Lunedì, 27 Settembre 2021
Economia Taranto

Ex Ilva, scatta l'allarme: "A rischio l'equilibrio degli ammortizzatori sociali del Paese"

L'ex Ilva "da sola" potrebbe mettere a rischio l'equilibrio degli ammortizzatori sociali nel nostro Paese, con una spesa maggiore di oltre 200 milioni di euro, un incremento del 20-25% rispetto all'attuale spesa totale. Lo dice una ricerca dei consulenti del lavoro

Oggi il faccia a faccia tra il premier Giuseppe Conte e la famiglia Mittal (si tratta, ma la distanza sugli esuberi è ampia). Nella giornata di venerdì i carabinieri sono entrati nello stabilimento Ilva di Taranto, nell’ambito delle indagini avviate dalla procura jonica dopo l’esposto dei commissari straordinari. Le verifiche riguardano le operazioni di bonifica nel siderurgico, la situazione generale della fabbrica, le attività di manutenzione finora eseguite e la sicurezza sul lavoro. 

Ex Ilva Taranto, allarme ammortizzatori sociali

Il quadro sul fronte occupazionale resta preoccupante. La vicenda dell'ex Ilva rischia di rappresentare un costo enorme per lo Stato, con una spesa fino a 200 milioni di euro di ammortizzatori sociali per i dipendenti, il 20% in più rispetto al miliardo di euro che oggi spende per tutti gli ammortizzatori sociali nel Paese. L'ex Ilva "da sola" potrebbe quindi mettere a rischio l'equilibrio degli ammortizzatori sociali nel nostro Paese, con una spesa maggiore di oltre 200 milioni di euro, un incremento del 20-25% rispetto all'attuale spesa totale. E' quello che emerge da una ricerca dei consulenti del lavoro presentata oggi a Roma in occasione del 'Festival del lavoro - Anteprima 2020'.

Che cosa dice la ricerca? L'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro spiega che "la situazione occupazionale dell'acciaieria di Taranto ha visto una riduzione dell'organico operativo dai 13.800 dipendenti dell'Ilva agli attuali 10.700". "Infatti, secondo le clausole dell'accordo fra il ministero dello Sviluppo Economico e ArcelorMittal Italia siglato a settembre 2018, 3.100 dipendenti sarebbero rimasti alle dipendenze dell'Ilva in amministrazione straordinaria, in quanto non direttamente impiegabili nel piano industriale della newco Am Investco. Ad oggi l'intesa ha generato una ingente spesa da parte dello Stato per ammortizzatori sociali al fine di permettere l'operazione di acquisto da parte di ArcelorMittal".

Ipotesi 200 milioni di ammortizzatori sociali per il 2020

Lo scenario è allarmante: "Per il 2020 è prevista una spesa certa di 74,9 milioni di euro per la cassa integrazione, alla quale, in caso di un ulteriore ricorso agli ammortizzatori sociali per l'80% degli attuali dipendenti attivi a seguito del 'dietrofront' di ArcelorMittal, si aggiungerà una spesa di ulteriori 132,7 milioni. Nello scenario di stallo attuale della produzione, quindi, il 2020 comporterà un esborso da parte dello Stato per la protezione del reddito dei dipendenti ex-Ilva pari a 207,6 milioni di euro", spiegano i consulenti.

"Alla data odierna, in realtà, l'organico dell'Ilva in A.S. conta 2.100 dipendenti in quanto circa 1.000 lavoratori hanno aderito al piano di esodo incentivato che prevede una buonuscita di 100 mila euro lordi (77 mila netti) associati a 1 anno di cig e 2 di Naspi. Dei 2.100 addetti restanti, ben 1.800 sono in cassa integrazione e, secondo gli accordi, potranno restarci per 5 anni (fino al 2023) per poi esser licenziati e fruire dunque di 2 anni di Naspi. Per costoro, Am Investco si era impegnata ad offrire un contratto di lavoro entro il 2025. I restanti 300 addetti sono impegnati nell'attuazione del piano ambientale di bonifica", spiegano i consulenti del lavoro. I numeri sarebbero confermati. Secondo i consulenti del lavoro infatti, "le stime di costo per le casse dello Stato, restante la situazione attuale, non sono suscettibili di cambiamenti".

