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Domenica, 28 Novembre 2021
La vicenda dall'inizio

Il caso Ideal Standard: stop alle attività e 500 lavoratori a rischio

Per l'azienda lo stabilimento di Trichiana non è competitivo. I sindacati hanno proclamato due giorni di sciopero. Zoli (Femca Cisl) a Today: "Scelta di carattere finanziario, non industriale". Il gruppo ha lasciato aperta la porta della cessione a un competitor

Un altro duro colpo all'occupazione. Sono quasi 500 i lavoratori che rischiano il posto per la chiusura del sito di Ideal Standard a Trichiana, in provincia di Belluno. La multinazionale che produce sanitari e impianti idraulici ha annunciato ieri di voler cessare le attività dello stabilimento "a seguito di una lunga e approfondita analisi" sul futuro del sito. Che a detta della società non sarebbe sufficientemente competitivo. Queste almeno le motivazioni adotte dall'azienda dopo un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico terminato con una fumata nera.

Ideal Standard chiude a Trichiana: le motivazioni dell'azienda

Per gli operai non è stato un fulmine a ciel sereno. Ma la situazione è ugualmente drammatica. Già in estate c'era stato un incontro al Mise per discutere del futuro dello stabilimento veneto, ma alla fine era stato tutto rimandato con l'impegno a rivedersi il 27 ottobre. Dal tavolo di ieri è emersa però la volontà della multinazionale di cessare le attività. Oltre ai quasi 500 dipendenti dello stabilimento, rischiano anche i lavoratori dell'indotto che secondo una stima del sindacato Femca Cisl sarebbero circa 200. 

Nella nota del gruppo si legge che "nonostante le strategie messe in atto per la saturazione degli impianti e i numerosi sforzi effettuati negli ultimi anni volti al recupero di produttività", il sito di Trichiana "continua a soffrire di un costo per unità prodotta troppo elevato, ulteriormente aggravato da un crescente costo dell'energia".

"Per contrastare queste condizioni avverse di sistema, la società - spiega - ha analizzato sette diversi scenari di riorganizzazione dei processi produttivi per ridurre l'incidenza del costo del personale attraverso un'elevata automazione", ma "nessuno di questi si è rivelato adeguato a supportare una competitività di lungo periodo dello stabilimento".

Zoli (Femca Cisl) a Today: "Scelta di carattere finanziario, non industriale"

I sindacati intanto hanno annunciato due giorni di sciopero. Lorenzo Zoli della Femca Cisl parla di scelte che hanno una "connotazione non industriale, ma di carattere finanziario" e accusa l'azienda di cercare "ogni scusa possibile" per cessare le attività. "È vero che il costo medio dello stabilimento è leggermente più elevato della concorrenza" dice raggiunto al telefono da Today, ma "non è corretto ragionare" seguendo solo il criterio del costo-pezzo per un sito, quello di Trichiana, che tratta "tutti i pezzi della gamma, tra cui quelli tecnologicamente più avanzati" e rispetto ad altri stabilimenti è in grado anche di industrializzare i prodotti.

Perché allora la decisione di chiudere? Quello che si sta consumando è solo "l'epilogo di un processo di deindustrializzazione che va avanti dal 2008", evidenzia il segretario nazionale della Femca Cisl. "Ideal Standard aveva 4 stabilimenti in Italia, quello di Trichiana era l'ultimo".

Le scelte industriali andrebbero dunque inquadrate in "un contesto di natura finanziaria" che secondo il sindacato hanno avuto un peso anche sul destino del sito veneto. La multinazionale, dice ancora Zoli, "è posseduta da un fondo finanziario e sul gruppo pesano circa 2,8 miliardi di debiti". Oltre alle dismissioni in questi anni la politica industriale del gruppo è stata anche quella di investire "in altri Paesi come la Bulgaria e la Repubblica Ceca dove il costo del lavoro è più basso". In ogni caso il sito di Trichiana non viene ritenuto competitivo. 

Donazzan: "Giornata drammatica per l'industria"

Per Elena Donazzan, assessore al Lavoro della Regione Veneto, la giornata di ieri è stata "drammatica" per l'intera industria veneta. "I lavoratori, da tempo, avevano mostrato preoccupazione e ipotizzato che le decisioni della multinazionale andassero in questa direzione e, purtroppo, è accaduto ciò che temevano".

Secondo Donazzan "non è accettabile che i costi finanziari determinino la chiusura di uno stabilimento, realtà dove nel 2015, rinunciando a 170 euro al mese, cifra che nella busta paga di un operaio pesano moltissimo, determinarono un risparmio di circa 8 milioni di euro. Il costo dell'investimento che venne fatto di un nuovo forno di ultima generazione. Quel forno che oggi permette la produzione di ceramica di altissima qualità".  Insomma, "la situazione è tutt'altro che semplice", ma per ora non c'è un muro contro muro. 

L'ipotesi di una vendita a un concorrente

Il confronto con l'azienda resta aperto. Le lettere di licenziamento non sono ancora partite, anche se la decisione di cessare l'attività è ritenuta "irrevocabile". Intanto il 5 novembre ci sarà un nuovo tavolo in Regione e poi il 17 un incontro al Mise. La società si è detta disponibile a ragionare su tutte le richieste che il sindacato, unitamente alla Regione, ha avanzato in termini di continuità industriale, anche con eventuale acquisizione da parte di competitor, cessione del marchio Ceramica Dolomite e tutto ciò che potrà servire per attirare un nuovo investitore industriale.

La società avrebbe dunque acconsentito anche a una vendita ad altri competitor sciogliendo il patto di "non concorrenzialità". Si tratta di un'apertura importante perché, sottolinea Zoli, "di solito i gruppi non vendono mai a qualcuno che produce le stesse cose". In questo caso invece "il vincolo dovrebbe cadere" permettendo a un eventuale nuovo investitore di riprendere la produzione. Ma ad oggi 500 lavoratori sono in un limbo.

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