Venerdì, 5 Marzo 2021

Cosa succede alla riforma della Pubblica Amministrazione con il governo Draghi

Per l'ex governatore della Banca d'Italia il restyling della macchina statale è una priorità. I principi ispiratori? Trasparenza, controllo dei risultati e collegamento tra retribuzione e performance

Mario Draghi, ANSA

Mario Draghi metterà mano anche alla Pubblica Amministrazione? E che cosa dovremmo aspettarci da una (per ora ipotetica) riforma della Pa firmata dall’ex capo della Bce? Nei suoi interventi da governatore della Banca d’Italia, Draghi ha sottolineato più volte la necessità di rendere più efficiente e trasparente la macchina pubblica per aumentare la competitività del sistema Paese. Un obiettivo condiviso, almeno a parole, da molti suoi predecessori. Che però, nonostante qualche passo avanti sia stato fatto, non sono riusciti a snellire e rendere davvero produttiva la macchina pubblica.

Ci proverà anche Draghi? Di sicuro se dovesse ritrovarsi a Palazzo Chigi, l’ex capo della Bce potrà investire molti soldi per svecchiare la Pa. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza – Next Generation Ue, approvato dal Consiglio dei ministri del governo uscente, prevede(va) una spesa di 11,45 miliardi da destinare alla restyling della macchina pubblica. “L’impegno chiave - si legge in una nota del ministro Dadone - è quello di cambiare la Pa per favorire l’innovazione e la trasformazione digitale del settore pubblico, dotandola di infrastrutture moderne, interoperabili e sicure”. Nel dettaglio, 7,95 miliardi sono i fondi previsti per la digitalizzazione, mentre altri 1,5 miliardi dovrebbero andare alla Modernizzazione della Pa. Ovviamente tutto potrebbe cambiare con Draghi a Palazzo Chigi.

Come Draghi potrebbe cambiare la PA

Torniamo dunque alla domanda iniziale: che cosa dobbiamo aspettarci con Draghi a Palazzo Chigi? In un intervento del 15 luglio 2010 da governatore della Banca d’Italia, Draghi elogiava la recente riforma della Pa firmata da Renato Brunetta che - si legge - “si caratterizza per l’ampiezza dell’intervento e la rilevanza dei principi ispiratori: trasparenza, premialità selettiva attraverso il collegamento tra retribuzione e performance, controllo dei risultati anche attraverso forme di benchmarking. Le ricadute sulla qualità dell’azione amministrativa - avvertiva però Draghi - dipenderanno tuttavia dal modo in cui tali principi troveranno concreta attuazione”. Trasparenza. Controllo dei risultati. Collegamento tra retribuzione e produttività. E ancora. “Sono necessarie riforme strutturali che pongano il nostro sistema produttivo nelle condizioni migliori per poter cogliere le opportunità che saranno offerte dalla ripresa economica mondiale” spiegava ancora Draghi.

“In Italia, gli oneri amministrativi e burocratici per l’attività di impresa sono elevati nel confronto internazionale; i recenti interventi sull’avvio d’impresa vanno nella giusta direzione, necessitano di essere rafforzati e accompagnati da ulteriori misure che migliorino l’efficienza degli uffici pubblici. Gli ampi divari di performance riscontrati tra le diverse strutture pubbliche segnalano la possibilità di rilevanti guadagni di efficienza per le imprese, qualora tutte le amministrazioni adottassero le pratiche migliori. Gli adempimenti a carico del settore produttivo incidono su molti aspetti della competitività delle imprese: la natalità, le dimensioni, la produttività. I tempi e i costi di tali adempimenti presentano un’elevata variabilità territoriale: sulla base di un’indagine condotta dalla Banca d’Italia (replicando su base regionale il confronto internazionale effettuato dalla Banca Mondiale) per avviare un’impresa ci volevano in media 12 giorni nell’area più “veloce” e oltre 27 in quella più “lenta”; i costi potevano variare dal 13 per cento del reddito pro capite a quasi il 30. Le recenti riforme hanno ridotto significativamente i tempi - aggiungeva Draghi -, producendo miglioramenti maggiori nelle aree più lente”. E tuttavia “ampie differenze territoriali si riscontrano anche per le procedure relative all’ottenimento di permessi di costruzione e al trasferimento di proprietà immobiliari”.

Insomma, secondo Draghi i ritardi della macchina pubblica sono una palla al piede che ostacola la crescita. Per questo c’è la necessità di rendere il sistema efficiente da nord a sud e ridurre i divari territoriali. In un altro intervento del 26 novembre 2009, Draghi spiegava in particolare che “svolgere un’attività produttiva in Italia è spesso più difficile che 4 altrove, anche per la minore efficacia della Pubblica amministrazione; nel Mezzogiorno queste difficoltà si accentuano”.

Mario Draghi e la riforma della pubblica amministrazione

Ma per capire le idee di Draghi in materia di Pa dobbiamo rifarci ad un altro documento, ovvero le “Considerazioni finali” all’assemblea ordinaria di Banca d’Italia del maggio 2010. Nel testo il governatore spiega che “la gestione del turnover nel pubblico impiego e i tagli alle spese discrezionali dei ministeri recentemente decisi dal Governo devono fornire l’occasione per ripensare il perimetro e l’articolazione delle amministrazioni, per razionalizzare l’allocazione delle risorse, riducendo sprechi e duplicazioni tra enti e livelli di governo. Occorre un disegno esteso all’intero comparto pubblico, che accompagni le iniziative già avviate per aumentare la produttività della pubblica amministrazione attraverso la valutazione dell’operato dei dirigenti e dei risultati delle strutture”. Insomma, tirando le somme si può dedurre che Draghi è favorevole ad un meccanismo che premi i dipendenti più meritevoli. E anche i dirigenti dovranno essere valutati in base ai risultati ottenuti.

“Il federalismo fiscale - spiegava Draghi - deve aumentare l’efficienza nell’uso delle risorse. Solo un vincolo di bilancio forte, accompagnato dalla necessaria autonomia impositiva, può rendere trasparente il costo fiscale di ogni decisione e responsabilizzare i centri di spesa. La definizione dei costi e dei fabbisogni standard a cui saranno commisurati, con la necessaria componente di solidarietà, i trasferimenti statali dovrà fare riferimento alle migliori pratiche”. In un altro passaggio il governatore della Banca d’Italia sottolineava la necessità per ciascun ente di “mantenere il proprio bilancio in pareggio, al netto degli investimenti, come previsto dall’articolo 119 della Costituzione; l’ammontare complessivo della spesa locale per investimenti andrà fissato per un periodo pluriennale, in coerenza con gli obiettivi di indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche”.

Ma la riforma della Pa si farà? Il senatore del Psi, Riccardo Nencini , ha spiegato dopo le consultazioni che l'impostazione che Draghi vuole dare al suo governo “è divisa in quattro punti, da una parte c'è una forte cornice europeista, dall'altra tre riforme in tre campi fondamentali: la pubblica amministrazione, la giustizia, il fisco, un'attenzione particolarissima al mondo del lavoro, e la questione scuola”. Insomma, per l'ex capo della Bce la riforma della macchina pubblica è urgente e improrigabile. Ce la farà?

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