Lunedì, 10 Maggio 2021
Il Rapporto Ugl-Censis

L'esercito di lavoratori poveri nell'Italia post Covid 

Secondo il Rapporto Ugl-Censis ci sono 1,5 milioni di lavoratori poveri: un numero che negli ultimi 10 anni è aumentato dell'86%. Un trend che ha subito un'accelerata a causa della pandemia

Foto di repertorio Ansa

Che destino attende i lavoratori nel mondo post pandemia? Purtroppo, non dei migliori. Sono circa 1,5 milioni i lavoratori poveri in Italia: un numero che negli ultimi dieci anni è aumentato dell'84%, pari a 690mila unità. In particolare, nell'ultimo decennio sono triplicati i lavoratori in proprio poveri: +230% per il mondo di partite Iva a basso potere contrattuale, mentre aumentano del 75% gli operai poveri, a cui si aggiunge l'inedito boost di povertà alta di quadri e impiegati (+113%). Sono i dati contenuti nel Rapporto Ugl-Censis dal nome Tra nuove povertà e lavoro che cambia: quel che attende i lavoratori oltre il Covid-19', pubblicato in occasione della Festa dei lavoratori 2021, prevista per domani sabato 1 maggio. 

I lavoratori poveri in Italia

Dal dossier emerge che sono 2,9 milioni le persone componenti di famiglie povere in cui almeno una persona è occupata: c'è una quota di povertà generata o almeno non ammortizzata dalla scelta e possibilità dei loro membri di lavorare. Inoltre, tra il 2019 e il 2020, dopo l'inizio della pandemia,  gli occupati poveri segnano +269mila unità (+22%), mentre tra i lavoratori in proprio i poveri sono aumentati del 48% e tra gli operai del 22%. 

''Il lavoro ancora più svalorizzato – osservano gli autori del dossier - ecco la pesante eredità di un anno di pandemia, che lo ha reso anche meno sicuro, visto che il 65,2% dei lavoratori si è sentito perseguitato dalla paura di finire in gravi difficoltà economiche. Un sentimento più forte nelle aziende tra 10 e 49 dipendenti (74%)''.

L'Italia pre e post Covid 19

Tra l'Italia pre Covid-19 e quella post Covid-19 (febbraio 2020 e febbraio 2021) si sono registrati -945mila occupati (-4,1%). Un duro colpo che accomuna i lavoratori dipendenti, con 590mila occupati in meno (-3,3%) e quelli autonomi, con -355mila occupati (-6,8%). Un dato che taglia il mondo del lavoro trasversalmente alle condizioni sociali ed economiche, con il 65,7% dei lavoratori impaurito o in ansia e, comunque, preoccupato per il proprio futuro.

Nel decennio 2010-2020 si registra l'incremento delle professioni intellettuali con 550mila occupati in più (+19%), degli addetti alla vendita e ai servizi personali (+398mila circa, +10,5%) e del personale non qualificato (+180mila, +7,9%). Allo stesso tempo, colpisce il crollo di dirigenti e imprenditori (-100mila, -14%) e di operai ed esecutivi (-711mila, -12,1%).

Nel lavoro che aumenta emerge una neopolarizzazione intorno al contenuto intellettuale, con più spazi da un lato per ingegneri, analisti e progettisti di software, statistici e specialisti in scienze umane e sociali ecc. e dall'altro per lavori poco o per niente qualificati, di servizio. Intanto diminuiscono le figure professionali più tradizionali, dai dirigenti agli operai.

Come è cambiato il modo di lavorare

Dal rapporto emerge ''una ricomposizione del mondo del lavoro di lungo periodo, che ha subito accelerazioni a seguito delle recenti vicende pandemiche''. Infatti, è cambiato il modo quotidiano di lavorare, con oltre un terzo dei lavoratori che svolge le proprie attività in remote, in smart working, soprattutto dirigenti e impiegati, anche se appare sempre più necessario modularlo con il lavoro in presenza.

Gli italiani, secondo quanto emerge dal documento, sono pronti a premiare le aziende che operano con trasparenza e che rispettano i diritti dei lavoratori: l'83,8% degli italiani (l'87,4% tra i giovani) è disposto a pagare qualcosa in più per prodotti equo sociali, fatti senza sfruttamento delle persone o ricorso a lavoro minorile.

Vi è poi la convinzione che in questa fase occorra potenziare imprese ed economie locali italiane: l'83,6% dei consumatori è pronto a spendere di più per avere prodotti e servizi italiani, dalle materie prime alla distribuzione. Un dato che resta trasversalmente alto nei territori e gruppi sociali, con punte dell'87,3% tra i laureati. ''La dignità del lavoro, insomma, è per gli italiani un valore costitutivo dell'etica collettiva, che prevale sull'aspetto prettamente economico''.

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