Domenica, 20 Giugno 2021
Economia

Caporalato e distribuzione “distorta”: quando la bottiglia costa più del pomodoro

Un'analisi della Coldiretti ha messo in evidenza come, nel prezzo di una passata, i costi di distribuzione superino di gran lunga quelli del prodotto stesso

La fase di lavaggio dei pomodori pelati (FOTO ANSA)

La morte di 16 braccianti avvenuta nella provincia di Foggia, in due diversi incidenti stradali, ha riportato in auge il tema del caporalato e dello sfruttamento che avviene in molti campi del Sud Italia. Tutti i principali attori della politica italiana, dal Movimento 5 Stelle alla Lega, passando per Pd e LeU, hanno espresso il loro rammarico per la carenza di controlli, nonostante esista una legge sul caporalato. Un fenomeno complesso, che coinvolge diversi fattori e che non può essere limitato al modo in cui i cosiddetti 'caporali' sfruttano le persone alla disperata ricerca di un lavoro. Infatti, quello del caporalato è soltanto uno dei tasselli di un puzzle più grande, che 'tira nel calderone' anche anche i meccanismi della grande distribuzione e i prezzi ad essa collegati.

Costa più il contenitore del prodotto

Una recente analisti della Coldiretti ha dimostrato come esista una evidente 'distorsione' nei costi di produzione: nel prezzo di una passata comprata al supermercato si paga di più la bottiglie che non il pomodoro che contiene. In una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%) secondo la Coldiretti è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità

“Esiste – sostiene la Coldiretti – un evidente squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera favorito anche da pratiche commerciali sleali come i casi di aste capestro on line al doppio ribasso che strangolano gli agricoltori con prezzi al di sotto dei costi di produzione, nonostante il codice etico firmato l’anno scorso fra il Ministero delle Politiche Agricole e le principali catene della grande distribuzione, che avrebbe dovuto evitare questo fenomeno che spinge a prezzi di aggiudicazione che non coprono neanche i costi di produzione”.

“Occorre spezzare la catena dello sfruttamento che si alimenta dalle distorsioni lungo la filiera, dalla distribuzione all’industria fino alle campagne dove i prodotti agricoli pagati sottocosto pochi centesimi spingono le imprese oneste a chiudere e a lasciare spazio all’illegalità” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare la necessità di “una grande azione di responsabilizzazione, dal campo allo scaffale, per garantire che dietro tutti gli alimenti in vendita, italiani e stranieri, ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una equa distribuzione del valore.

"Per questo – conclude Moncalvo – occorre affiancare le norme sul caporalato all’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate dall’apposita commissione presieduta da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie promosso dalla Coldiretti”. A pesare secondo la Coldiretti sono le pratiche commerciali sleali come i casi di aste capestro online al doppio ribasso che strangolano gli agricoltori con prezzi al di sotto dei costi di produzione, nonostante il codice etico firmato l’anno scorso fra il Ministero delle Politiche Agricole e le principali catene della grande distribuzione che avrebbe dovuto evitare questo fenomeno che spinge a prezzi di aggiudicazione così bassi che strozzano a cascata industriali e agricoltori.

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