Ricerca senza fondi, ma i “cervelli di ritorno” esistono

Il nostro Paese è tra quelli che investono meno a livello europeo e ogni anno circa 3mila italiani lasciano i confini nazionali per cercare fortuna altrove. Ma ogni tanto qualcuno torna, con un bagaglio di conoscenze in più: la storia del dott. Canettieri

Foto di repertorio

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un vero e proprio esodo dall'Italia: 30mila 'cervelli in fuga' che negli ultimi 10 anni hanno lasciato il territorio italico per andare all'estero per studiare o per lavorare. Uno svuotamento che inevitabilmente impoverisce l'Italia nella maggior parte dei settori. Uno di quelli che risente maggiormente di questo fattore è senza dubbio la ricerca scientifica, sia pubblica che privata. Basti pensare che nel 2016 l'Italia ha investito 'soltanto' 21,6 miliardi di euro. Una cifra non irrisoria, ma che appare misera se confrontata con i 33 miliardi investiti dal Regno Unito o ai 50 miliardi spesi dalla Francia. Investimenti che equivalgono all'1% del Pil, praticamente la metà della spesa media nei Paesi dell'Unione europea, dove gli Stati più competitivi intendono raggiungere la soglia del 3% entro il 2020. 

In un quadro così 'povero', sembra difficile dare torto a chi lascia casa e famiglia per cercare fortuna altrove, magari in Paesi in cui la ricerca viene finanziata in maniera adeguata, lasciando agli stesso ricercatori spazio e libertà per portare a termine i loro progetti. Ma non tutti lasciano il nostro Paese per non tornare più, esiste anche chi, dopo aver trascorso alcuni anni all'estero per ampliare e approfondire le proprie conoscenza, torna a 'casa' per contribuire, con quello che ha imparato, a portare dei miglioramenti all'Italia. 

30 mila cervelli in fuga in 10 anni, un progetto per trattenerli

Uno di questi “cervelli di ritorno” è Gianluca Canettieri, laureato in Medicina e Chirurgia presso Sapienza Università di Roma, che ha effettuato un dottorato di cinque anni negli Stati Uniti, preso Salk Institute for Biological Studies di San Diego. Un'esperienza unica ed importante, come raccontato dal diretto interessato a Today: “Ho deciso di andare negli Usa perché durante il dottorato di ricerca avevo fatto degli studi in ambito endocrinologico e metabolico che per approfondirle mi sono rivolto ad un centro di ricerca all'avanguardia e ho cercato un supporto. Mi sono così rivolto all'Istituto Pasteur che ha approvato il mio progetto, consentendomi di andare in questa sorta di 'isola felice', abitata da scienziati di primo livello e premi Nobel”.

Confrontarsi con esperti di prim'ordine in strutture con tecnologie avanzate ha trasformato questa esperienza in un arricchimento, umano e professionale, fondamentale per il dott. Canettieri: “Io non l'ho mai pensata come una fuga, ma più come un'opportunità di miglioramento. Lo considero ancora come un processo necessario, ma non mi sono mai sentito come uno che scappava, anche se all'inizio di questo percorso non pensavo che sarei potuto tornare in Italia”. 

“L’esperienza al Salk Institute – continua Canettieri - è stata fondamentale per la mia formazione. Ho imparato metodologie innovative, ho conosciuto scienziati illustri e premi Nobel, come Renato Dulbecco, Francis Crick, Sidney Brenner, ho condiviso le mie idee con ricercatori brillanti, ho acquisito la mentalità e lo spirito statunitense del ricercatore. Insomma una svolta nella mia vita. Poi ho deciso di provare a fare quello che avevo sempre desiderato: lavorare in Italia e fare una ricerca di buon livello, mettendo a frutto quanto appreso in America”.

Secondo le ultime stime sono circa 3mila ogni anno gli italiani che vanno altrove, spinti soprattutto dalla carenza di risorse, sopratutto nel campi della ricerca: “Oggi molti miei giovani colleghi sono “costretti” ad andare via perché in Italia il campo della ricerca scientifica è molto penalizzato delle limitate risorse ad essa destinati, ma ci tengo a sottolineare che molti di coloro che vanno all’estero in realtà non fuggono. Sono spinti dalla sana curiosità e dalla voglia di fare esperienze nuove in paesi che offrono ottime possibilità formative e di inserimento. E a un giovane o a uno studente che si avvicinasse a questo mondo consiglierei proprio questo, di andare all’estero per imparare, ma non per fuggire. Io preferisco sempre avere una visione costruttiva e ottimistica del futuro. Andare all’estero arricchisce moltissimo, sia scientificamente che umanamente. Ma poi bisogna cercare di importare questa ricchezza, di diffondere quanto si è appreso, di applicare quel “know-how” e quella mentalità in modo da far crescere anche il nostro Paese”.

Il confronto impari

Ma perché l'Italia spende così poco nella ricerca rispetto agli altri Paesi europei? Secondo il dott. Canettieri è una questione di priorità, che però poi si ripercuote sull'economia nazionale e sulla vita di tutti i giorni: “Probabilmente lo Stato investe in altre cose che ritiene più importanti o prioritarie. Ma questo è controproducente, perché se cresce la ricerca il Paese ne trae giovamento, anche dal punto di vista economico. Un concetto che non vale soltanto per la medicine, ma per tutti i settori di studio”. 

Come confermato da lui stesso, di 'cervelli di ritorno' come Canettieri non ce ne sono molti: “In effetti siamo una rarità. Ovviamente quando uno si trova all'estero fa il confronto con quello che ha a casa, sia dal punto di vista delle risorse che anche dal quello della libertà di azione”. Un confronto che spesso è impari e che spinge la maggior parte dei ricercatori a pensare che un ritorno in Italia sarebbe penalizzante. 

Tornare in Italia si può

In chiusura il dott. Canettieri ha voluto lanciare un messaggio a tutti i ricercatori, proprio oggi, sabato 10 novembre, che viene celebrata in tutto il mondo la  Giornata Mondiale della Scienza per la Pace e lo Sviluppo, quest'anno dedicata al tema 'Scienza, un diritto umano': “La ricerca scientifica è un diritto dell’umanità e pertanto va sostenuta adeguatamente, con opportune decisioni politiche, con finanziamenti adeguati e donazioni. A chi parte o a chi sta facendo delle esperienze all'estero vorrei dire che, se ha voglia e desiderio di tornare nel nostro Paese per aiutarlo, deve tentare di farlo. Farlo è difficile, ma non impossibile, bisogna lavorare sodo e con uno spirito diverso. Sono contento di essere un esempio, ma vorrei che ce ne fossero altri”.

“Bisogna dare spazio e risorse a giovani -conclude Canettieri- è vero che gli anni sulle spalle fanno esperienza, ma la carica mentale, la freschezza e l'ingegno di un giovane sono ineguagliabili. Basta pensare che la maggior parte delle più grandi scoperte scientifiche o tecnologiche sono state fatte da under 30. Quello che fa Pasteur e dovrebbe fare anche lo Stato è investire in posizioni per i giovani”. Così magari sarebbero meno i cervelli in fuga e più quelli di ritorno.

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