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Sabato, 1 Ottobre 2022
Facciamo chiarezza

Quanto gas abbiamo in Italia e perché non lo estraiamo

Dagli anni '90 a oggi la nostra produzione è calata in modo sensibile. Mentre i giacimenti più "vecchi" si stanno esaurendo le riserve più promettenti sono bloccate da vincoli ambientali e una diffusa ostilità verso le attività di estrazione. Ne abbiamo parlato con Marcellino Tufo, ingegnere dell'Eni ed esperto di perforazioni energetiche

Quanto gas è presente nel sottosuolo italiano? E perché dagli anni '90 ad oggi la nostra produzione è andata via via scemando lasciandoci sempre più dipendenti dal gas che importiamo dall'estero? Per rispondere proviamo a inquadrare meglio il contesto partendo dai numeri. Secondo le stime del ministero della Transizione Ecologica (Mite) le riserve di gas certe, ovvero quelle che possono essere "commercialmente prodotte" con una probabilità maggiore del 90% sono 39,8 miliardi di metri cubi, di cui circa 22 miliardi onshore (sulla terraferma) e la restante parte in mare (offshore).

Altre riserve, pari a 44,5 miliardi di metri cubi di gas, vengono invece considerate probabili: possono cioè essere recuperate con una probabilità maggiore del 50%. Infine ci sono le riserve possibili, pari a 26,7 miliardi di metri cubi, che si stima di poter estrarre con un grado di probabilità "molto minore del 50%".

Quanto gas è presente nel sottosuolo italiano-3

Detto ciò: quanto gas potremmo effettivamente estrarre? Abbiamo chiesto lumi al Mite e ci hanno spiegato che per ottenere i voumi delle "riserve recuperabili" questi tre numeri non possono essere semplicemente sommati, ma vanno "pesati" con una formula che tenga conto della rispettive probabilità [P1+(P2*0.5)+(P3*0.2)]. Se ne deduce che dal sottousolo italiano potrebbe essere recuperata una quantità di gas che si aggira sui 70 miliardi di metri cubi o poco meno. Sono tanti o pochi? Generalmente vengono considerati pochi. Basti pensare che al largo di Cipro Eni ha da poco scoperto lo stesso volume di gas in un solo giacimento. E che il nostro consumo di gas si attesta intorno ai 70-75 miliardi annui.

Consumo di gas naturale in Italia-2

"Nessuno sa davvero quanto gas c'è nel nostro sottosuolo"

I criteri che vengono presi in considerazione per classificare le riserve in "certe", "probabili" e "possibili" sono diversi: l'estensione o altre caratteristiche del giacimento, l'esistenza di un sistema di trasporti e non ultimo l'economicità. Oltre che sostenibile dal punto di vista ambientale, estrarre del gas dal sottosuolo deve essere anche conveniente dal punto di vista economico per la società titolare della concessione (cosa non scontata, specie per i giacimenti "poveri" di gas).

Si tratta di stime attendibili? Per rispondere a questa domanda bisogna aver ben chiaro cosa sono le riserve e perché i numeri che abbiamo dato prima vanno contestualizzati. Marcellino Tufo, ingegnere dell'Eni ed esperto di perforazioni energetiche, ci spiega che "parlare di riserve in un paese che ha realizzato l'ultimo pozzo esplorativo nel 2008 è fuorviante e non da nessuna certezza" essendo quelle stime realizzate "con strumenti datati" il che "limita sensibilmente le nostre attuali conoscenze". Secondo molti ingegneri e geologici è in effetti impossibile sapere quanto gas c'è nel nostro sottosuolo. Per conoscere i volumi effettivi, "bisognerebbe aver 'esplorato' ogni singola struttura geologica posta nel territorio italiano", si legge in un post condiviso sulla pagina "I lavoratori 'invisibili' dell'Oil&Gas", community di operatori ed esperti dell'offshore, ma questo non è possibile perché "molte strutture restano inesplorate". 

