Martedì, 16 Luglio 2024
IKEA

Mamma licenziata da Ikea: "Sbalorditi dalla sentenza, la battaglia di Marica va avanti"

La donna - madre di due figli di cui uno disabile - non aveva accettato il cambio di turno. Il tribunale ha dato però ragione all'azienda scatenando le proteste dei sindacati. Cgil all'attacco: "Gli interessi di una multinazionale anteposti ai problemi di una lavoratrice"

Per ora Ikea l’ha spuntata ma lei, Marica Ricutti, la mamma di 39 anni licenziata lo scorso novembre dal colosso svedese per non aver rispettato i turni di lavoro, è decisa a dare ancora battaglia. Nonostante la sentenza sfavorevole del tribunale di Milano che ieri ha respinto il ricorso presentato dalla dipendente. Legittima secondo i giudici la decisione dell’azienda: nei confronti della lavoratrice, madre di due bimbi di cui uno disabile, non c’è stata nessuna discriminazione.

Oggi però sul caso i sindacati vanno all’attacco. Nel corso di una conferenza stampa organizzata alla Camera del Lavoro di Milano, i sindacalisti della Cgil e l’avvocato Maurizio Borali che assiste Ricutti e ora sta preparando l’opposizione all’ordinanza del giudice, hanno ricordato che la 39enne dipendente del colosso svedese "ha cercato solamente di ottenere il rispetto di una situazione familiare davvero grave".

Licenziata da Ikea, Cgil: "Sbalorditi dalla sentenza"

"Siamo sbalorditi perché sono stati anteposti gli interessi di una ricca multinazionale ai gravi problemi personali di una lavoratrice che per circa 18 anni ha lavorato per l’azienda", affermano  il segretario della Filcams Cgil di Milano, Marco Beretta, e il segretario della Camera del lavoro meneghina, Massimo Bonini, commentando la sentenza di ieri.

Marica Ricutti, la storia dall’inizio

Ma perché la storia di Marica Ricutti ha fatto tanto rumore? La donna, separata e con due figli - di cui uno disabile di quattro - dopo 17 anni alle dipendenze di Ikea era stata trasferita al reparto ristorante e, stando alla sua versione, inizialmente si era accordata per mantenere l'inizio del lavoro alle 9. Ikea avrebbe però modificato unilateralmente questo orario anticipandolo alle 7 di mattina, per lei impossibile dovendo gestire appunto due figli di cui uno bisognoso di cure particolari. 

La donna ha comunque proseguito a recarsi al lavoro alle 9, per sua stessa ammissione, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, e dopo qualche settimana è stata licenziata.

La versione di Ikea

Diversa la versione dell'azienda, che ha riferito che, "negli ultimi otto mesi, la signora Ricutti ha lavorato meno di sette giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e la direzione del negozio. Nell'ultimo periodo, in più occasioni, la lavoratrice - per sua stessa ammissione - si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili". Ikea ha parlato anche di "gravi e pubblici episodi di insubordinazione".

Sindacati all’attacco

Ma per la Cgil conciliare lavoro e diritti nell’Italia di oggi è quasi impossibile. "Qui non si parla mai di discriminazione di genere ma i fatti dimostrano il contrario: l’Italia è il primo Paese per tasso di dimissioni dopo il primo figlio” ha ricordato Beretta della Filcam Cgil, sottolineando che oggi "Marica purtroppo non sta bene e non si aspettava questa sentenza ma è determinata a proseguire la battaglia legale", e ricordando che "i suoi colleghi avevano scioperato per lei e continuano ad essere solidali malgrado l’azienda abbia tentato di farla passare per una lavativa e un’assenteista”.

"In atto un cambiamento epocale"

"Questo è un caso di scuola perché è in atto un cambiamento epocale: oggi i turni dei lavoratori vengono stabiliti da un algoritmo e il sindacato deve poter intervenire e contrattare questo algoritmo che viene elaborato da una persona. Ci vuole soltanto la volontà politica della direzione aziendale e abbiamo trovato disponibilità da aziende più avanzate di questa" hanno proseguito Beretta e Bonini, evidenziando che siamo di fronte ad un problema politico: "Quanti sono i casi di donne o uomini che per gestire esigenze familiari complicate abbandonano il posto di lavoro senza che si sappia nulla?" e a partire da questo, "che lavoro e quale società vogliamo?".

I sindacalisti si sono quindi rivolti "alle forze politiche che si sono presentate come paladine del lavoro e che ora si stanno insediando in Parlamento: è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti, servono diritti e tutele per riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratori e imprese, a partire dalla Carta universale dei diritti universali del lavoro, la proposta di legge di iniziativa popolare presentata nel 2016 dalla Cgil".

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