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Giovedì, 20 Gennaio 2022
L'intervista

Come cambia il mondo del lavoro con il manager della felicità

Intervista di Today al CEO di Spencer & Lewis, Massimo Romano, e al suo Chief Happiness Officer, Raffaella Tomassetti

Una nuova cultura si sta diffondendo nel mondo dopo la pandemia, quella della felicità. Felicità intesa a 360 gradi, con un senso di benessere esteso soprattutto al mondo del lavoro, visto che è proprio lì che trascorriamo la maggior parte della giornata. In un contesto caratterizzato da un crescente numero di persone depresse, si sta facendo sempre più largo una nuova figura professionale: quella del Chief Happiness Officer, il manager della felicità.

Per il momento sono ancora poche le aziende in Italia che hanno sposato questa cultura, più diffusa in Inghilterra e negli Usa, ma il trend potrebbe presto cambiare, specialmente alla luce delle criticità emerse con la pandemia Covid.

Pioniera in questo campo l’agenzia di comunicazione Spencer & Lewis, che ha deciso di puntare sul manager della felicità per migliorarsi, evolversi, nella convinzione che grazie al benessere aziendale si ottengono maggiori profitti. Per capire meglio, Today ha intervistato il CEO di Spencer & Lewis, Massimo Romano, e la sua Chief Happiness Officer, Raffaella Tomassetti.  

Intervista di Today a Massimo Romano, CEO di Spencer & Lewis:

Avete inserito nella vostra società una nuova figura professionale, il manager della felicità, perché?

“Il Chief Happiness Officer risponde all’esigenza di creare un’ambiente di lavoro che sia basato sulla fiducia tra dipendenti, stima e felicità. E’ un percorso fatto per realizzare un valore aggiunto, quello che chiamiamo Human+, ossia la volontà di pensare alle persone, alla loro crescita, professionale, umana e culturale. L’esigenza di pensare alla felicità come elemento portante di tutta la nostra strategia si basa anche su ricerche e su dati che evidenziano un incremento dei profitti nelle organizzazioni che hanno un ambiente stabile all’interno. Dove le persone sono felici e tranquille si registra un incremento della produttività molto alto nel tempo (+31%), queste organizzazioni hanno il 300% in più di capacità d’innovare, il 37% in più di aumento delle vendite, il 44% sulla retention (insieme di azioni che un'azienda mette in atto per trattenere i clienti). E’ una cosa che fa bene a tutti. Il nostro lavoro si basa sulle persone, siamo un’agenzia di comunicazione, quindi se noi cresciamo, cresciamo perché le persone stanno lavorando bene. Le persone per non farle andare via, visto che sono la nostra risorsa, devono avere un buono stipendio ma devono anche essere felici nel posto in cui stanno, è abbastanza semplice il ragionamento. Noi abbiamo deciso di puntare su di loro: abbiamo dei bonus, economici e non economici, abbiamo eventi di team building, facciamo corsi di formazione, li coinvolgiamo in attività culturali, come spettacoli teatrali, musicali. Cerchiamo di creare il più possibile un ambiente sereno, nel quale il lavoratore si sente effettivamente a casa. Questo aiuta a farli star bene e a rendere di più e a creare un ambiente lavorativo migliore. Per fare questo, bisogna investire un po’ di soldi, ma sono tutti soldi che ti ritornano in eliminazione dello stress e meno problematiche lavorative. Gli imprenditori devono cominciare a rendersene conto: se si punta sulle persone in maniera forte e consapevole aumenta la produttività, il fatturato, gli introiti”.

Il mondo del lavoro sta cambiando?

