Giovedì, 21 Ottobre 2021
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Lavorare "solo" 4 giorni a settimana

Lo smart working in questo anno e mezzo di pandemia ha cambiato in molti settori le carte in tavola e spazzato via anni di tentennamenti in varie realtà. In Islanda, Scozia, Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia, Giappone, Spagna si sperimentano nuovi orari ridotti. Ma in Italia il dibattito sembra restare ancorato al passato, con sfumature sgradevoli

Avere dipendenti felici e produttivi è o dovrebbe essere l'obiettivo di qualsiasi azienda. La produttività è direttamente proporzionale alla soddisfazione, e lo smart working in questo anno e mezzo di pandemia ha cambiato in molti settori le carte in tavola e spazzato via anni di tentennamenti in tante realtà. La pandemia ha portato a un "forzato" aumento della flessibilità sul posto di lavoro e ha contemporaneamente messo in luce i problemi di stress e burnout in determinati ambiti. Negli ultimi mesi e anni c'è stato chi ha puntato nel mondo sulla riduzione di un giorno o di alcune ore giornaliere, nell'ottica di un maggiore benessere dei lavoratori ma anche di una maggiore produttività aziendale. In Italia il dibattito è invece molto più "impolverato".

La settimana lavorativa di 4 giorni

Il lavoro da remoto diffuso ha cambiato le basi del "posto di lavoro". L’idea di una settimana corta non è nuova, se ne parla da tempo, ma ultimamente sta prendendo nuovo slancio in tutto il mondo, dopo la rivoluzione delle abitudini lavorative che il Covid ci ha imposto. In Islanda, Scozia, Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia, Giappone, Spagna si sperimentano nuovi orari ridotti. La settimana lavorativa di 4 giorni è uno scenario possibile, attuabile?  Matthew Gallagher, fondatore e CEO di Watch Gang, in un lungo intervento per Nbc News, ha spiegato qualche giorno da fa di voler provare a "ottenere gli stessi risultati aziendali con una settimana lavorativa di quattro giorni: non sarà solo un bene per i miei dipendenti, ma anche per i profitti della mia attività. Più ore non significano più lavoro".  Anzi, spesso "può essere vero il contrario - continua Gallagher - un minor numero di ore di lavoro può aggiungere l'urgenza e la motivazione necessarie per portare a termine il lavoro. Mi aspetto che una settimana lavorativa più breve aumenterà la produttività e la soddisfazione dei dipendenti, entrambe parti fondamentali per aumentare la redditività".

Non è ovviamente l'unico pioniere. La società di pianificazione dei social media Buffer ha già provato questo esperimento con buon successo. Secondo i dati del sondaggio dell'azienda, circa il 60 per cento dei lavoratori si sentiva altrettanto produttivo e quasi il 34 per cento si sentiva più produttivo. Che le scadenze sian motivanti non è un segreto. Nel dipartimento di ingegneria, la produzione è aumentata tra diversi team, in alcuni casi raddoppiando. Il servizio clienti, tuttavia, ha registrato un calo della produzione, poiché i clienti hanno dovuto attendere più a lungo per le risposte.

Se ne parla ovunque nel mondo. La Scozia sta valutando una settimana lavorativa ridotta a livello nazionale. A Edimburgo il governo è solo l’ultima istituzione a prendere in considerazione una settimana lavorativa di quattro giorni. Infatti, l’azienda di imballaggi con sede a Glasgow UPAC Group ha recentemente confermato che tutti i dipendenti sarebbero passati a una settimana lavorativa di quattro giorni con lo stesso stipendio dopo un periodo di prova pienamente riuscito. Anche Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia, Giappone e Spagna stanno tutti considerando o sperimentando orari ridotti, ma solo in alcune aziende.

Da quando la settimana lavorativa è di cinque giorni? All'inizio del 1900 in America era comune una settimana lavorativa di sei giorni, che consentiva la domenica ai dipendenti di andare in chiesa e visitare i parenti. Nel 1923, la casa automobilistica Henry Ford ridusse tra le prime le giornate lavorative dei suoi dipendenti da sei a cinque. In Ford videro aumentare la produttività, poiché ci si aspettava che i dipendenti facessero di più quando erano sul posto di lavoro. 

