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Domenica, 5 Dicembre 2021
Il lavoro è lavoro

La disoccupazione spetta anche ai detenuti

L’indennità di disoccupazione Naspi, erogata dall’Inps, spetta anche ai detenuti che hanno lavorato in carcere. A stabilirlo il Tribunale del lavoro di Milano

Se il reddito di cittadinanza non spetta ai detenuti, lo stesso non po' dirsi per l’indennità di disoccupazione (Naspi). Il Tribunale del Lavoro di Milano ha condannato l'Inps a corrispondere il sussidio di disoccupazione ad un ex detenuto che aveva lavorato per quasi due anni in carcere come cuoco e addetto alle consegne.

“Il lavoro è lavoro per tutti”, ha dichiarato all’Agi Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano, sottolineando che “al detenuto deve essere assicurato lo stesso trattamento economico e previdenziale cui hanno diritto i cittadini liberi e che non è possibile occultare questo diritto con la 'finzione' che il lavoro penitenziario rientri nell'ambito di altre attività 'ricreative' che si svolgono all'interno del carcere”.

In passato tanti ex detenuti si sono visti negare la Naspi in seguito a una circolare del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, poi avallata dall'Inps, ha spiegato Maisto. Con la sentenza del 10 novembre del Tribunale di Milano “viene fatta finalmente chiarezza su un punto inderogabile”.

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Secondo il giudice Luigi Pazienza "il lavoro penitenziario non può consentire l'introduzione di un trattamento differenziato tra i detenuti e gli altri cittadini in materia di assicurazione contro la disoccupazione” visto che "non vi sono differenze tra lavoro penitenziario svolto all'interno alle dipendenze del Ministero e quello reso all'esterno in favore di un soggetto terzo”. "Il lavoro penitenziario alle dipendenze del ministero della Giustizia e quello libero subordinato sono assimilabili: pertanto non possono sussistere ragioni per escludere il diritto alla Naspi qualora ricorrano i presupposti previsti dalla normativa specifica".  

Per la Cgil, che ha assistito l'ex carcerato, è stata vinta una "battaglia per la civiltà": si è finalmente scritta "una pagina importante per la dignità del lavoro e per il riconoscimento di una funzione realmente rieducativa della pena".  

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