"Le probabilità per i 1.800 dipendenti in cigs lunga di avere un contratto da ArcelorMittal risultano al momento nulle. Pertanto, nel 2020 lo Stato finanzierà con 50 milioni di euro la cassa integrazione dei 1.800 dipendenti e dei 1.000 che hanno aderito all'esodo incentivato". "Nei due anni successivi, la spesa scenderà a 49 milioni di euro - sottolineano - in quanto i sottoscrittori dell'esodo incentivato entreranno in Naspi. Am Investco Vediamo ora cosa accade ai dipendenti di ArcelorMittal (Am Investco). Per via della crisi del settore industriale, la proprietà ha richiesto e ottenuto una cassa integrazione a 0 ore per 1.400 dei 10.700 dipendenti totali. Pertanto, lo Stato ha provveduto a stanziare la somma di 25 milioni di euro per coprire lo scostamento della produzione rispetto al piano industriale previsto".

Taranto si esclude l'ipotesi di totale chiusura degli impianti

Nonostante "le ultime vicende aprano scenari foschi sul versante dell'assetto proprietario, ma si esclude l'ipotesi di totale chiusura degli impianti e totale dispersione della forza lavoro. È plausibile - sostengono i conslenti - che qualsiasi soluzione individuata (commissario, gara per individuare un nuovo proprietario, rientro di ArcelorMittal) porterà a un nuovo ricorso alla cigs per un numero consistente di lavoratori nel 2020". "Dunque, nello scenario peggiore, si prevede che, dei 9.300 dipendenti ad oggi attivi nell'impianto della newco, l'80% venga posto in cassa integrazione straordinaria nel 2020, per passare al 60% nel 2021, al 40% nel 2022 e tornare alla normalità nel 2024. Inoltre, nel 2020, ai 25 milioni già stanziati per i 1.400 lavoratori dell'Am Investco, andranno aggiunti 132,7 milioni per un totale di spesa di 157,7 milioni per la sola newco. Nel 2021, la lenta ripresa della produzione e la graduale fuoriuscita di lavoratori dalla cigs a zero ore porteranno la spesa a 124,5 milioni, per ridursi gradualmente nel tempo", spiega la ricerca. "Nel 2018, a fronte di 1,257 miliardi di euro incassati destinati al fondo per la cigs, sono stati spesi in sostegni al reddito poco più di un miliardo di euro (1,008 milioni di euro, di cui 445 per contributi figurativi). L'incremento di spesa stimato per il 2020 (dove l'ex-Ilva peserebbe fra il 20 e il 25% sulla spesa totale) comprometterebbe l'equilibrio finanziario del fondo destinato alla copertura dei beneficiari della cassa integrazione straordinaria", rimarca ancora la ricerca.

Fiom-Cgil: "No a intesa preconfezionata tra il Governo ed ArcelorMittal"

"Non si può non apprezzare l'impegno del Governo per tentare di raddrizzare il piano inclinato su cui si è collocata la vicenda dell'ex Ilva e a cui hanno contribuito sia gli atteggiamenti irresponsabili e inaccettabili di ArcelorMittal, sia gli atti e i comportamenti contraddittori ed incauti del Governo stesso". Lo dichiara in una nota Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile siderurgia.

"Quello che però deve essere chiaro - aggiunge -, è che non deleghiamo a nessuno la rappresentanza dei lavoratori del gruppo.
Se si pensa di presentare al sindacato un'intesa preconfezionata tra il Governo ed ArcelorMittal, che metta in discussione i vincoli e la struttura dell'accordo del 6 settembre 2018, magari aprendo alla possibilità di dichiarare qualche migliaio di esuberi, è bene sapere e far sapere che questa soluzione non è per noi accettabile, né tantomeno praticabile".

"In troppi stanno continuando a ballare cinicamente sul 'Titanic' - conclude -, mentre le scorte di materie prime si stanno esaurendo e si sta avvicinando il punto di non ritorno di spegnimento degli impianti. Continuiamo a chiedere un incontro urgentissimo tra le parti per conoscere l'effettivo stato della trattativa con ArcelorMittal e per evitare che si generino equivoci e spiacevoli sorprese: il sindacato non delega la sua funzione di rappresentanza".

Ex Ilva, stop allo spegnimento degli impianti

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