La vera quantità di gas presente nel sottosuolo, dicono, "è sconosciuta". Anche a chi è del settore. Quanto alle riserve, altro non sono che quella parte del gas "che le compagnie, in un certo momento, dichiarano estraibili da un punto di vista tecnico, economico ed anche legislativo". Un sottoinsieme di tutto il gas che è stato scoperto, che a sua volta è un sottoinsieme di tutto il gas presente nel sottosuolo. Fatta questa precisazione "si capisce bene - dice Tufo - che al variare delle condizioni tecniche, economiche e normative anche le riserve variano a vanno ricalcolate". In altre parole: più i prezzi salgono e più diventa conveniente sfruttare riserve che fino a prima non erano considerate redditizie. 

Riserve di gas (credit I lavoratori 'invisibili dell'Oil&Gas)-2

Tornando ai dati del Mite va poi osservato che tra le riserve "certe" non rientrano i volumi dei giacimenti per i quali non è stato ancora presentato un piano di sviluppo della concessione, o per vincolo di legge o per scelta dell'operatore. E dunque in questi volumi non vengono considerati i ricchi giacimenti dell'alto Adriatico, mentre le riserve entro le 12 miglia dalla costa vengono incluse solo se "dotate di programma approvato" (vedremo poi perché). 

Chi è favorevole all'estrazione di gas guarda al bicchiere mezzo pieno: sfruttare di più le nostre riserve significherebbe dipendere meno dal gas che importiamo dall'estero, ci aiuterebbe a ridurre eventuali problemi di approvvigionamento (di questi tempi non sarebbe poco) e potrebbe avere anche un effetto benefico, per quanto limitato, sulle bollette. Non è così, rispondono i no triv: nessuno ci assicura che le società titolari delle concessioni (che per estrarre pagano delle royalties allo Stato) non vendano quel gas al prezzo di mercato. E in ogni caso il contributo al fabbisogno nazionale sarebbe troppo modesto per avere benefici tangibili sul costo delle bollette. 

La produzione italiana di gas

Fatto sta che da ormai da molti anni l'estrazione di gas è in diminuzione. Il motivo principale è che i vecchi giacimenti sono ormai sfiatati e lo sfruttamento delle riserve a cui non abbiamo ancora attinto è bloccato da vincoli ambientali sempre più severi e in alcuni casi dalle lungaggini degli iter autorizzativi. Per avere un quadro più completo della situazione proviamo a snocciolare qualche altro dato. In Italia la produzione di gas ha raggiunto il suo picco storico nel 1994 quando copriva il 40% del fabbisogno nazionale. In quegli anni le estrazioni hanno toccato anche i 20 miliardi di metri cubi all'anno, ma con il tempo si sono progressivamente ridotte. Siamo così passati dai 9 miliardi del 2008 ai quasi 7 del 2015 per finire con i 3,5 miliardi del 2021. Nel frattempo, tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2000, le importazioni dall'estero sono sensibilimente cresciute.  

Produzione di gas naturale in Italia-2

"L'andamento della produzione del gas naturale" spiega l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) "è indicativo di un progressivo esaurimento dei giacimenti non compensato dall'entrata in produzione di nuovi ritrovamenti". Se i vecchi pozzi non rendono più come in passato, "lo sfruttamento dei due più promettenti giacimenti a gas rinvenuti" è invece "bloccato per cause diverse".

Il primo nel nord Adriatico è stato bocciato "per gli impatti sull'area di Venezia" mentre i giacimenti di Cassiopea e Argo, al largo di Gela, sono ancora in stand by ma potrebbero diventare operativi entro la prima metà del 2024. Al netto di eventuali inciampi autorizzativi. In questi due giacimenti dati in concessione ad Eni sono stimate riserve per circa 10 miliardi di metri cubi di gas.

I giacimenti nel nord dell'Adriatico e il rischio subsidenza

Altri 30 miliardi di metri cubi (forse addirittura di più) si trovano sotto il fondale del nord Adriatico, ma una parte consistente di queste riserve resta intoccabile per la legge n.133 del 2008 che vieta la "prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia" per il rischio di "subsidenza", un fenomeno di abbassamento del suolo che può avere cause naturali o altre volte determinate dall'attività dell'uomo. In sostanza si teme che l'estrazione di gas dal sottosuolo possa amplificare il fenomeno della subsidenza e provocare un abbassamento del suolo anche nell'area di Venezia alterando un equilibrio delicato. 