“Sì, sta cambiando. Per esempio lo smart working noi lo facevamo anche prima della pandemia e in maniera smart, ma non confondiamo la cosa con l’home working. Se io lavoro da casa o dal parco giochi o lavoro dopo aver portato mio figlio a scuola, vado a fare la spesa, vado a fare le mie compere e poi continuo a lavorare, quello è smart working, ossia avere la possibilità di lavorare e di prenderti il tuo tempo. Il Covid ci ha insegnato che una delle cose più importanti è il tempo. Se il lavoratore ha la possibilità di governare il suo tempo in maniera libera, intelligente, smart, allora anche in quel caso rende di più. Noi non abbiamo orari, i nostri dipendenti scelgono se venire in ufficio o meno, a me interessa l’obiettivo. Come viene raggiunto, non mi interessa. Il nostro è smart thinking e non smart working, è il pensiero ad essere smart. Da quando abbiamo iniziato ad adottare questo modo di pensare abbiamo registrato tassi di crescita molto più ampi: il 40-50% annuo. Le persone quando capiscono che lavorano in un posto dove possono vivere serenamente, sono gratificate, decidono liberamente se lavorare da casa o in ufficio, hanno l’assicurazione sanitaria, il bonus a fine anno, il corso d’inglese o di public speaking, vanno al concerto o fanno la degustazione di vino alla sera, rendono molto di più e non approfittano di tutta questa libertà. Se tu dai di più, si crea qualcosa di emotivo, si riesce anche a sposare la causa aziendale e ad andare avanti insieme”.

Questa cultura si diffonderà?

“Quando abbiamo nominato la nostra Chief Happiness Officer qualcuno ci ha preso in giro, qualcun altro ha pensato che che lo stessimo facendo solo per farci pubblicità. In realtà il Chief Happiness Officer in Inghilterra e in America esiste da anni, da decenni forse. In Italia c’è un’associazione che certifica i Chief Happiness Officer italiani, c’è una cultura molto ampia sul tema, ma è un po’ poco conosciuta. Secondo me il mondo si sta evolvendo verso questa direzione. Forse il Covid ha accelerato un percorso che sarebbe durato anni: ha dato una spinta di almeno 5 anni e ha costretto le aziende a ripensare il loro modo lavorativo. Ci sono persone che rendono molto di più a casa, altre al lavoro perché vogliono stare in mezzo agli altri, altre in modalità alternata, se noi imprenditori non riusciamo a capire che dobbiamo offrire un ambiente dove le persone possono dare il meglio, allora abbiamo sbagliato qualcosa. Il mondo si è evoluto ed è cambiato, ci sono imprenditori che se ne sono resi conto e stanno prendendo accorgimenti, anche sul fronte della sostenibilità e dell’inclusione, non solo del benessere aziendale. C’è un cambiamento, ma il cambiamento funziona solo quando c’è consapevolezza”.

Intervista di Today a Raffaella Tomassetti, Chief Happiness Officer di Spencer & Lewis:

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Che cos’è e a cosa serve il manager della felicità?

“Il Chief Happiness Officer è una figura certificata ormai da qualche anno per la felicità sul posto di lavoro, felicità intesa come competenza e non come pensiero utopico a cui tendere all’infinito. La cultura del Chief Happiness Officer si basa sulle organizzazioni positive: le pratiche positive, gli effetti postivi e i comportamenti positivi che poi portano a dei risultati positivi di produttività. Quindi, la felicità al lavoro è una strategia organizzativa vincente, fondamentalmente. Questo tipo di mentalità e di ricerca di benessere sul posto di lavoro è una prospettiva a cui molte aziende dovrebbero iniziare a mettere il focus, specialmente dopo la pandemia. Il Covid ha cambiato gli scenari del mondo del lavoro, guardiamo ad esempio a qual è stato l’impatto dello smart working nell’anno della pandemia e come le persone hanno avuto poi un impatto negativo nel momento del ritorno al lavoro, perché si sono ritrovate negli ambienti tossici in cui  erano abituate a stare. Nel momento in cui lavoravano da casa, invece, si sono ritrovate a gestire il proprio lavoro, la propria giornata, in ambienti sicuri e protetti, è proprio quello che in realtà le organizzazioni positive cercano di riproporre all’interno dei sistemi organizzativi attuali. E’ un processo di trasformazione culturale, che andrebbe inserito all’interno delle figure apicali che guidano le aziende, perché se il manager è un leader positivo, porta il benessere non solo all’interno dell’azienda ma anche il benessere nell’ecosistema generale.

