Domenica, 28 Febbraio 2021
L'inchiesta OpenLux

"Quattromila italiani hanno eluso il fisco creando società fantasma in Lussemburgo"

Sportivi, artisti, politici e persino famiglie reali: dopo i Panama Papers e i LuxLeaks una nuova inchiesta scardina i paradisi fiscali e quanti avevano cercato riparo dal fisco portando i propri soldi nel Granducato

Con circa 5mila società e 4mila beneficiari, gli italiani si collocano al quarto posto tra i grandi elusori fiscali che negli ultimi anni hanno trovato nel Granducato del Lussemburgo un porto sicuro per i propri soldi, ben al riparo da tasse e controlli. È quanto emerge dall'inchiesta OpenLux.

I francesi di Le Monde, i belgi di Le Soir, i tedeschi del Suddeutsche Zeitung - assieme a un’altra decina di testate - hanno indagato oltre un anno per fare chiarezza su circa 55mila società offshore che gestiscono asset per un valore totale di almeno 6 trilioni di euro (6.000.000.000.000.000.000 € in cifre).

Una società ogni quattro abitanti

L’inchiesta mette a nudo le pratiche fiscali aggressive che minano l’unità dei Paesi dell’eurozona, alcuni dei quali puntano su aliquote e controlli irrisori per attrarre immensi volumi di capitali che vengono sottratti agli altri Stati. 

L’inchiesta OpenLux parte da un dato oggettivamente curioso: in Lussemburgo ci sono 140.165 società attive, inclusi i fondi e le fondazioni, pari a una ogni quattro abitanti, a fronte di una società ogni 17 abitanti dei ‘vicini’ del Belgio. A mettere in piedi la gran parte del tessuto societario del penultimo Stato dell’Ue per popolazione sono i cittadini di altri Paesi. Nove società registrate su dieci risultano infatti appartenere a non residenti. Secondo i calcoli contenuti nell'inchiesta, tra il 2018 e il 2019 sono stati trasferiti in società offshore in Lussemburgo 6.500 miliardi di euro di attività, più di 100 volte il Pil 2019 dell'intero Paese, che conta appena 600mila abitanti. 

Le società senza uffici né dipendenti

Le notizie emerse dall’inchiesta OpenLux possono risultare ripetitive - oltre che, francamente, per nulla sorprendenti - se accostate agli scandali finanziari della storia recente, dai Panama Papers al LuxLeaks. A cambiare, almeno stavolta, potrebbe essere la reazione delle istituzioni Ue e degli Stati membri, già alle prese con enormi problemi finanziari e dunque meno disposti a vedersi sottrarre quote di entrate a beneficio del fisco ‘light’ del Granducato.

Queste società sono a tutti gli effetti società fantasma, senza uffici né dipendenti. Solo per la metà di esse si conosce la reale identità del proprietario e sul registro appaiono diverse "figure discutibili" come un trafficante di armi, un boss della criminalità russa o persone legate alla ‘ndrangheta.  

Così il Granducato è diventato la patria fiscale di furbetti, mafiosi, trafficanti ed evasori (s)pregiudicati di tutto il mondo. Tra loro miliardari, multinazionali, sportivi, artisti, politici di alto rango e persino famiglie reali.

 Le conseguenze dell'inchiesta

Come spiega Europatoday ora la presidenza portoghese del Consiglio Ue sembra determinata a voler completare l’iter - in stallo da alcuni anni - della direttiva che obbligherà le aziende multinazionali a dichiarare i ricavi prodotti ogni anno e le tasse pagate in ciascuno degli Stati membri nei quali operano. La misura non inciderebbe a livello sostanziale sull’ammontare delle imposte versate a ogni Stato e quindi al conseguimento di quel minimo di ‘giustizia fiscale’ che molti Paesi recriminano da tempo a fronte delle entrate di Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Cipro e Malta, tutti accomunati da regimi tributari decisamente più ‘leggeri’ che negli altri Paesi Ue. Ma aumentare il livello di trasparenza e consapevolezza generale del problema del dumping fiscale potrebbe senza dubbio dare un contributo necessario a offrire al tema la giusta importanza nell’agenda politica europea. 

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