Martedì, 11 Maggio 2021
Futuro in bilico

Calzature, un settore in ginocchio: a rischio 30mila posti di lavoro

I dati di Assocalzaturifici fotografano la situazione delle imprese che producono scarpe: nel 2020 è andato in fumo un quarto del fatturato complessivo, la produzione nazionale è diminuita del 27,1%

Foto di repertorio Ansa

La crisi economica generata dall'emergenza sanitaria non ha lasciato scampo alla maggior parte dei settori. Oltre a turismo e ristorazione, tra quelli maggiormente colpiti c'è anche quello delle calzature: a rischio ci sono 30mila posti di lavoro.

Calzature in crisi: i dati di Assocalzaturifici

A fornire questo dato terrificante e a fare il punto della situazione è Assocalzaturifici: ''Nel 2020 si è perso circa 1/4 della produzione nazionale (-27,1% in quantità) e del fatturato complessivo (-25,2%). Forti le riduzioni sia dell'interscambio commerciale (calo attorno al -18% in volume sia per i flussi in uscita che in entrata) che dei consumi interni (-23% in spesa gli acquisti delle famiglie, malgrado un +17% per il canale online, a cui va sommato il crollo dello shopping dei turisti). Al crollo dei livelli di attività nella prima parte dell'anno, causato da lockdown, ha fatto seguito, nei due trimestri successivi, solo un'attenuazione della caduta (rimasta peraltro a doppia cifra), anziché un rimbalzo''.

Secondo l'associazione delle imprese che producono calzature, la seconda ondata del virus in autunno ha subito interrotto i primi timidi segnali di risalita mentre nel trimestre conclusivo del 2020, in particolare, export e consumi, con le vendite natalizie compromesse dalle misure restrittive, sono risultati ancora largamente insoddisfacenti. Il numero di calzaturifici attivi è sceso in Italia di 174 unità rispetto a fine 2019, e quello degli addetti di oltre 3.000 (con un -4% per entrambi), con cali generalizzati in tutti i principali distretti. Nella filiera pelle sono state autorizzate quasi 83 milioni di ore di cassa integrazione guadagni, dieci volte gli 8,3 milioni del 2019. 

L'appello alle istituzioni: "I negozi devono riaprire con continuità"

Un quadro che ha spinto l'associazione che rappresenta l'intera filiera a fare un appello alle istituzioni: "Abbiamo bisogno che il Governo ci dia certezze - ha spiegato Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici - È necessario che i negozi possano aprire con continuità perché la stagionalità non ci consente di recuperare sui costi di produzione. Gli stock a magazzino, accumulatisi con l'invenduto, e gli ordini non confermati, si svalutano compromettendo i bilanci delle aziende. Con una filiera in ginocchio non riusciamo a comprendere le ragioni perché di alcuni prodotti sia consentita la vendita permanente e per le calzature vi sia una esclusione. Abbiamo ormai perso 4 stagioni di vendita".

"Per questa ragione - ha sottolineato Badon - è necessario che venga rivisto il criterio con cui si indennizzano le aziende, parametrando i sostegni alle perdite subite calcolate in base ai fatturati a cui devono essere sottratti i costi fissi non compensati dai ristori. Tale sistema sosterrebbe maggiormente le imprese ad alta intensità di occupazione e che maggiormente necessitano di essere sostenute, come quelle calzaturiere". 

Secondo Badon, infine, non ci sono dubbi sulle misure che andrebbero adottate: "Auspichiamo la decontribuzione per tutta Italia del 30% di oneri previdenziali dovuti dal datore di lavoro, come da decreto agosto per le sole regioni del sud e una rapida approvazione dei decreti attuativi dell'art. 48bis del Decreto Rilancio, che, lo ricordo, introduce un credito d'imposta pari al 30% del valore delle rimanenze a magazzino, ampliando le risorse e la percentuale a compensazione fiscale. Inoltre, abbiamo bisogno si riparta con le politiche di sostegno all'export. Le fiere sono un asset essenziale per le Pmi. Ritardare o impedirne l'apertura equivale ad ostacolare la ripresa degli scambi internazionali e la promozione del made in Italy, fondamentale per il rilancio del nostro settore. Inoltre, le rassegne professionali, allestite secondo i protocolli sanitari sono da sempre un insostituibile strumento di politica industriale che generano un volume complessivo di 60 miliardi di euro annui".

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