Il nostro proposito è quello di fare tavoli di lavoro, di condivisione, di mettere in mezzo idee per costruirci un’ambiente più facilitante possibile per il benessere, considerando che per il benessere psicologico e fisico delle persone le tre parole chiave sono: la sicurezza, la soddisfazione e la connessione. In Italia c’è un po’ un luogo comune per il quale si pensa che debba essere il settore dell’HR (human resources, risorse umane, ndr) a doversi occupare di questi aspetti, in realtà non è così”.

Cosa fa il manager della felicità?

“La figura del manager della felicità e del benessere è guidata dalla situazione interna di un’organizzazione. Appena sono entrata in questa azienda abbiamo avuto un dibattito importante con la leadership che ha fortemente voluto la mia figura, quindi c’è già un buon proposito evolutivo. Abbiamo utilizzato delle survey di clima (sondaggi, ndr) per capire qual era il mood all’interno del capitale sociale dell’azienda, per capire quali sono i processi organizzativi che non permettono alle persone di sentirsi al sicuro all’interno della società. Individuati quelli si va ad operare in quei sistemi. Noi, ad esempio, abbiamo stabilito con la survey di clima che la necessità del gruppo è la formazione, non solo per incrementare il bisogno in funzione del lavoro ma anche sotto il punto di vista delle competenze personali. Una formazione a tutto tondo che permetta alle persone di sviluppare quelle competenze che puntano sull’autorealizzazione personale. Abbiamo poi cercato di riequilibrare, grazie anche allo smart working, il balancio lavoro e vita privata che difficilmente nelle aziende si tiene in considerazione. Lo smart working ha creato un po’ di problemi con quei leader che avevano bisogno di vedere le persone sedute ai tavoli perché ‘più ti vedo, più sei produttivo’. In realtà lo scopo è portare a termine un obiettivo non incidendo sul benessere della persona. Abbiamo anche pensato a istituire delle giornate di meditazione che permettessero di decomprimere queste situazioni. Stiamo cercando di puntare su un effetto benessere, che non riguarda solo la meditazione in sé ma riguarda anche le situazioni reali e personali delle persone. Abbiamo fatto quest’estate un team building, una regata per aumentare la collaborazione tra gruppi che non lavorano insieme, perché la cultura del ‘noi’ è vincente. Il passo successivo è quello di andare a monitorare il gradimento”.

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Cosa vi aspettate?

“Noi sicuramente ci aspettiamo che le persone restino in azienda, questa è la cosa fondamentale, che le persone si sentano protette all’interno dell’ambiente lavorativo, che si sentano bisognose di rimanere perché si sentono bene, sono appagate e autorealizzate. Questo si fa solo se si fa un passo indietro sulla necessità di capire solo dove sta il profitto, perché il profitto è anche avere una redention all’interno dell’azienda, avere maggiore engagement rispetto alle persone che sono all’interno dell’azienda. Sappiamo bene che il cambiamento è un processo lungo e che non incontrerà il favore di tutto il gruppo lavoro, perché siamo tutti diversi, abbiamo tutti le nostre esigenze, le nostre paure, soprattutto in questo momento storico particolare. Abbiamo fatto un piano per il 2022 nel quale abbiamo ovviamente inserito la formazione, sempre in base alle esigenze che sono state individuate. Ad intervalli regolari di tempo rivisiteremo queste situazioni, perché ovviamente il mondo cambia e il proposito evolutivo deve evolversi con il mondo che cambia, la cultura che cambia”.

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