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Venerdì, 21 Gennaio 2022
Economia Italia

Il "fuori busta" per battere la crisi: l'esercito del lavoro nero che sfugge allo Stato

Pensionati, doppiolavoristi, immigrati e casalinghe: secondo l'Eurispes in totale sono 300 i miliardi di euro che sfuggono al controllo dello Stato. A cui aggiungere 156 miliardi di sommerso generati dalle imprese italiane. Intanto un italiano su dieci è vittima degli usurai

Il lavoro nero ha permesso agli italiani di sopravvivere alla crisi. Lo rivelano approfondite ricerche dell'istituto Eurispes che ha più volte ha analizzato le dinamiche dell’economia sommersa in Italia e in Europa, mettendo in luce un dato allarmante quanto tristemente veritiero.

L’Eurispes ha calcolato che l’economia sommersa nel nostro Paese ha generato, a partire dal 2007, almeno 549 miliardi di euro l’anno. Un fenomeno che coinvolge tutti i settori, dall’agricoltura ai servizi, all’industria, nelle forme del lavoro nero continuativo, del doppio lavoro, del lavoro nero saltuario. 

"L’economia sommersa può essere definita una sorta di 'camera iperbarica' che ha permesso a numerosi soggetti produttivi di riprendere fiato e sopravvivere nel corso del lungo periodo di crisi."

Il lavoro nero? Vale 300 miliardi di euro

Secondo l’Eurispes, il 54,5% dell’economia non osservata è rappresentato dal lavoro sommerso, il 28,4% dall’evasione fiscale da parte di aziende e imprese, il 16,9% dalla cosiddetta economia informale.

Per quanto riguarda la parte più consistente dell’economia non osservata, relativa al flusso di denaro generato dal lavoro sommerso, le stime si attestano a 300 miliardi di euro.

Secondo le stime Eurispes inoltre, ai 300 miliardi derivanti dal lavoro sommerso, si devono aggiungere 156 miliardi di euro di sommerso generati dalle imprese italiane. È stato possibile stimare questo dato basandosi sulle operazioni condotte, a partire dal 2007, dalla Guardia di Finanza: su oltre 700mila controlli effettuati, sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta al fisco.

Doppiolavoristi e immigrati occupati in nero

Secondo le stime dell’Istituto, sono almeno 6 milioni i doppiolavoristi tra i dipendenti; 600mila gli immigrati con regolare permesso di soggiorno che lavorano in nero.

Pensionati ma ancora al lavoro: in 2 milioni sconosciuti al fisco

Sfuggono ai calcoli ufficiali anche coloro che esercitano attività in nero, anche a tempo pieno, ma che dispongono di un reddito che esclude attività di lavoro retribuito: parliamo in pratica delle persone che godono di pensioni di invalidità e di vecchiaia.

In Italia, su un totale di 16,5 milioni di pensionati, circa 4,5 milioni hanno un’età compresa tra i 40 e i 64 anni. È plausibile che almeno un terzo di essi lavori in nero. A questo terzo si aggiungono altri 820mila pensionati tra ultra-sessantacinquenni ancora attivi, che vanno a formare, secondo le stime Eurispes, un piccolo esercito di circa 2.320.000 pensionati che producono lavoro sommerso.

Casalinghe e inoccupati: l'esercito del lavoro nero

Altra categoria che sfugge ai dati ufficiali è quella delle casalinghe, circa 8,5 milioni. Il 18,8% di esse svolgerebbe lavori che vanno ad alimentare il sommerso.

L’Istat rileva inoltre 1.400.000 persone in cerca di occupazione: di queste, il 50% lavorerebbe totalmente in nero.

A queste categorie, vanno aggiunti i lavoratori indipendenti, i liberi professionisti, i collaboratori a progetto e i soci di cooperative. Difficile immaginare che la totalità di loro paghi le tasse per la totalità degli introiti.

L’Italia "incravattata": vittima dell'usura 1 italiano su 10

L’usura è un fenomeno diffuso in tutta Italia, anche se risulta più marcato nel Mezzogiorno, come indica il numero delle denunce presentate all’Autorità giudiziaria che, tuttavia, non dà una misura attendibile della reale entità del fenomeno.

La maggior parte dei casi continua a rimanere sommersa e negli ultimi anni il numero delle denunce risulta persino in diminuzione, nonostante sia in aumento il numero di denunce per estorsione. Appare emblematico che, laddove la presenza del crimine organizzato è particolarmente radicata nel territorio, il numero delle denunce segue un trend di decremento.

La diffusione del fenomeno dell’usura costituisce un indicatore di sofferenza delle famiglie e delle imprese italiane.

Si è calcolato, nel solo 2015, che circa il 12% degli italiani (su un totale di 24,6 milioni di famiglie) si è rivolto nel corso dell’anno a soggetti privati per ottenere un prestito, non potendolo avere dal sistema bancario.

Ipotizzando che il prestito ammonti, in media, a 10mila euro, si ottiene la cifra di 30 miliardi di euro per 3 milioni di nuclei familiari in difficoltà.

Passando alle imprese, per il settore agricolo si è stimato che il 10% delle 750mila aziende agricole italiane abbia avuto la necessità di richiedere denaro ad usurai, e che la somma media richiesta ammonti a 30mila euro. Si arriverebbe così a 2.250.000 euro.

Per quanto riguarda le aziende del commercio e dei servizi (3,3 mln attive), si stima approssimando verso il basso, che una su 10 si sia rivolta agli usurai. Stimando una cifra media di 15mila euro in prestito, si arriva a circa 5 miliardi di euro. Il capitale prestato si attesterebbe così su 37,25 miliardi.

Considerando un interesse medio sui prestiti del 10% al mese, ossia del 120% annuo, si arriva a calcolare un capitale restituito che aggiunge altri 44,7 miliardi di interesse ai 37,25 prestati. In conclusione, il business dell’usura consiste in almeno 81,95 miliardi di euro.

"Esiste poi la questione di una sempre più iniqua distribuzione che fa sì che i pochi ricchi (l’1%) siano sempre più ricchi e beneficino di buona parte dei dividendi dello sviluppo, mentre la società del 99% resta a guardare" spiega Alberto Baldazzi, curatore dell’indagine "Attraverso lo studio "Povertà, disuguaglianze e fragilità in Italia. Riflessioni per il nuovo Parlamento"

"I dati più recenti dimostrano che proprio in Italia gli anni della crisi hanno squilibrato, più che in altri paesi, il quadro della distribuzione della ricchezza e, conseguentemente, ampliato il rischio povertà. Esiste, dunque, una specificità tutta italiana, che ha fatto sì che le disuguaglianze si siano acuite, la qual cosa inevitabilmente contrasta l’ottimismo di chi brinda ai dati in ripresa, e introduce la macabra prospettiva di uno sviluppo senza equità".

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