Marcellino Tufo ci ha spiegato che in effetti la subsidenza è un fenomeno che può interessare gli impianti di estrazione, ma non in misura tale da provocare un abbassamento del suolo a chilometri di distanza. L'esperto cità a mo' di esempio alcune osservazioni effettuate in un sito di estrazione al largo delle Marche, dove "è stato misurato un abbassamento di 2 metri e 40 del suolo all'altezza del centro del giacimento che è andato poi a ridursi, fino ad azzerarsi a due chilometri di distanza".

Il fenomeno della "subisidenza" sarebbe dunque localizzato nei pressi del punto di estrazione, una tesi confermata anche da un eminente studioso come Pietro Teatini, professore di ingegneria idraulica e tra i massimi esperti in questo campo, che ha recentemente dichiarato: "I giacimenti al largo dell'Adriatico hanno un'area molto piccola, per cui non provocano in alcun modo degli abbassamenti del livello del suolo lungo la fascia costiera, a meno che non siano sotto la costa. Tecnicamente la produzione di gas da quei giacimenti, che sono quasi tutti lontani dalla costa, non può provocare alcun abbassamento a Venezia". 

La legge che vieta le estrazioni entro le 12 miglia

Altre due leggi che hanno impattato sulla produzione nazionale di gas sono state approvate a seguito del disastro della Deepwater Horizon, avvenuto nel 2010 nel golfo del Messico. Nello stesso anno un decreto del governo Berlusconi stabilì il divieto di perforazione ed estrazione di gas all'interno di aree marine e costiere protette e nelle zone marine poste entro 12 miglia (circa 19,3 km) "dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere", fatte salve le autorizzazioni già rilasciate. Un successivo decreto varato due anni dopo dal governo Monti ha esteso questo divieto "lungo l'intero perimetro costiero nazionale". E così, ad esempio, i "pozzi produttivi" Giulia 001 e Benedetta 001, al largo di Rimini, restano fermi. 

Un vincolo necessario secondo i movimenti ecologisti e no triv: in primis per l'impatto dell'estrazione di idrocarburi nell'ecosistema marino e costiero, e poi per evitare il ripetersi di incidenti come quello avvenuto nell'Atlantico. Legambiente sostiene inoltre che la produzione di gas da impianti entro le 12 miglia sia tutto sommato trascurabile e marginale per il nostro fabbisogno. Così non la pensa Marcellino Tufo che ritiene la legislazione in materia eccessivamente  penalizzante: "L'Italia è l'unico Paese al mondo che ha un divieto di attività al di sotto delle 12 miglia" afferma l'esperto che ricorda come questo vincolo sia nato "dopo un incidente avvenuto in un pozzo di petrolio, mentre in Adriatico si estrae praticamente solo gas metano". 

In altri casi l'attività di estrazione è stata bloccata dai niet degli enti competenti. Un esempio è quello del giacimento onshore di "Colle Santo", sul lago di Bomba (Abruzzo), dove si potrebbero estrarre circa 2,5 miliardi di cubi totali di gas, ma ministeri e Regione hanno detto di no per una serie di motivi legati a possibili conseguenze sull'ambiente, tra cui i rischi per lo "scenario sismo-tettonico" e "l'instabilità idrogeologica" dell'area, nonché per "la presenza di numerose ed importanti frane attive e quiescenti", con i conseguenti pericoli per la diga artificiale del lago. 

Le ragioni di chi è contro le "trivelle"

Ogni giacimento fa storia a sé, ma tracciando un bilancio più generale si può affermare che i vincoli all'estrazione di gas sono diventati nel tempo via via più stringenti, mentre i pozzi "eroganti" sono inesorabilmente diminuiti così come la produzione nazionale. Nell'ultimo decennio poi i movimenti no triv (ma anche alcuni partiti come il M5s) hanno condotto una battaglia senza quartiere per fermare le "trivellazioni" sostenendo che i rischi ambientali e l'impatto sull'ecosistema marino (nel caso di piattaforme offshore) siano di gran lunga superiori ai benefici.

Un "no" motivato anche dalla convinzione che gli impianti in mare siano un danno per il turismo, oltre che per l'ambiente. Chi si oppone alle trivelle sostiene poi che aumentarne la produzione non farà scendere le bollette. "Una nuova fonte di gas", spiegano ad esempio dal think tank Ecco, "potrebbe influenzare il prezzo europeo solo se fosse di dimensione rilevante rispetto al fabbisogno complessivo". 

