Più salute e meno armi: la riconversione industriale non è una missione impossibile

Torna d'attualità la richiesta di ridurre le spese militari ed utilizzare i fondi anche per rafforzare la sanità. Puntare alla riconversione delle industrie a produzione bellica verso il settore civile è possibile. Beretta (Opal) a Today: "Si può fare, ma serve la volontà politica"

La corsia di un ospedale italiano, foto Ansa

Nel pieno della gravissima emergenza sanitaria in corso si torna a parlare del concetto di difesa, del valore del lavoro e della salute pubblica. 

Paghiamo in queste settimane complicate il prezzo anche del continuo e recente indebolimento del sistema sanitario nazionale. Le cause dei tagli alla sanità sono molteplici. Non si può non notare come tale trend sia andato di pari passo con una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell'industria degli armamenti: l'appello pubblico che arriva da Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace è molto circostanziato, basato sui numeri. Quanti posti letto si potrebbero creare con un giorno, una settimana, un mese in meno di spese militari in Italia?

Chiariamolo una volta per tutte: nessuno ritiene che basterebbe una riduzione della spesa militare tricolore per risolvere i problemi della sanità italiana, ma secondo le associazioni è "del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta. Mentre infatti la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall'1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l'1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni ".

Secondo le stime dell'Osservatorio Mil€x  è prevista una spesa militare di oltre 26 miliardi di euro per il 2020 (cioè l'1,43% rispetto al PIL): sono fondi - secondo i dati di Rete Disarmo - che servono per le missioni all'estero ma anche per finanziare lo sviluppo e l'acquisto da parte dell'Italia di sistemi d'arma come i caccia F-35, le fregate FREMM e tutte le unità previste dalla Legge Navale, elicotteri, missili e molto altro ancora. Nel sistema sanitario nazionale invece in dieci anni c'è stato un definanziamento complessivo di 37 miliardi (dati Fondazione GIMBE) con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5).

Il decreto "Cura Italia" ammonta a 25 miliardi, la stessa cifra del bilancio della Difesa annuale, e certamente non basterà a rilanciare l'economia italiana quando l'emergenza sarà finita: quanto si potrebbe fare di più risparmiandoci almeno parte delle spese militari anche in tempi ordinari? Il confronto tra sanità e difesa pone il problema con urgenza alla politica.

Rete Disarmo: "Più soldi alla sanità, meno spese militari"

La Rete Disarmo chiede oggi più che mai "un aumento delle spese per la sanità, come è pure necessario investire, senza gravare sulla spesa pubblica, a favore della difesa civile nonviolenta e per questo chiediamo che vi siano trasferimenti di fondi dalla spesa militare verso la Protezione Civile, il Servizio Civile universale, i Corpi civili di Pace, un Istituto di ricerca su Pace e disarmo. Proponiamo inoltre che i contribuenti, in sede di dichiarazione dei redditi, possano fare la scelta se preferiscono finanziare la difesa armata o la difesa civile riunita in un apposito Dipartimento che ne coordini le funzioni. Un'opzione fiscale del 6 per 1000 a beneficio della difesa civile potrebbe consentire ai cittadini di contribuire direttamente a questa forma nonviolenta di difesa costituzionale, finora trascurata dai Governi che hanno sempre privilegiato la difesa militare armata".

Non sono richieste che nascono dall'oggi al domani. 60 anni fa il movimento pacifista chiedeva 'Ospedali e scuole, non cannoni'. "Dopo 60 anni ci accorgiamo che quel semplice slogan non era un sogno utopistico generico, ma una realistica necessità politica: oggi ci troviamo con ospedali insufficienti e scuole chiuse, mentre spendiamo troppo per le armi. Una conversione della difesa dal militare al civile è quello di cui abbiamo tutti bisogno" sostiene Rete Disarmo.

La possibile riconversione dell'industria delle armi

Sul tavolo c'è quindi anche la proposta di ridurre le spese militari ed utilizzare tali fondi per rafforzare la sanità. Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace chiedono di puntare alla riconversione produttiva (anche grazie alla diversa allocazione dei fondi pubblici) delle industrie a produzione bellica verso il settore civile che consentirebbe di utilizzare in tale ambito migliaia di tecnici altamente qualificati ora impegnati nello sviluppo  di soluzioni militari.

È il momento di riconsiderare la scala delle priorità collettive. Quanti posti letto si potrebbero creare con un giorno in meno di spese militari in Italia? Chiederselo non è retorica, parlarne non è un puro esercizio di stile.

