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Lunedì, 26 Settembre 2022

Il ritorno del baraccone tassapiattista

Poiché in Italia nulla si butta e tutta la spazzatura torna ciclicamente, tocca tornare a occuparsi della cosiddetta flat tax, ricicciata compulsivamente dalla destra che si accinge (dicono i sondaggi) a trionfare alle elezioni del mese prossimo per poi schiantarsi sugli scogli della realtà. Lo so, ne avete le tasche piene e non certo di soldi che i circensi vi promettono ma resistete, è per il vostro bene. E così rispondo anche a chi mi segue da relativamente poco tempo e non sa che questi temi li tratto da una quindicina di anni.

Finire l'opera

Dunque, pare che la destra voglia partire dal fondo, o meglio voglia finire l’opera e introdurre una seconda imposta sostitutiva per redditi di lavoro autonomo fino a centomila euro. Nella proposta originaria, l’aliquota doveva essere al 20%, dopo il 15% per redditi di lavoro autonomo sino a 65 mila euro, detratti forfettariamente i costi caratteristici dei singoli settori di attività.

Venne lanciata a inizio di questa legislatura dal governo gialloverde, se ricordate. Era obiettivo leghista ereditato dal programma delle destre. Ha una serie di problemi e iniquità strutturali di cui ho scritto qui

Ora la destra vuole finire l’opera e riesumare la flat tax per redditi di lavoro autonomo sino a centomila euro, per poi sventolare davanti agli occhi dei gonzi lavoratori dipendenti la carota della tassa piatta come l’elettroencefalogramma di qualcuno.

Non tornerò sulle criticità di copertura e neppure su quelle di progressività. Molti, a sinistra, invocano il dettato costituzionale di progressività praticamente a livello di singola imposta e non di sistema tributario, ma quello è problema loro. C’è però da dire che non mi stupirei se, di fronte a una riforma in senso “piatto” dell’Irpef, la Consulta arrivasse ad abbatterla sostenendo che, anche se progressiva, lo è meno della struttura d’imposte e deduzioni precedente. Ma non voglio fare processi alle intenzioni. Quindi, non toccate detrazioni e deduzioni acquisite, o ve ne pentirete. E quindi? Quindi, ecco le proposte di “flat tax a più aliquote” (yawn), già sentite anni addietro, e di cui ho scritto qui. Vi faccio un riepilogo:

Va bene una flat tax, così negoziamo o fingiamo di negoziare un patto di governo con i suoi sostenitori. Però, però. Però vorrete mai togliere le agevolazioni per carichi di famiglia e pensione, quella per lavoro dipendente, quella per spese sanitarie, quella per interessi passivi su mutui prima casa, quella per l’efficienza energetica, quella per l’arredamento, quella per gli interventi di ristrutturazione edilizia e, mi voglio rovinare, quella per acquisto di piante e arredi da giardino? Eh? Eh?

Mai sia! E allora, per non nuocere alle classi deboli con la flat tax e non violare la Carta, teniamole tutte, queste agevolazioni, e magari allarghiamo la no tax area per i “poveri”. E magari introduciamo qualche altra agevolazione per chi ha basso imponibile, così andiamo ad accentuare la progressività e siamo tutti orgoglioni di combattere povertà e disagio sociale, incapienti esclusi. O no?

Ecco, alla fine di questo processo progressivo e progressista, avremmo un buco di gettito ancora più elevato che con lo status quo ante, una enorme e persistente criticità burocratica da gestione delle eccezioni e della casistica fiscale, e ci servirebbe un’aliquota di equilibrio intorno al 50% per restare a galla. Alla fine, lo scopo esistenziale della flat tax (semplificazione e supply side) verrebbe soffocato nella culla e si riprodurrebbe lo status quo ante non più dal versante di una pluralità di aliquote d’imposta bensì da quello delle tax expenditures. Cambiare tutto per non cambiare nulla, e di certo non l’esito finale. Facite ammuina, qualcuno ci cascherà.