L'ostilità verso le "trivelle" non è stata solo appannaggio dei 5 Stelle o dei movimenti ambientalisti, ma ha trovato sponde anche a destra. Il governatore del Veneto Zaia (Lega) ad esempio si è spesso schierato contro gli impianti in mare arrivando a definire una "follia" l'ipotesi di sbloccare le concessioni nel nord dell'Adriatico. E ancora: in occasione del refererendum del 2016 per vietare il rinnovo delle concessioni entro le 12 miglia dalla costa, tra i partiti che hanno invitato a votare per il sì c'erano Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia. 

L'esperto: "Non è vero che produrre in Italia è anti-economico"

Dall'altra parte c'è chi vorrebbe meno vincoli e più pozzi estrattivi. Le nostre riserve di gas non sono così consistenti? Può darsi, ma potrebbero bastare per avere una produzione fino a 7 miliardi di metri cubi in aggiunta a quella di oggi. "Sarebbe come avere un'altra Tap", dice Tufo citando il gasdotto che porta in Italia e in Europa il gas estratto in Azerbaigian. Nessuno poi può sapere con certezza quanto gas ci sia davvero nel nostro sottosuolo, anche perché le perforazioni sono quasi ferme: "Dare dei numeri certi è praticamente impossibile" spiega l'esperto. Vero è invece che aumentare la produzione nazionale ci consentirebbe di ridurre la nostra dipendenza dall'estero e avere meno problemi di approvvigionamento. 

Un altro argomento di chi vorrebbe sbloccare le concessioni è che l'importazione di gas non è affatto un'attività benefica per l'ambiente, anzi si direbbe il contrario visto che il trasporto è una fonte aggiuntiva di inquinamento e il gas deve essere comunque estratto (anche se altrove). E dunque quel gas che non recuperiamo dalle nostre riserve "lo importiamo contribuendo all'aumento di anidride carbonica". Non solo. "Il 30% di quel gas si perde per ragioni tecniche lungo il tragitto", spiega Tufo. Ciò significa che "se dalla Russia parte un volume di 1 miliardo di metri cubi, in italia ne arrivano 700 miloni anche se il costo resta di un miliardo".

Da quali Paesi importiamo il gas-3

Inoltre, "non è corretto dire che produrre in Italia non è economico" perché i giacimenti italiani non sono generalmente così ricchi di gas. Anzi, "con le tecnologie attuali è possibile produrre da campi che un tempo venivano abbandonati. Se produrre è anti economico allora vuol dire che le imprese non investiranno più. Ma lasciamolo decidere alle aziende che investono". 

Il decreto in arrivo per aumentare la produzione di gas

Tra iter autorizzativi e tempi tecnici per la costruzione di nuovi impianti nell'immediato non si possono fare miracoli. Il governo sembra però intenzionato a recuperare tutto il gas che è possibile recuperare. Resta da capire se per farlo ha in mente di derogare (e in che modo) alle leggi attuali. Per ora sappiamo che il decreto annunciato giorni fa dal ministro della Transizione Energetica Roberto Cingolani prevede di estrarre "4-5 miliardi di metri cubi" aggiuntivi di gas "su giacimenti esistenti, senza intaccare l'Alto Adriatico che è critico per vari motivi, in modo da aumentare l'autonomia italiana".

L'idea è quella di chiedere agli operatori "di dare una certa quantità di gas alle aziende a un prezzo controllato. Trattandosi di aziende e non di onlus - ha detto Cingolani - non si può chiedere loro di fare un regalo o darlo a prezzi scontati, si tratta di società che devono rispondere ad azionisti". A fronte di un accordo con le società titolari delle concessioni le aziende energivore potrebbero dunque beneficiare di gas a prezzo ridotto. Escluso l'Alto Adriatico, le aree candidate a una maggiore estrazione di metano sono il Medio Adriatico e il Canale di Sicilia, ma "a una certa distanza dalle coste e in zone dove siamo già" ha precisato il ministro, il minimo che si posa fare senza stravolgere i piani a lungo termine". Il decreto è atteso per la prossima settimana. 

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