Giovedì, 24 Giugno 2021
Gli esuberi e la lotta

L'azienda italiana che delocalizza in Polonia e lascia a casa 400 lavoratori

Il caso del Gruppo Elica, leader nel settore delle cappe da cucina che sposta parte della produzione dalle Marche allo stabilimento di Jelcz-Laskowice. Per dipendenti e sindacati si tratta di una scelta dettata da logiche di profitto, la società parla di una "condizione necessaria a salvaguardare il futuro del Gruppo"

Foto ANSA

Una storia che si ripete. Ai lavoratori degli stabilimenti Elica di Fabriano, nelle Marche, la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno lo scorso 31 marzo quando con uno scarno comunicato l'azienda annunciava "il trasferimento delle linee produttive a maggiore standardizzazione nello stabilimento di Jelcz-Laskowice in Polonia e l'integrazione nel plant di Mergo dell'attività oggi realizzata nel sito di Cerreto", per un "impatto occupazione complessivo di circa 400 persone". In tutto sarebbero 409 su un totale di 560 i dipendenti che rischiano di essere lasciati a casa dalla multinazionale leader nel settore delle cappe da cucina. Una scelta "dolorosa", si legge ancora nella nota di Elica, che dovrebbe servire "a salvaguardare la strategicità e la centralità dei siti di Fabriano e di Mergo e consentirà di mantenere il cuore e la testa del Gruppo nelle Marche".

Più di 400 esuberi: il caso dell'Elica di Fabriano

Il piano dell'azienda è quello di chiudere lo stabilimento di Cerreto d'Esi e trasformare il "sito produttivo di Mergo nell'hub alto di gamma", mentre una parte importante della produzione verrà spostata a Jelcz-Laskowice, in Polonia, dove Elica ha già uno stabilimento attivo. Un caso emblematico (ma certamente non unico) di delocalizzazione e dumping salariale che rischia di desertificare un'area produttiva e lasciare a casa centinaia  di lavoratori. Il caso nelle ultime ore sta scoppiando in tutta la sua drammaticità. Oggi i dipendenti di Elica hanno partecipato ad un sit-in organizzato a Fabriano (Ancona) dalle organizzazioni sindacali per accendere i riflettori sulla vicenda, ma finora dall'azienda non sono arrivati segnali di ripensamento. Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil, ha invitato il governo a convocare un tavolo per convincere l'azienda a tornare sui suoi passi.

"È una vergogna che nel momento in cui nel nostro Paese si distribuiscono risorse alle imprese attraverso il Pnrr si permetta ad un'azienda come la Elica, multinazionale italiana leader mondiale nel settore delle cappe aspiranti, di delocalizzare la produzione in Polonia e di licenziare". Allo sciopero di tre ore indetto a Fabriano dai sindacati del comparto del bianco (Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil) ha partecipato anche  il consigliere regionale Antonio Mastrovincenzo (Pd) insieme a sindaci, amministratori provinciali e regionali. Non c'era invece il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli (Fdi) che ha spiegato di essere "a Roma per un importante incontro con un rappresentante del Governo".  Una decisione stigmatizzata dai dem con lo stesso Mastrovincenzo che ha definito la sua assenza "molto grave e significativa".

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Al di là delle solite schermaglie politiche, la situazione è seria. E tesa. La consigliera regionale del Pd Anna Casini parla di una "delocalizzazione inspiegabile" e di una "operazione fatta per gli interessi di pochissimi contro quelli di un'intera comunità". È davvero così? Nella nota con cui Elica ha comunicato gli esuberi si parla di una decisione difficile "resa necessaria poiché l'andamento profondamente negativo dell'entity italiana compromette la competitività sul mercato dei prodotti del Gruppo e quindi la sopravvivenza dello stesso". L'azienda spiega di aver investito in Italia dal 2016 circa 45 milioni registrando però "una perdita operativa complessiva di 21,5 milioni di euro solo negli ultimi cinque anni". Nella nota si legge anche che il Gruppo "nel corso dell'ultimo ventennio" è stato costretto a "cedere molti dei suoi marchi prestigiosi a player globali che oggi producono in gran parte tra Asia e Turchia. Tale situazione impone quindi l'improcrastinabile decisione di riorganizzare l'area Cooking Italia", una "condizione necessaria a salvaguardare il futuro del Gruppo".

L'azienda di Fabriano che delocalizza in Polonia

La versione di sindacati e lavoratori è che l'azienda sta comunque macinando utili e che la scelta di delocalizzare sia dovuta all'ambizione di produrre profitti sempre maggiori, e pazienza se per farlo bisogna ricorrere a scelte "dolorose". In realtà compulsando il bilancio relativo all'anno 2020, ci si rende conto che nell'ultimo anno i ricavi sono diminuiti del 5,7% rispetto al 2019, mentre il risultato di pertinenza è stato negativo per 1,8 milioni di euro rispetto ad un utile di oltre 3 milioni di euro registrato nel 2019. A pesare sono state ovviamente le difficoltà dovute alla pandemia. In particolare, si legge nella relazione finanziaria annuale, "il mercato mondiale delle cappe da cucina ha registrato un calo del 7,4% rispetto all'anno precedente".

Ciò nonostante, spiegava il presidente del Gruppo Francesco Casoli, ex senatore per il Popolo delle Libertà, "l'innovazione dei nostri prodotti, l'unicità del design e la nostra forza commerciale, ci hanno consentito di reagire alla debolezza del secondo trimestre dell'anno e di mantenere e consolidare il nostro posizionamento competitivo". D'altra parte parliamo di un'azienda con 4.800 dipendenti sparsi in sette stabilimenti tra Italia, Polonia, Messico, India e Cina. Quella che si definirebbe un'eccellenza italiana. Che a quanto pare però diventerà sempre meno legata al territorio perché costretta a fare i conti con il mercato globale. In ballo c'è il presente e il futuro di oltre 400 persone. Ma anche un modello di sviluppo. Il sindaco di Firenze Dario Nardella l'ha definito un episodio di "dumping fiscale tra Paesi europei a scapito dei lavoratori". E su casi come quello di Fabriano la politica ha le armi spuntate. Tanto più che la norma anti-delocalizzazione voluta dai 5 Stelle e approvata nel 2018 non si è rivelata che un pannicello caldo.  

I lavoratori: "Questa cosa ci devasta, ma l'azienda non è in crisi"

"Ci sono state altre crisi in passato, ma ora si sta sgretolando un territorio che tempo fa era un fiore all'occhiello, ora c'è la miseria" ha raccontato a "Propaganda Live", su La7, un lavoratore dello stabilimento Elica di Mergo. "Non accettiamo questa scelta, l'azienda non è in crisi. Elica ha dichiarato che anno su anno crescerà di produzione del 5%, e questa cosa ci fa ancora di più arrabbiare". Per i dipendenti la notizia degli esuberi è stata uno choc. "Io e mia moglie con due bambini piccoli ci ritroveremo in mezzo alla strada. Cerco di non commuovermi, ma questa cosa mi devasta tantissimo. Ad oggi non saprei dove andare". Un altro lavoratore ha raccontato di avere la casa inagibile dal 2016 a causa del terremoto, come del resto è successo a molte altre persone della zona. "Ho il mutuo in sospeso, ora sono in affitto, sono stato per tre mesi in una camera d'albergo con mia moglie e mio figlio. Mia moglie lavora? No, siamo monoreddito, perdendo io il lavoro abbiamo fatto 13". Quella di Francesco, 57 anni, è una situazione molto comune all'interno degli stabilimenti Elica. "Siamo troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovarci un altro lavoro". 

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