Lunedì, 8 Marzo 2021
Gli effetti

Moda e automotive, i settori a cui il Covid non ha fatto sconti

Secondo i dati di Confindustria, l'impatto dell'emergenza sanitaria non è stato omogeneo: i divari tra settori sono stati molto ampi nella prima fase dei contagi

Foto di repertorio Ansa

La crisi sanitaria ha avuto un impatto negativo su tutti i settori industriali in Italia, ma le conseguenze nefaste non sono state omogenee. Infatti, da un lato le produzioni di beni essenziali sono state esentate dal lockdown, dall'altro la domanda di beni di consumo durevoli è più facilmente rinviabile. Secondo i dati di Confindustria, i divari tra settori sono stati molto ampi nella prima fase dei contagi, passando dal -92,8% dei prodotti in pelle al -5,5% del farmaceutico (produzione di aprile 2020 rispetto a gennaio). 

Nel complesso del 2020, dopo il forte recupero nel terzo trimestre, i settori manifatturieri più penalizzati, con crolli di attività oltre il -20%, restano quelli legati alla filiera della moda (tessile, abbigliamento, pelle) e dell'automotive, quest'ultimo già in difficoltà prima della pandemia. Viceversa, i settori dell'alimentare bevande e della farmaceutica hanno limitato entro il -5% la perdita nel 2020 rispetto all'anno precedente.

Secondo una recente indagine Istat, ricorda nel documento Confindustria, a fine 2020 il 32,4% delle imprese ha segnalato rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 37,5% ha richiesto il sostegno pubblico per liquidità e credito, ottenendolo nell'80% dei casi. Delle imprese intervistate circa il 70% è pienamente attivo, mentre più del 20% lo è solo parzialmente; il 7% ha dichiarato di essere chiuso (e un quinto di queste non prevede una riapertura). Si tratta per lo più di micro-imprese, concentrate nel settore dei servizi non commerciali e localizzate prevalentemente nel Mezzogiorno. Ben 7 imprese su 10 hanno dichiarato una riduzione del fatturato rispetto all'anno prima, nella metà dei casi tra il -10% e il -50%. Nonostante la crisi, il 25,8% delle imprese è orientata ad adottare strategie di espansione produttiva.

Tra queste rientrano quelle che l'Istat definisce 'proattive': sono imprese di dimensione maggiore, con più elevati livelli di produttività, formazione, investimenti per addetto. Sono state in parte avvantaggiate dall'operare in comparti più dinamici (a maggiore intensità tecnologica/di conoscenza) e colpiti meno duramente dalla pandemia. Sono più numerose in settori quali le forniture energetiche e idriche e, appunto, in attività che hanno limitato i danni nell'emergenza sanitaria, quali chimica, farmaceutica, elettronica, bevande. Indebitamento eccessivo in tutti i settori.

Covid e industria, nel 2020 produzione in calo del 13%

La pandemia ha inferto un duro colpo all'industria italiana nel 2020, a causa soprattutto della caduta di domanda, interna ed estera, conseguente alle misure di contenimento introdotte in Italia e negli altri paesi colpiti dal virus. Nei primi undici mesi del 2020 la produzione manifatturiera è diminuita di circa il 13% rispetto al 2019. 

Tale caduta, spiega l'associazione degli industriali, è stata acquisita quasi interamente tra febbraio e aprile, quando la produzione aveva raggiunto (in media) valori inferiori di oltre il 50% rispetto a quelli pre-Covid. Il recupero nei mesi estivi (+29%) ha contribuito in modo determinante a limitare le perdite nell'anno. Il marginale arretramento atteso nell'ultimo trimestre, per il riacutizzarsi della crisi sanitaria, inciderà poco sulla media del 2020.

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