Sabato, 24 Luglio 2021
Economia

Italiani in fuga, in dieci anni abbiamo perso 100mila laureati

Secondo l'ultimo rapporto dell'Istat continua ad aumentare il numero degli italiani che cerca fortuna all'estero. Le regioni del settentrione tuttavia riescono a limitare i danni grazie alle migrazioni interne. Il Sud al contrario rischia la desertificazione

Foto di repertorio ANSA

Il 'mito' dei cervelli in fuga non sembra così campato in aria. Tutt’altro. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat il 53% degli italiani che siè trasferito al’estero nel 2018 è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati.

Rispetto al 2017 il numero dei diplomati che ha cercato fortuna altrove è aumentato solo dell’1%, ma quello dei laureati ha fatto un balzo del 6%. L’incremento - spiega l’istituto di statistica - è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto sono cresciuti del 45%.

Nel 2018, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (13 mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione 'qualificata' è di 14 mila unità, ma nell’ultimo decennio sono partiti più di 100mila laureati.

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Così il Sud si svuota

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). Rispetto alla popolazione, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta.

Un dato che apparentemente sembra smentire la tesi - molto in voga - dell’emigrazione massiccia dei giovani dalle regioni del Sud. A ben vedere però non è proprio così e anzi i flussi confermano che il Sud si sta effettivamente desertificando. Nel 2018 ben 117mila persone residenti nel Mezzogiorno hanno fatto le valigie per trasferirsi nelle regioni del Centro e del Nord (+7% rispetto al 2017); di un certo rilievo sono anche i trasferimenti sulla rotta ‘inversa’ (55 mila), dal Centro-nord al Mezzogiorno. Il risultato per il meridione è piuttosto sconfortante: -62 mila residenti nel 2018, di cui 47 mila con più di 25 anni. 

Insomma, se gli abitanti del centro-nord sono più disposti a spostarsi all’estero, gli abitanti del Sud preferiscono rimanere in patria, pur cambiando regione.

In generale, gli spostamenti sulla tradizionale direttrice Mezzogiorno/Centro-nord sono tipici dei giovani mentre risultano più sfumati per gli over 65.

Il Nord "recupera" laureati grazie all'immigrazione dei giovani del Sud

A questo proposito l’Istat osserva che "alcune regioni del Centro-nord riescono a recuperare la perdita con l’estero" proprio "grazie alle differenze positive dovute ai movimenti interregionali". È il caso della Lombardia "che perde più di 2 mila giovani laureati (italiani di 25 anni e più) per emigrazione verso l’estero, ma ne guadagna oltre 8 mila dai trasferimenti provenienti dalle altre regioni, facendo registrare così un guadagno complessivo di popolazione qualificata pari a circa 6 mila risorse laureate".

Anche per l’Emilia-Romagna e la Liguria la perdita causata dalle emigrazioni è compensata dai giovani (e meno giovani) laureati che arrivano dal sud. Per tutte le regioni meridionali e per il Piemonte, invece, alle perdite dovute agli espatri "si sommano anche quelle relative ai trasferimenti verso le altre regioni: le giovani risorse qualificate provenienti dal Mezzogiorno, dunque, costituiscono una fonte di capitale umano sia per le zone maggiormente produttive del Centro e Nord Italia sia per i paesi esteri".

Più di 800mila espatri nell'ultimo decennio

Insomma, gli italiani continuano a partire. Nel 2018 le cancellazioni anagrafiche per l'estero sono state 157 mila, in aumento dell’1,2% sul 2017. Di queste, quasi tre su quattro riguardano emigrati italiani (117 mila, +1,9%). Le iscrizioni anagrafiche dall'estero (immigrazioni) sono state invece circa 332 mila, per la prima volta in calo rispetto all'anno precedente (-3,2%) dopo i costanti incrementi registrati tra 2014 e 2017. Più di cinque su sei riguardano cittadini stranieri (286 mila, -5,2%).

Se poco meno di 117mila connazionali hanno lasciato il Belpasese, nel 2018 ci sono stati 46.824 italiani che hanno fatto il tragitto inverso tornando in patria. Il saldo saldo migratorio con l'estero degli italiani restituisce dunque un valore negativo di 69.908 unità.

Nell’ultimo decennio peraltro c’è stato un vero e proprio boom di partenze. Se nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, dal 2009 al 2018 "si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri": in tutto ci sono stati  816 mila espatri e 333 mila rimpatri, con un saldo negativo di 70mila persone l’anno.

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Italians in fuga verso l'Uk

Il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila solo nel 2018, un numero quadruplicato nel giro di 10 anni). Altre destinazioni molto ambite sono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila) e Svizzera (quasi 10 mila).

Di contro, meno di 7 mila persone si sono trasferite dal Regno Unito in Italia. Le iscrizioni dalla Germania sono anch’esse molto basse (oltre 7 mila, +9%), ma il flusso da questi due Paesi è composto prevalentemente da italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all’estero.

Insomma, l'Italia continua a fornire risorse qualificate alle economie più forti dell’eurozona, ma si dimostra ben poco attrattiva per i cittadini dei Paesi più ricchi.

La Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origini degli immigrati "europei" che arrivano in Italia. Meno numerosi i flussi provenienti dall’Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all’anno precedente (+16%).

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"La ripresa delle emigrazioni di cittadini italiani – osserva l’Istat - è da attribuire in parte alle difficoltà del nostro mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e le donne e, presumibilmente, anche al mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione- che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione".

L’istituto di statistica sottolinea inoltre che "i programmi specifici di defiscalizzazione, messi in atto dai governi per favorire il rientro in patria delle figure professionali più qualificate, non si rivelano quindi del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse che costituiscono parte del capitale umano indispensabile alla crescita del Paese". 

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