Mercoledì, 24 Febbraio 2021

I migranti rubano il lavoro agli italiani? Falso (così come tante altre credenze)

Il Dossier Statistico Immigrazione 2018 azzera luoghi comuni e false credenze. Invasione? Quale invasione? In Italia il numero di migranti è stabile dal 2013

Invasione? Quale invasione? In Italia, contrariamente alla credenza e alla rappresentazione distorta che vorrebbe il paese assediato e "invaso" dagli stranieri, al netto dei movimenti interni il numero degli immigrati è pressoché stabile intorno ai 5 milioni dal 2013. Lo si legge nel Dossier Statistico Immigrazione 2018 presentato a Roma e in contemporanea in tutte le Regioni e le Province Autonome italiane. Il Rapporto è redatto dal Centro Studi e Ricerche IDOS in partenariato con il Centro Studi Confronti e con la collaborazione di UNAR e il sostegno del fondo Otto per Mille della Tavola valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi.

Immigrati stabili dal 2013: non c'è nessuna invasione

Aggiungendo ai residenti stranieri la quota di immigrati che, alla data della rilevazione, non erano ancora iscritti nelle anagrafi, IDOS stima in 5.333.000 il numero effettivo di cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia, 26.000 in meno rispetto alla stima del 2016. La loro incidenza è nell'ordine dell'8% sempre dal 2013, aumenta di pochissimi decimali l'anno, soprattutto a causa della diminuzione della popolazione italiana, sempre più anziana (gli ultra 65enni sono 1 ogni 4, mentre tra gli stranieri 1 ogni 25), meno feconda (1,27 figli per donna fertile, contro 1,97 tra le straniere) e tornata a emigrare verso l'estero (quasi 115.000 espatriati ufficiali nel corso del 2017: un dato sottodimensionato se si considera che molti, nel trasferirsi all'estero, trascurano di effettuare la cancellazione anagrafica, non essendo obbligatoria).

In realtà nell'Ue a 28 Stati, dove i cittadini stranieri sono 38,6 milioni (di cui 21,6 non comunitari) e incidono per il 7,5% sulla popolazione complessiva, l'Italia non è né il paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri (5.144.000 a fine 2017, secondo l'Istat), viene dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, mentre supera di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4). Anche l'incidenza sulla popolazione complessiva, pari all'8,5% (dato Istat), risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell'Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). 

Per quel che riguarda la radicale riduzione degli arrivi negli ultimi mesi, essa è stata ottenuta a carissimo prezzo: c'è stato un aumento vertiginoso dei morti in mare; secondo l'Oim, tra gennaio e settembre 2018 ben 1.728 in tutto il Mediterraneo, di cui 3 su 4 (1.260) nella sola rotta tra Libia e Italia, anche a causa della diminuita capacità di ricerca e soccorso in mare provocata dalla delegittimazione ed esclusione delle navi di Ong impegnate in tali operazioni (ad esse era dovuto circa il 35% dei salvataggi). L'Oim calcola che, su complessivi 40.000 migranti deceduti in mare in tutto il mondo dal 2000 ad oggi, quelli morti nella rotta italo-libica siano ben 22.400.

Falso che migranti rubano lavoro a italiani

Il dossier smentisce a suon di dati e numeri la credenza che gli immigrati "rubino il lavoro agli italiani". Dei 2.423.000 occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati in Italia), ben i due terzi svolgono professioni poco qualificate o operaie (nelle quali sono rispettivamente un terzo e un ottavo degli addetti), siano esse nel settore dei servizi, dove i lavoratori stranieri si concentrano per oltre i due terzi (67,4%), o in quelli dell'industria e dell'agricoltura (dove trovano impiego rispettivamente nel 25,6% e nel 6,1%). Non sorprende, quindi, che siano sovraistruiti più di un terzo di essi (34,7%, contro il 23,0% degli italiani, per uno scarto di oltre 11 punti percentuali). 

In particolare, è straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e ristoranti (per lo più addetti alla pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Inoltre i lavoratori immigrati restano ancora schiacciati nelle nicchie di mercato caratterizzate da impieghi pesanti, precari, discontinui, poco retribuiti, spesso stagionali e caratterizzati da sacche di lavoro nero (o grigio) e, quindi, di sfruttamento.

In questo quadro, i disoccupati stranieri sono calcolati in 406.000, un settimo di tutte le persone in cerca di occupazione in Italia, per un tasso di disoccupazione del 14,3% a fronte del 10,8% relativo agli italiani. La scarsa mobilità professionale degli stranieri, tipica di un mercato rigidamente stratificato come quello italiano, li inchioda poi in situazione di subordine, che si riflette nel differenziale retributivo: in media, un dipendente italiano guadagna il 25,5% in più rispetto a uno straniero (1.381 euro mensili contro 1.029), mentre le donne straniere guadagnano in media il 25,4% in meno dei connazionali maschi.

Le donne immigrate sono le più penalizzate, colpisce l'elevata quota di giovani straniere di 15-29 anni appartenenti alla categoria dei Neet (persone che né lavorano né seguono un percorso di formazione o tirocinio): ben il 44,3%, a fronte del 23,7% delle loro coetanee italiane. Si tratta di un dato connesso all'allarmante fenomeno dell'inattività femminile, che colpisce immigrate con più bassi titoli di studio e soprattutto di alcune collettività: a fronte di una media del 44,1% riguardante le donne straniere in generale (43,9% per le sole non comunitarie), le pakistane, egiziane e bangladesi raggiungono tassi di inattività di oltre l'80% (fonte Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali).

