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Lunedì, 29 Novembre 2021
Economia

Coronavirus, dramma turismo: a rischio 184mila posti e 40mila imprese

Nel primo trimestre del 2020 sono 7mila le imprese turistiche che hanno chiuso i battenti, ma senza un piano chiaro e misure mirate, il settore rischia di pagare un prezzo ancora più alto

Tra le “vittime” economiche dell'epidemia di coronavirus c'è senza dubbio il settore turistico italiano, uno di quelli che sta pagando il prezzo più alto di questa pandemia. Una ferita enorme per un Paese come l'Italia, in grado di offrire bellezze di ogni genere, dal mare alla montagna, fino alle città d'arte. Secondo le stime dell'Istituto Demoskopika, gli effetti della crisi si possono tradurre in una potenziale perdita di occupati vicina alle 184mila unità, nonostante la graduale uscita dalla emergenza sanitaria e l'inizio della cosiddetta fase 2. Nel primo trimestre del 2020 sono quasi 7mila le imprese che hanno chiuso i battenti, il saldo peggiore degli ultimi 25 anni.

Coronavirus, dramma turismo: a rischio migliaia di posti di lavoro e imprese

Se 184mila sono i posti di lavoro a rischio, per quanto riguarda le imprese sono 40mila quelle che potrebbero subire un colpo letale da questa crisi, in aggiunta alle 7mila che già hanno alzato bandiera bianca. La perdita di solidità finanziaria provocata dalla crisi, che Demoskopika quantifica in quasi 10 miliardi di euro, mette a repentaglio l'intero settore: proprio l'eventuale chiusura di altre 40mila aziende lascerebbe senza lavoro circa 184mila persone. Nei primi tre mesi del 2020 abbiamo avuto i primi segnali, purtroppo evidenti, degli effetti dell'emergenza coronavirus: il saldo parla di 7mila imprese in meno, contro un calo di 6mila riscontrato nel primo trimestre del 2019.

Secondo i dati analizzati da Demoskopika si tratta del peggiore bilancio del sistema turistico dal 1995 ad oggi. In assenza di provvedimenti mirati per la ripresa del turismo da parte del Governo e delle altre istituzioni, lo scenario di graduale cessazione delle attività si presenta drammatico, come sottolineato in una nota dal presidente di Demoskopika, Raffaele Rio: ''Migliaia di posti di lavoro nel comparto turistico sono appesi al filo di un integrato piano di provvedimenti che deve sostenere il sistema a superare la crisi in tempi rapidi. Un organico pacchetto di misure che, almeno ad oggi, stenta a vedere la luce e senza il quale sarà difficile coprire le insolvenze e scongiurare i fallimenti degli operatori della filiera''.

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''È necessario - prosegue Raffaele Rio - mettere in campo un piano integrato suddiviso in alcune sezioni attuative. In primo luogo, misure di sostegno economico per gli adeguamenti sanitari necessari alla ripartenza in sicurezza (suddivisione spazi comuni per il distanziamento sociale, ammodernamento tecnologico per self-check in, sanificazione locali, etc.); in secondo luogo, occorre strutturare provvedimenti mirati a sostenere la liquidità delle imprese del comparto anche mediante finanziamenti a “tasso zero” e a fondo perduto, buoni vacanza per le famiglie o detrazione della spesa dei soggiorni, smobilizzo immediato dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione oltre a modalità di sgravio fiscale e contributivo; in terzo, luogo, puntare a valorizzare i sistemi turistici regionali tempificando le azioni di promozione in relazione ai differenti gruppi di turisti (identitari, esterofili, nazionalisti e stranieri)''. 

Tutto questo, secondo il presidente di Demoskopika, potrà essere realizzato soltanto coinvolgendo le istituzioni a tutti i livelli, scongiurando l'ipotesi di una competizione tra i sistemi turistici regionali, che si potrebbe generare ''livelli qualitativamente discriminanti''.

