Giovedì, 15 Aprile 2021

Perché è cosi difficile avere i dati precisi sulle vendite di armi comuni in Italia?

L’Italia è il secondo maggior produttore mondiale di "armi comuni" ma cala per il sesto anno consecutivo la produzione: tutti i dati (e le ombre) nel nuovo rapporto di Opal, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa

Una fiera delle armi. Foto Ansa (archivio)

Scende ancora, ed è il sesto anno consecutivo che accade, la produzione italiana di "armi comuni" che nel 2019 ha segnato il dato più basso degli ultimi 15 anni: dopo il record di oltre 1 milione di armi prodotte nel 2013 è diminuita a poco più di 703mila del 2019 con un decremento complessivo del 31,5%, una riduzione quindi di quasi un terzo. E’ quanto emerge dall’ampio studio curato da Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia dal titolo “I dati del Banco Nazionale di Prova di Brescia nel contesto dell’informazione sulla produzione e detenzione di armi in Italia”. Lo studio è un’anteprima nazionale in quanto i dati del Banco Nazionale di Prova (BNP) non sono stati ancora ufficialmente presentati al pubblico.

"Il numero delle armi testate e punzonate dal BNP costituisce una fonte preziosa perché rappresenta di fatto l’andamento della produzione nazionale di armi comuni da fuoco"  commenta Tombola. "Va però ricordato che una parte delle armi comuni, che differiscono da quelle prodotte per impiego militare, è venduta ed esportata anche a corpi di polizia e di sicurezza pubblica e privata, e non riguarda quindi solo l’utilizzo sportivo, venatorio o per difesa personale". I dati del 2019 mostrano un calo complessivo del 6,8% per le armi provate rispetto al 2018, con una sostanziale tenuta delle “armi lunghe” (fucili da caccia e per tiro sportivo) che costituiscono la specialità dei produttori bresciani. Mostrano invece un drastico calo del 28% le “armi corte” (pistole e revolver) che sono più soggette alle fluttuazioni del mercato estero, in particolare alla domanda da parte di corpi di sicurezza esteri, e alla concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro. Sono invece un numero limitato le armi importate e testate dal BNP (18mila).

Dall'analisi dei dati si possono intravvedere anche le fluttuazioni del “ciclo lungo” tipico di questo specifico settore manifatturiero: dal 1973 ad oggi si sono infatti registrati tre “record produttivi”, nel 1982, 1996 e 2013, tra loro distanti 14-17 anni. È pertanto plausibile pensare che l’acquisto di una nuova arma sia considerato dall’acquirente simile a quello di un “bene durevole”: la produzione del 2013 è stata sicuramente incentivata dalla domanda del mercato civile statunitense per i timori degli acquirenti a seguito degli annunci da parte dell’amministrazione Obama di introdurre maggiori restrizioni nella legislazione, spiegano da Opal.

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I dati del BNP sono un utile strumento per conoscere la produzione italiana di armi comuni, ma non le vendite di armi in Italia in quanto la gran parte delle armi prodotte è destinata all’estero. "Gli Stati Uniti costituiscono il principale mercato di esportazione – commenta Tombola – e, vista l’incetta di armi di questi giorni per la paura generata dall’epidemia da coronavirus, c’è da aspettarsi una forte ripresa delle esportazioni dall’Italia e della produzione favorita anche dal permesso governativo di tenere aperti i “settori strategici” come quello, appunto, della produzione di armi e di sistemi militari". Resta però un basilare problema di trasparenza che accomuna tutto il settore della produzione, delle vendite e dell’esportazione di “armi comuni”. "Se si eccettuano le cifre sulle esportazioni di armi da guerra e quelle ricavabili, non facilmente, dai dati del commercio estero dell’ISTAT, le informazioni attorno a uno dei settori del made in Italy più vantati per i suoi record e la sua immagine internazionale sono estremamente lacunose" spiega Tombola.

Oggi come oggi l’Italia è il secondo maggior produttore mondiale di “armi comuni”. Tuttavia le aziende più rappresentative e le loro associazioni di categoria non solo non forniscono dati sulle proprie vendite in Italia e all’estero, ma tendono a sottostimare fortemente la destinazione militare e per corpi di sicurezza pubblici e privati della loro produzione e ancor più la responsabilità oggettiva circa la diffusione del loro prodotto. "Questa opacità ha pesanti conseguenze sul dibattito pubblico nel nostro Paese intorno ai molti problemi che coinvolgono le armi da fuoco, la loro produzione ed esportazione, il loro uso" – dice Piergiulio Biatta, presidente di OPAL. "Si pensi ad esempio alla mancanza di dati ufficiali e pubblici da parte del Viminale sulle licenze per armi, sul numero di armi legalmente detenute in Italia e sui crimini commessi da legali detentori di armi, tra cui omicidi e femminicidi. Si tratta di informazioni di interesse pubblico che il nostro Osservatorio chiede da anni insieme alla Rete italiana per il disarmo e a molte altre associazioni. E’ ingiustificabile, ma non inspiegabile, soprattutto la poca attenzione di gran parte delle rappresentanze politiche sulle questioni della trasparenza relativa a questi settori che riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini".

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