Lunedì, 21 Giugno 2021
Crisi senza fine

In Italia rischiano di chiudere 73mila imprese: la metà sono al Centro-Sud

Secondo l'indagine congiunta  Svimez-centro studi delle camere di commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere sono tutte quelle aziende che hanno forti difficoltà a resistere alla crisi provocata dalla pandemia

In Italia ci sono 73mila imprese a rischio chiusura (Foto di repertorio Ansa)

In Italia ci sono 73mila imprese che rischiano di chiudere i battenti in maniera definitiva. Una grossa fetta che rappresenta il 15% del totale: di queste quasi la metà si trovano al Centro-Sud, 19.900 sono nel Mezzogiorno e 17.500 nelle regioni centrali. I settori con più aziende a rischio chiusura sono quelli dei servizi (17%) e manifattura (9%). 

Crisi, in Italia 73mila aziende a rischio chiusura

Le 73mila aziende che potrebbero uscire dal mercato sono quelle che hanno forti difficoltà a "resistere" alla selezione operata dal Covid come risultato di una fragilità strutturale dovuta ad assenza di innovazione (di prodotto, processo, organizzativa, marketing), di digitalizzazione e di export, e di una previsione di performance economica negativa nel 2021. A fotografare gli effetti della crisi sulle imprese italiane è una ricerca congiunta realizzata da Svimez e centro studi delle camere di commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere.

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"Dall'indagine emerge, oltre a una differenziazione marcata tra Nord Est e Nord Ovest, anche la fragilità di un Centro che si schiaccia sempre più sui valori delle regioni del Sud - commenta il direttore Svimez, Luca Bianchi - I diversi impatti settoriali, con la particolare fragilità di alcuni comparti dei servizi, impongono, dopo la prima fase di ristori per tutti, una nuova fase di interventi di salvaguardia specifica dei settori in maggiore difficoltà, accompagnabili con specifiche iniziative per aumentare la digitalizzazione, l'innovazione e la capacità esportativa delle imprese del Centro-Sud".

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Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del centro studi delle camere di commercio G. Tagliacarne, avverte che "è possibile che le imprese del Mezzogiorno possano conseguire quest'anno risultati ancora più negativi rispetto alle loro aspettative, perché meno consapevoli dei propri ritardi accumulati sui temi dell'innovazione e del digitale. Anche per questo c'è bisogno di un patto per un nuovo sviluppo che tenga conto della gravità della situazione e del preoccupante aumento dei divari nel nostro Paese". 

Imprese fragili: la metà sono al Centro-Sud

Quasi la metà (48%) delle imprese italiane è fragile (non innovative, non digitalizzate e non esportatrici). Al Sud arrivano al 55%, per quasi il 50% al Centro, per il 46% e il 41% rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est. Questi divari confermano la tesi Svimez di 'nuova questione del Centro', che ha un'incidenza più vicina a quella del Mezzogiorno. L'incidenza è ancor più intensa nel settore dei servizi, dove i deficit di innovazione e digitalizzazione fanno sì che le imprese fragili superino il 50% a livello nazionale, sfiorando il 60% al Sud. 

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Nel comparto manifatturiero sono fragili in Italia il 31% delle aziende, che salgono al 39% nel Mezzogiorno. Il 30% delle imprese dei servizi e il 22% di quelle manifatturiere italiane dichiarano aspettative di fatturato in calo anche nel 2021, un chiaro segnale che la crisi non è affatto finita. Incrociando dinamiche settoriali e territoriali emergono due fatti principali. Uno: nei servizi non si segnalano differenziali territoriali apprezzabili ed una persistenza della crisi soprattutto nel Nord-Ovest. Due: nel manifatturiero, invece, si confermano le difficoltà di ripresa del Mezzogiorno (27% delle imprese con previsioni di performance negative, contro il 19% del Nord-Est) e, sia pur meno accentuate, del Centro (25%).

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