buste paga, ovvero puntare a rendere obbligatorio il contratto migliore in ciascun settore, ma è difficile che vada in porto. Sarebbe una sorta di salario minimo "all'italiana".

"Più soldi in busta paga con i proventi della lotta all'evasione"

"I lavoratori chiedono giustamente la difesa del potere d’acquisto dei salari, le imprese non vogliono l’aumento dei costi a loro carico. Perciò è necessario trovare un accordo: un aumento dei prezzi senza tutela del potere d’acquisto può portare a rallentare l’economia". Lo dice in un'intervista a Repubblica la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra. Si parla da mesi di un taglio del cuneo fiscale: "È un intervento di rilievo - dice Guerra -, ma va inquadrato in una ricomposizione del prelievo. Il cuneo deve essere finanziato. Chi paga? C’è l’esigenza di redistribuire il costo dell’inflazione e non si dovrebbe aver paura di dare a chi ha meno togliendo a chi ha di più. È la logica che ha portato a varare il contributo straordinario sugli extraprofitti: dobbiamo mostrare lo stesso coraggio. Una via è destinare alla riduzione del cuneo tutto il gettito aggiuntivo ottenuto dal contrasto all’evasione: l’anno scorso fu di 4 miliardi, questosarà un po’ meno, ma si può usare per tagliare le tasse sul lavoro".

Qualcuno ricomincia anche a parlare di scala mobile. La scala mobile è quel sistema di rivalutazione automatica delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti introdotto in Italia nel 1945 per proteggere il potere d’acquisto dei salari, adeguando automaticamente la dinamica salariale a quella inflazionistica sulla base di aumenti che, a livello provinciale, erano uguali per tutti i lavoratori, indipendentemente dalla categoria di appartenenza, ma diversificati per età e genere. Nel 1951 fu stabilito un sistema attraverso il quale, alle variazioni dell’indice dei prezzi, scattavano corrispondenti aumenti delle retribuzioni. Il punto di contingenza era uguale per l’intero Paese e per tutti i comparti dell’economia nazionale, ma con valori diversi a seconda della categoria, della qualifica, dell’età e del genere. Secondo vari esperti è però sbagliato pensare a meccanismi automatici come lo era la scala mobile perché innescano una rincorsa salariale ed una spirale inflattiva ancora più pericolose.

La strada più realistica è quella che si basa su un accordo per una nuova stagione di politica dei redditi: detassare i frutti dei rinnovi contrattuali, mettere sotto controllo prezzi e tariffe pubbliche, estendere la platea del bonus bollette, confermare in via strutturale l’abbattimento delle accise sui carburanti e prorogare il bonus di 200 euro per lavoratori e pensionati con redditi sotto i 35 mila euro. Staremo a vedere.

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