L'occupazione non riguarda solo la pura produttività. Le persone non sono macchine, e creare un luogo in cui le persone si sentano realizzate è un obiettivo praticabile. Gli effetti (positivi) sulla salute, sulla qualità della vita e, di riflesso, sulla produttività di un orario di lavoro ridotto sono uno scenario possibile. Si riducono i costi di gestione perché l’ufficio resta chiuso un giorno in più alla settimana, e i dipendenti risparmiano su trasporto, caffè, pranzi e altre spese varie. L’idea di avere a volte un fine settimana di tre giorni rende tutti più felici.

Ma attenzione, serve una premessa: il concetto di settimana lavorativa con giornate e orari fissi è tipica del lavoro da ufficio, quello più facilmente adattabile al modello agile, mentre il lavoro a contatto con il pubblico già oggi è in larga parte organizzato in turni per coprire sei o sette giorni la settimana e orari di 10-24 ore al giorno. Generalizzare è quindi un tentativo ardito.  

In Islanda è stato un successo

In Islanda, la sperimentazione di una settimana lavorativa da quattro giorni è stata “un successo travolgente” secondo quanto annunciato due mesi fa dalle autorità di Reykjavik: i lavoratori che hanno preso parte al test tra il 2015 e il 2019 hanno mantenuto o migliorato il loro tasso di produttività. A motivare i dipendenti a concentrare in meno ore la stessa mole di lavoro che prima svolgevano in cinque giorni è stato anche il salario corrisposto: esattamente lo stesso che ricevevano lavorando 40 ore a settimana. 

L’esperimento è stato condotto dal consiglio comunale della capitale Reykjavik e dal Governo nazionale, che hanno chiesto a oltre 2.500 lavoratori (pari a circa l’1 per cento della popolazione attiva islandese) di lavorare meno. I dipendenti pubblici che hanno partecipato al test ricoprivano un’ampia gamma di mansioni e hanno coinvolto scuole materne, uffici amministrativi, fornitori di servizi sociali e ospedali. L’esperimento di successo ha convinto i sindacati a rinegoziare i contratti di lavoro, e ora l'86% della forza lavoro islandese è passata a orari più brevi pur mantenendo la stessa retribuzione. Il nuovo orario professionale non è ovviamente obbligatorio, ma facoltativo. I lavoratori che hanno aperto la strada al nuovo modello lavorativo più concentrato, ma meno diluito nella settimana, hanno riferito di sentirsi meno stressati e più garantiti contro il rischio di esaurimento dovuto all’eccessivo stress dovuto a ragioni professionali, e che la loro salute e l'equilibrio tra lavoro e vita privata sono migliorati.

Will Stronge, direttore del think tank britannico Autonomy, aveva commentato con toni entusiasti lo studio, che "rappresenta la più grande dimostrazione al mondo che una settimana lavorativa più corta nel settore pubblico è stata, sotto tutti i punti di vista, un successo travolgente". "Il settore pubblico è maturo per essere un pioniere delle settimane lavorative più brevi - ha aggiunto - e le lezioni possono essere apprese da altri Governi".

L'Onu già 7 anni fa aveva lanciato l'amo. L'ufficio dell'Onu responsabile del lavoro analizzava la proposta di lavorare un giorno in meno a settimana, evidenziando come ciò aiuterebbe la salute, l'ambiente, la produttività e il benessere generale.

Ci sono anche altri aspetti da prendere in considerazione, a dimostrazione che non tutto è bianco o nero: nei paesi in via di sviluppo e nelle economie di transizione un elevato numero di persone che lavorano poche ore al giorno è in realtà sottoccupato e maggiormente a rischio di cadere in povertà.

Il caso Giappone

Lavorare dal lunedì al giovedì, avendo a disposizione un weekend lungo, può aumentare la produttività fino al 40% in più. E’ questo il dato più eclatante che emerge dall’esperimento che Microsoft ha portato avanti in Giappone nel 2019: l'impatto del superlavoro in Giappone è percepito in maniera intensa dagli stessi giapponesi. Secondo uno studio del governo giapponese che risale al 2016, quasi un quarto delle aziende giapponesi richiede ai dipendenti di effettuare più di 80 ore di lavoro straordinario al mese. Da qui il termine ‘karoshi’, coniato nel Paese del Sol Levante in riferimento agli effetti dell’attività professionale portata agli estremi e che significa "morte per troppo lavoro". Il Giappone è uno dei pochi Paesi ad essere interessato da questa problematica, in cui sono stati certificati decessi associati al superlavoro, le cui principali cause mediche sono state attacco cardiaco dovuto a sforzo e stress.  