Idiozie incrementali e coperture immaginarie

Vi è più chiaro, così? Capite perché non si farà nulla eppure siamo ancora qui a parlarne? Con un aggiornamento: usare i soldi del reddito di cittadinanza come copertura. Cioè diciamo 6-7 miliardi annui, lasciandone un paio ai casi di povertà estrema in fasce di età avanzate, presumo.

Ah, quest’anno c’è anche la variazione sul tema, la “flat tax incrementale”. Nelle idee della destra, e rilanciando un’idea di anni addietro, si dovrebbe applicare un 15% ai redditi incrementali rispetto all’anno precedente. Utile, secondo costoro, a fare emergere imponibile oppure per tassare in modo lieve aumenti aziendali, meglio se legati a welfare e accordi di produttività di secondo livello. Ecco il commento del professor Dario Stevanato sul Foglio di oggi: tale forma di tassazione del reddito incrementale

[…] darebbe luogo a seri problemi di costituzionalità, posto che a parità di redditi posseduti in un certo anno, e dunque a parità di capacità contributiva, tasserebbe diversamente i contribuenti in ragione di un elemento accidentale quale l’aver o meno avuto nell’anno precedente un reddito di pari ammontare; inoltre la flat tax incrementale determinerebbe, per coloro che vi accedono, un andamento regressivo del prelievo (all’aumentare del reddito posseduto l’aliquota media diminuirebbe). Il che potrebbe renderla, specie se concepita come misura strutturale, incompatibile con l’articolo 53 della Costituzione.

Come potete constatare, non serve essere trinariciuti e invocare il feticcio della Carta per individuare le purissime idiozie di tali proposte. Che comunque resteranno senza copertura, tranquilli. A proposito, l’altra grande fonte di copertura immaginaria sono i leggendari mille miliardi di crediti fiscali che lo stato vanterebbe sui contribuenti. Un topos talmente radicato che un paio di anni addietro venne richiamato anche da un prestigioso libero pensatore della sinistra, Massimo Cacciari. Che tenerezza. Spiacente, quei soldi non esistono (più).

Ma non temete: c’è sempre la possibilità di riciclare (letteralmente) la voluntary disclosure su contante e cassette di sicurezza, incluso riciclaggio a autoriciclaggio. E se non basta, mi voglio rovinare: alziamo il tetto al contante e avremo un boom di consumi, soprattutto nelle gioiellerie, venghino!

E poi c'è la realtà

Il tutto mentre andiamo verso un razionamento energetico in Europa, avremo l’inverno più difficile dal dopoguerra, bisognerà scrivere una legge di bilancio che tenga conto di ciò, subito dopo le trionfali elezioni del 25 settembre. Auguri, di cuore.

Un paio di note antropologiche: osservate che, entro la stessa accozzaglia elettorale, abbiamo un partito che propone la tassa piatta al 23% e un altro che la propone al 15%. Se non fossimo il paese sudamerican-mediorientale che siamo, costoro sarebbero presi a ortaggi da mane a sera. Invece, qualcuno dirà che si tratta di “sana competizione fiscale tra alleati”.

Altro punto, non disgiunto dal primo: secondo voi, perché accozzaglie che propongono simili stronzate levate d’ingegno raccolgono tale ampio consenso? Perché l’elettorato è fatto di analfabeti (dis)funzionali? Verosimile, per parte non trascurabile. O forse perché gli elettori sanno perfettamente che nulla accadrà ma vogliono solo evitare un governo di accozzaglia alternativa che punta a nuove tasse sui ricchi da 40 mila euro lordi anni in su? Possibile, o forse probabile. Fingersi idioti per schivare un pericolo, in pratica. Ma trotterellando felici verso la scogliera.

  • Per i costi e gli impatti distributivi delle “proposte”, i calcoli (già fatti nel 2018 ma aggiornati a oggi) di Massimo Baldini e Leonzio Rizzo su lavoce.info.

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