Nessun dato fa pensare che gli immigrati siano in competizione con gli italiani per un'occupazione o che rubino agli italiani il lavoro, come una certa retorica continua a proclamare. Un riflesso di questa disparità si osserva nel differenziale di reddito dichiarato: nel 2016, quello dichiarato da cittadini stranieri è stato complessivamente di 27,2 miliardi, pari a una media annua pro capite di 12.000 euro, inferiore di quasi 10.000 euro a quella degli italiani (circa 21.600 euro). Come evidenzia la Fondazione Leone Moressa, su tali redditi i contribuenti stranieri hanno versato Irpef per 3,3 miliardi di euro, che sommati ad altre voci di entrata, riconducibili a cittadini stranieri (tra cui 320 milioni solo per i rilasci/rinnovi dei permessi di soggiorno e le acquisizioni di cittadinanza e 11,9 miliardi come contributi previdenziali), assicurano un introito nelle casse dello Stato pari a 19,2 miliardi di euro, che paragonati con i 17,5 miliardi di spesa pubblica dedicata agli immigrati (il 2,1% dell'intera spesa pubblica nazionale), rendono il bilancio statale tra entrate e uscite imputabili all'immigrazione positivo di un importo che oscilla tra 1,7 e 3 miliardi di euro.

In calo tasso natalità tra i migranti

Tra le caratteristiche della popolazione immigrata che meritano particolare attenzione, il Dossier Statistico Immigrazione 2018 evidenzia il fatto che in Italia il numero dei nati da genitori entrambi stranieri diminuisce costantemente di anno in anno dal 2013: si è infatti passati da poco meno di 82.000 nel 2012 a quasi 68.000 nel 2017, sebbene - per il fatto che anche la popolazione italiana conosce un progressivo declino della natalità - l'incidenza dei nuovi nati stranieri si mantenga stabile a circa un settimo di tutte le nascite annue del paese (14,8% nel 2017).

Questo graduale adeguamento della popolazione immigrata ai comportamenti riproduttivi della popolazione autoctona ha tuttavia comportato che il tasso di fecondità delle donne straniere, pur restando più alto - come già visto - di quello delle italiane, da qualche anno è sceso al di sotto della "soglia di sostituzione" (2,1 figli per donna fertile), per cui il loro sostegno alla natalità generale del paese sarà sempre meno consistente, con ripercussioni sul sistema di ricambio generazionale a livello produttivo e previdenziale.

Aumenta numero di immigrati che lasciano l'Italia

Negli ultimissimi anni, appare in crescita il numero di persone che lasciano l'Italia per trasferirsi all'estero, non solo italiane ma anche straniere (queste ultime, stando al dato - sottodimensionato - delle cancellazioni anagrafiche per l'estero, sono state 41.000 nel 2017) o italiane di origine straniera, cioè diventate italiane per acquisizione della cittadinanza (32.000, contro le circa 27.000 del 2016). 

In generale, mentre i cittadini italiani di origine asiatica lasciano l'Italia per trasferirsi per lo più in un altro paese Ue, i nativi dell'America Latina tendono invece a tornare nel proprio paese d'origine. Italiani o stranieri che siano, l'Italia è sempre meno un paese per giovani.

Migranti discriminati nel welfare

Il dossier fa emergere anche problemi di scarsa integrazione o discriminazione che permangono anche in vari ambiti di inserimento sociale per i migranti. Ad esempio, ci sono grosse disparità nell'accesso a misure assistenziali o a servizi essenziali di welfare, come gli asili nido, le mense scolastiche, i bonus bebè e i sostegni per famiglie indigenti, al cui riguardo alcune Amministrazioni locali hanno emanato ordinanze puntualmente bocciate dai giudici, in quanto discriminatorie. Anche nell'accesso al mercato della casa gli stranieri restano particolarmente penalizzati, sia per gli affitti, a causa della frequente e dichiarata indisponibilità dei proprietari a locare a stranieri, sia per gli acquisti, a causa delle difficoltà di ottenere un mutuo. 

Ne consegue che quasi 2 stranieri su 3 abitano in affitto, spesso in coabitazione, e solo 1 su 5 in case di proprietà (di metratura mediamente limitata e soprattutto in contesti residenziali popolari e di periferia), mentre il resto abita o presso i datori di lavoro o da parenti e amici, a volte anche in condizioni di sovraffollamento. Le discriminazioni, poi, dilagano incontrollabilmente su internet, con un aumento esponenziale di discorsi d'odio razzista, spesso sulla base di rappresentazioni distorte che riguardano anche la religione di appartenenza, fomentando l'idea - come si sente spesso dire - che siamo "invasi da musulmani", mentre tra gli immigrati i cristiani sono la maggioranza assoluta (2.706.000, pari al 52,6% del totale, secondo la stima di IDOS), con preminenza degli ortodossi (1,5 milioni) e dei cattolici (oltre 900.000), mentre i musulmani sono 1 ogni 3 (32,7%, pari a 1.683.000 persone).

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