Il dibattito in Italia

In Italia il dibattito sul lavoro agile sembra invece andare da un'altra parte, sembra girare a vuoto. Si parla quasi solo degli effetti deleteri che lo smart working  ha avuto su non pochi esercizi commerciali che puntavano forte sui lavoratori in pausa pranzo, costretti (non sempre riuscendoci) a reinventarsi, concentrandosi sulle fasce orarie serali: qualcuno l'ha ribattezzata "economia del tramezzino". L'equiparazione tra smart working e "fannulloni" è poi il "non detto" sottointeso in molti discorsi sul tema, anche a livello istituzionale.

La Federazione CGIL dei lavoratori della Conoscenza oggi twitta, sarcastica: "Si torna in sede. Avviate le gare d'appalto e CONSIP per acquisto materiali di cancelleria, carta fotocopie, materiali igienici, fornitura energia, gas per riscaldamento, vigilanza ingressi, manutenzione. Il cittadino spende e ringrazia". 

Il ministro Brunetta da settimane preme per superare definitivamente lo smart working e riportare al più presto i dipendenti pubblici in ufficio, riducendo progressivamente al 15% la quota di lavoro da casa. Il ministro critica l'efficacia del lavoro da remoto: "È un lavoro a domicilio all'italiana. Su Wikipedia in inglese si dice che è un lavoro self service, all'italiana, da casa. Pensare di proiettare questo tipo di organizzazione nel futuro mi sembra un abbaglio. È nata nell'emergenza, è stata costruita dall'oggi al domani spostando l'organizzazione del lavoro pubblico dalla presenza al remoto, a casa, senza contratto, senza obiettivi, senza tecnologia". Non solo, in questo anno e mezzo, dice Brunetta, la modalità "non ha garantito i servizi pubblici essenziali. Quelli li hanno garantiti i lavoratori della sanità, medici e infermieri, i lavoratori della sicurezza, carabinieri e poliziotti. I lavoratori in smart working non hanno affatto garantito questi servizi". 

Chi riteneva che le nuove esigenze lavorative portate del Covid-19 avrebbero portato anche molte aziende della Penisola a decidere di ridurre l’orario lavorativo, almeno "in presenza", rimarrà deluso. E se lo smart woking generalizzato resta utopia in Italia, facile immaginare quali sarebbero le reazioni degli imprenditori (o almeno della maggioranza di essi) davanti a proposte di settimane lavorative ridotte.

In realtà  la settimana lavorativa di quattro giorni è già prassi per numerosissime organizzazioni nel mondo: la Society for Human Resources Management, una delle più importanti realtà di consulenza nell’ambito della gestione delle risorse umane ha calcolato che già nel 2019, quindi prima del Covid, negli Usa, il 23% delle grandi aziendeattuava uno schema di lavoro che prevedeva 72 ore di riposo continuativo a settimana. E in un articolo di Bloomberg Businessweek del marzo 2021 è stato rilevato che le offerte di lavoro che offrono un orario settimanale di quattro giorni sono triplicate nel giro di soli quattro anni.

Il movimento 4DayWeek è una comunità senza scopo di lucro fondata da Andrew Barnes e Charlotte Lockhart per fornire una piattaforma a persone che la pensano allo stesso modo e che sono interessate a sostenere l'idea della settimana di 4 giorni come parte del futuro del lavoro; da anni prova a stimolare altri imprenditori in giro per il mondo a cambiare le regole. E sul suo sito dà grande spazio a una recente "scoperta": il 63% delle aziende ha trovato più facile attrarre e trattenere i migliori talenti del proprio settore proponendo una settimana di 4 giorni. Lavorare quattro giorni a settimana: una situazione win-win? Di sicuro il dilemma se vivere per lavorare o lavorare per vivere è più attuale che mai.

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