Lunedì, 8 Marzo 2021

Lavoro in nero, non rischia solo il 'capo': le sanzioni per il dipendente

Esistono dei casi in cui è il lavoratore stesso a chiedere di non essere regolarizzato: ecco quali sono i rischi di questa pratica scorretta

Foto di repertorio

II lavoro nero è uno dei problemi più grandi che attanaglia l'Italia intera. Secondo le ultime stime sarebbero più di 3,3 milioni i lavoratori cosiddetti 'invisibili', ossia quei dipendenti che svolgono il proprio lavoro senza un regolare contratto. Il tutto per un mercato da 77,3 miliardi di euro di fatturato. Nella maggior parte dei casi le sanzioni per i dipendenti 'in nero' sono contro il datore di lavoro, ma esistono dei casi in cui a finire dei guai è il lavoratore stesso. Ecco quali sono i rischi

Lavoro nero: cosa rischia il dipendente

Esistono infatti dei casi in cui è proprio il dipendente a chiedere di non essere regolarizzato. Ad esempio ciò avviene per quei dipendenti che sono riconosciuti come disoccupati al centro per l'impiego, pur lavorando in nero. In questo caso si commette il reato di falsità ideologica, commessa da privato in atto pubblico, per la quale a seconda della gravità del fatto si rischia una sanzione fino a due anni.

 Se invece si lavora in nero perché percettori della Naspi e non si vuole rischiare di perderla, allora la sanzione sarà ben più severa. In questo caso, infatti, si rischia una contestazione per indebita percezione di erogazione a danno dello Stato, per la quale è prevista la reclusione dai 6 mesi ai 4 anni. Se invece la somma indebitamente percepita, lavorando in nero, è inferiore ai 4.000 euro, allora al dipendente disonesto si applica una sanzione (che non può superare il triplo dell'importo percepito) variabile dai 5.164 euro ai 25.822 euro.

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