Beretta (Opal) a Today: "La riconversione è un processo che non si fa dall'oggi al domani"

In Italia ci sono 231 fabbriche di "armi comuni" e ben 334 aziende sono annoverate nel registro delle imprese a produzione militare. Ce n'è invece solo una in tutta Italia che produce respiratori polmonari, per l'acquisto dei quali dipendiamo dall'estero.

In Lombardia l'Agenzia Regionale per la riconversione dell'industria bellica era stata istituita nel 1994, ma venne di fatto "affossata" nel 2006. Abbiamo chiesto a Giorgio Beretta, ricercatore di Opal, se abbia senso o meno parlare di riconversione dell'industria bellica nel pieno dell'emergenza e quali sono gli scenari possibili a medio termine.

"La riconversione è un processo che non si fa dall'oggi al domani - dice Beretta raggiunto da Today -  Significa infatti non solo cambiare il tipo di produzione o adattare temporaneamente qualche macchinario, ma - appunto - convertire l'intera linea produttiva, utilizzando il più possibile tutti i macchinari già presenti, alla produzione civile. Ciò implica, da un lato, definire con precisione un nuovo prodotto o serie di prodotti di utilità sociale e non di tipo militare, dall'altra uno studio tecnico e ingegneristico per adattare i macchinari già presenti in azienda"

"Si tratta, perciò, di un processo che innanzitutto richiede la volontà politica di cambiare linea di produzione (e non solo di diversificarla, come potrebbe essere ad esempio per produrre elicotteri sia civili che militari) e quindi della definizione della modalità tecniche per operare questa trasformazione - continua Beretta - . Non è, però, un processo difficile: le competenze di tecnici, ingegneri e nelle università ci sono; ciò che manca, invece, è la volontà del mondo politico per innescare e accompagnare questo processo. Da sempre, infatti, gran parte delle forze politiche guardano con sospetto i processi di riconversione perché, mostrando che "si può fare", ritengono che rappresentino una minaccia alla produzione militare che ovviamente considerano prioritaria e strategica". 

"Non è un caso, ad esempio, che la stessa Valsella che produceva le famigerate mine antipersona, nonostante la disponibilità da parte della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Brescia, non sia stata di fatto "riconvertita",  ma si decise di cambiarne produzione: la riconversione dell'azienda era vista come una minaccia da gran parte del mondo imprenditoriale e politico bresciano e nazionale". Valsella, storica azienda lombarda produttrice di mine antiuomo, anni fa passò a produrre componenti elettronici, dopo un lungo lavoro di sensibilizzazione partito da alcune coraggiose operaie.

"Detto questo, ribadisco che è proprio adesso, nel mezzo dell'emergenza, che andrebbero messi in campo progetti di riconversione almeno temporanea - dice Beretta a Today - perché non cominciano a farlo i colossi statali della produzione militare, come Leonardo e Fincantieri, che hanno macchinari, competenze tecniche e risorse economiche per produrre apparecchiature mediche, kit sanitari e quanto serve ai nostri ospedali?".

Profumo: "Leonardo non si può fermare"

''Leonardo opera in un settore che è chiamato a garantire molta di quella sicurezza, fornendo tecnologie, prodotti e supporto al nostro sistema di sicurezza e difesa. E' evidente che l'aerospazio, difesa e sicurezza è il cuore tencologico del Paese. Mai come in questi giorni ci siamo resi conto di quanto sia imprescindibile garantire i nostri confini, la sicurezza cybernetica, la disponibilità di eliambulanze, la tenuta dei sistemi di comunicazione sicuri o di trasmissioni e comunicazioni, così come il funzionamento di interi sistemi satellitari. Il cuore può rallentare, anzi, deve, quando la situazione lo richiede, ma non può fermarsi''. Lo sostiene l'ad di Leonardo, Alessandro Profumo, in un'intervista al Corriere della Sera.

''Come Leonardo non faremo mai un compromesso sulla salute -continua Profumo- ma penso che non si possa neanche rinunciare al futuro e anzi sia necessario impegnarci sin d'ora per garantire la migliore ripartenza , nel minor tempo possibile, non appena le condizioni lo permetteranno. Credo che dove ci siano le garanzie si debba poter lavorare -anche a regime ridotto- ma senza fermarsi''.

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Unica certezza: il tema della possibile riconversione industriale dell'industria bellica sarà a lungo d'attualità.

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