Venerdì, 22 Gennaio 2021
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Coronavirus (ma non solo), il lunedì nero delle Borse

Una tempesta perfetta sulla Borsa di Milano che chiude con il secondo peggior ribasso della storia. A pesare anche il crollo del prezzo del petrolio: i prezzi al barile hanno segnato cadute dell'ordine del 30% come durante la prima guerra del Golfo

Peggio di così non poteva andare: quello appena concluso è stato un lunedì nero per i mercati finanziari con una nuova e drammatica ondata di crolli a catena.

Il dilagare dell'allarme coronavirus è degenerato in vendite da panico tra gli operatori, da cui si è scatenata una ondata ribassista sui prezzi delle materie prime che riguarda in primis i produttori di petrolio.

A farne le spese sono state prima le Borse asiatiche, poi in sequenza quelle europee con Milano che ancora una volta si è trovata a interpretare lo sgraditissimo ruolo di maglia nera, complice l'Italia che spicca come tra i quattro paesi più colpiti dall'epidemia di coronavirus.

A fine scambi a Piazza Affari l'indice Ftse-Mib ha lasciato sul terreno l'11,17%. Uno scivolone analogo a quello segnato in apertura dopo che per lunghi minuti l'indice non riusciva nemmeno a fare prezzo a causa de meccanismo d interruzione delle vendite per eccesso di ribasso.

La portata storica del crollo di oggi risulta più evidente se si tiene presente che è stato perfino peggiore di quello che a inizio ottobre del 2008 seguì il crack di Lehman Brothers. E peggiore del crollo successivo agli attentati dell'11 settembre 2011. Un calo più marcato si verificò unicamente nel 2016, a seguito del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna.

In Europa non è andata meglio: Francoforte ha chiuso in caduta del 7,94%, Londra è crollata del 7,69%, Parigi dell'8,39%, Madrid del 7,96%.

L'oro, bene rifugio per eccellenza, è schizzato ai massimi dal 2012 e vale 1700 dollari l'oncia. I titoli pubblici statunitensi hanno visto i rendimenti collassare a nuovi minimi storici, facendo di contro schizzare l'euro fino a 1,15 sul biglietto verde, sui massimi da oltre un anno.

Che cosa è successo al prezzo del petrolio

Il non accordo su nuovi tagli di produzione del petrolio ha portato ad un non accordo sul proseguire i tagli quelli già in essere. E quindi, teoricamente, da fine marzo porte aperte a qualunque aumento produttivo. In più, secondo concordanti indiscrezioni di stampa, l'Arabia Saudita per ripicca starebbe già offrendo sconti consistenti sul suo greggio, in modo da mettere sotto pressione la Russia.

L'effetto concomitante di meno domanda, più produzione e sconti ha avuto un esito drastico sulle quotazioni. Sulle prime i prezzi del barile hanno segnato cadute dell'ordine del 30%, con precedenti unicamente nella prima guerra del Golfo, risalente al 1991. E secondo alcuni esperti al momento c'è addirittura la peggiore combinazione ribassista sui prezzi dalla grande depressione degli anni '30 del secolo scorso. Livelli dei prezzi che metterebbero in crisi la redditività de comparto e finirebbero per poter causare interruzioni produttive.

Il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord, che la scorsa settimana si scambiava ampiamente sopra i 50 dollari è caduto fino ad appena 31 dollari.

Il West Texas Intermediate, che era crollato a 27,34 dollari, si attesta al meno 21% a quota 32,79 dollari. Già ad oggi diversi titoli del settore energetico hanno accumulato crolli tra il 35 e il 40% da inizio anno. Il gigante saudita Aramco ha visto le quotazioni sul Tadawul scendere per la prima volta sotto il prezzo della recente Ipo.

Alcuni indici sui derivati, come i futures sul Cboe Volatility Index, meglio conosciuto come "Vix", mostrano che molti investitori si attendono ormai una protratta fase di turbolenza, volatilità e tensione dei mercati. Alcune banche d'affari riportano indicatori sulla portata della crisi nell'economia reale, come le vendite di smartphone in Cina che a febbraio sarebbero più che dimezzate. Ma in ultima analisi quello che sarà determinante sarà la durata della fase acuta di questa emergenza, sempre che sia già arrivata, che si sta estendendo a un numero sempre maggiore di Paesi.

Lo spread torna a far paura

Lunedì nero anche per i titoli di Stato in Italia. I Btp a 10 anni sono stati bersagliati da vendite che hanno provocato aumenti dei rendimenti, fino a chiudere la seduta con un tasso al 1,42%, 33 punti base in più dalla chiusura di venerdì e sui massimi da gennaio. All'opposto i tassi dei titoli de Paesi "core" dell'area euro, Germania in primis, sono scesi perché oggetto di acquisti da pate degli investitori in fuga da azionario e asset a rischio, in un lunedì nero di crolli a catena con l'allarme coronavirus.

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In questo modo lo spread, il differenziale dei tassi tra Btp e Bund si è riallargato marcatamente, chiudendo a 225 punti base.

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