Coronavirus e crisi del turismo: i dati regione per regione

Come anticipato ad inizio articolo, il saldo del primo trimestre 2020 da iscrizioni e cessazioni di imprese turistiche segna un -7mila. Un calo dovuto alle misure restrittive necessarie per bloccare il diffondersi del nuovo coronavirus, dal blocco dei viaggi con e dall'estero, fino alle limitazioni degli spostamenti, anche tra diverse regioni. Il dato preciso fornito dal sistema  Unioncamere- Infocamere conteggia ben 6.843 imprese in meno contro un calo di 6.035 nel 2019 e di 5.560 nel 2018.

Un andamento negativo confermato anche dall’analisi della serie storica del tasso di crescita quale rapporto tra il saldo fra iscrizioni e cessazioni rilevato a fine trimestre e lo stock delle imprese registrate alla fine dell’anno precedente. ''In particolare – spiega l'analisi di Demoskopika  - nei primi tre mesi del 2020, il tasso di crescita demografica delle imprese ha registrato il più alto valore negativo dal 1996 ad oggi: si parte da uno 0,22% del 1996 per arrivare al valore più elevato dell’1,44% nella prima parte dell’anno in corso. Si tratta di un andamento negativo che si riflette anche a livello territoriale''. 

Analizzando i dati regionali, a registrare il dato più alto di decrescita è il Piemonte con l'1,79%, seguito dal Friuli Venezia Giulia (-1,77%) e dalle Marche (-1,76%). All'altro capo di questa speciale graduatoria troviamo invece Trentino-Alto Adige (-0,75%) seguito dalla Valle d’Aosta (-1,12%) e, infine, dalla Campania (-1,14%), le regioni che, nonostante la crisi, hanno fatto registrare una riduzione minore del rapporto tra imprese iscritte e cessate. 

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Coronavirus e turismo: gli scenari

Le lenta e graduale uscita dal lockdown, un tardivo innesto di liquidità nel sistema turistico e la difficile copertura delle insolvenze, potrebbero portare ad uno scenario terribile per il settore: più di 40mila imprese potrebbero trovarsi costrette a dichiarare bancarotta entro la fine dell'anno, con una perdita di 9.6 miliardi di fatturato. A poco servirebbe l’ipotesi di applicare la percentuale media nazionale di “rischio default” per il sistema turistico, pari a quasi il 10%, indistintamente a tutte le regioni, senza differenti pesi. Nonostante si tratti di una misura non sufficiente a scongiurare la totalità delle chiusure, le stime di  Demoskopika mostrano cosa potrebbe accadere a livello territoriale. Questa “mossa” salverebbe dal fallimento circa la metà delle imprese (20.183), con una maggiore concentrazione nelle zone in cui c'è una maggiore  numerosità imprenditoriale: Lombardia con 5.665 imprese, Lazio con 4.544 imprese, Campania con 3.896 imprese, Veneto con 3.071 imprese e Emilia-Romagna con 3.007 imprese.

La chiusura delle imprese avrebbe poi un'inevitabile conseguenza sull'occupazione: lasciando “per strada” circa 184mila lavoratori del settore turistico. Ecco le stime regione per regione: circa 31mila lavoratori in Lombardia, seguita dal Veneto (-18.597 addetti), il Lazio (-18.095 addetti), l’Emilia-Romagna (-16.823 addetti) e la Toscana (-14.302 addetti). A seguire, in una fascia di perdita tra i 7 mila e i 10 mila posti di lavoro, la Campania (-12.643), il Piemonte (-11.158 addetti), la Puglia (-10.092 addetti), la Sicilia (-9.629 addetti) e, infine, il Trentino-Alto Adige (-7.537 addetti). Al di sotto di questa soglia si collocano i rimanenti sistemi turistici locali: Liguria (-6.307 addetti), Sardegna (-5.778 addetti), Marche (-5.082 addetti), Abruzzo (-4.079 addetti), Calabria (-3.906 addetti), Friuli Venezia Giulia (-3.846 addetti). In coda, infine, per il rischio di perdita di posti di lavoro in valore assoluto, si collocano Umbria (-2.625 addetti), Basilicata (-1.289 addetti), Valle d’Aosta (895 addetti) e Molise (667 addetti). Numeri che fanno rabbrividire.

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