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Venerdì, 14 Giugno 2024
Nuovi tesori

Le miniere italiane che il governo vuole riaprire

Nel Paese si trovano giacimenti di 15 materie prime critiche fondamentali per la transizione industriale, auto elettrica compresa. Ma sono chiuse da 30 anni

I tesori sono nel sottosuolo, ma non vengono toccati da più di 30 anni, anche perché finora è stato più economico importarli dall'estero. Ma adesso, complici le turbolenze internazionali (Cina in testa) e la transizione ecologica e digitale, l'Italia vuole riprendere il piccone in mano e riportarli alla luce. Da un lato, per ridurre la dipendenza dall'estero, dall'altro per favorire il passaggio di interi settori industriali, dall'energia ai trasporti, verso modelli più sostenibili. Già, perché questi tesori servono a far funzionare le batterie delle auto elettriche, i pannelli fotovoltaici e le turbine eoliche, oltre a smartphone e computer. Si chiamano materie prime critiche, e nel nostro Paese ce ne sarebbero 15 delle 34 su cui la Commissione europea ha acceso i riflettori allo scopo di aumentarne l'estrazione nel continente. Una sfida a cui il governo di Giorgia Meloni ha annunciato di voler dare seguito. Ma i problemi da affrontare non sono pochi, a partire dal fatto che l'estrazione comporta inquinamento e le materie prime critiche si trovano in aree protette per ragioni ambientali.

La spinta dell'Europa

La spinta a riaprire le miniere in Italia, come dicevamo, è arrivata direttamente dall'Europa. A controllare il mercato di minerali strategici per i sogni di gloria del Green deal dell'Ue come il litio e le terre rare è la Cina, e questa eccessiva dipendenza rischia di compromettere i piani di Bruxelles. Da qui, dopo anni di studi e consultazioni, la Commissione europea ha pubblicato lo scorso marzo il Critical raw materials act, nel quale stabilisce che almeno il 10% delle materie prime critiche usate dall'industria europea debba provenire, entro il 2030, dalle miniere dell'Ue. Il 40% dovrà essere frutto di attività trasformazione, e il 15% di riciclaggio. 

Secondo le stime del Centro di ricerca della Commissione, "il valore delle risorse minerarie europee non sfruttate alla profondità di 500-1.000 metri è stimata in circa 100 miliardi di euro". Una mappa mostra il potenziale di materie prime critiche dei Paesi Ue: c'è il già citato Portogallo, ma anche la Francia, il cui Ufficio di ricerca geologica e mineraria ha elaborato nel 2018 uno studio che ha fatto brillare gli occhi al presidente Emmanuel Macron. Alte concentrazioni di materie prime critiche sono segnalate anche in Austria, Repubblica ceca, Romania, Svezia, Finlandia e Spagna. Stando a questa mappa, l'Italia non spicca per ricchezze del sottosuolo. Ma il governo confida che le nuove ricerche potrebbero svelare nuovi tesori.

La mappa delle miniere

Del resto, per il nostro Paese, il primo vero problema è individuare l'esatta localizzazione dei giacimenti. L'ultimo aggiornamento della Carta mineraria risale al 1973. Il governo ha promesso che una nuova mappa sarà disponibile a breve. Secondo l'Ispra, ci sono 3 mila siti in Italia da cui si possono estrarre materie prime critiche. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha stilato un elenco di regioni e aree in cui potrebbero venire riaperte delle minerie: si tratta di "Liguria, Toscana, Campania, Sardegna e arco alpino", ha detto il ministro in una intervista a Qn. 

Non è chiaro se Urso abbia informazioni aggiornate, o si basi su quanto già delineato, per esempio, da un recente studio di Cassa depositi e prestiti sui diversi permessi di ricerca attivati di recente: "Nell’arco alpino (Piemonte e Lombardia) per il ritrovamento di cobalto, metalli del gruppo platino e terre rare; nella fascia vulcanico-geotermica peritirrenica (Toscana-Lazio-Campania) e in quella della catena appenninica (da Alessandria fino a Pescara) per il ritrovamento di litio geotermico". Trattandosi di permessi di ricerca, bisogna usare una certa precauzione.

In Piemonte, per esempio, tra Usseglio e Balme, una società australiana ha ottenuto un permesso di ricerca promettendo di scovare il più grande giacimento di cobalto d'Europa. In Liguria, un'altra società, la Cet srl, è convinta di trovare nella zonda di Piampaludo la più grande riserva di minerali di titanio del continente. Progetti roboanti, il cui entusiasmo sembra aver convinto il governo. Ma non gli ambientalisti, che hanno già alzato le barricate. 

Il nodo ambientale

Il ministro Urso lo sa, e non a caso chiede all'Europa di "darci gli strumenti legislativi, normativi, amministrativi e finanziari" sfruttare i giacimenti minerari "compiutamente ed entro i termini previsti". Il Critical raw materials act della Commissione, che dovrà essere adesso votato da Parlamento e Stati membri prima di entrare in vigore, potrebbe essere un aiuto in tal senso. "La normativa - spiega Bruxelles - ridurrà gli oneri amministrativi e semplificherà le procedure di autorizzazione per i progetti relativi a materie prime critiche nell'Ue. Inoltre i progetti strategici selezionati beneficeranno di un sostegno per l'accesso ai finanziamenti e di termini di autorizzazione più brevi (24 mesi per i permessi di estrazione e 12 mesi per i permessi di trattamento e riciclaggio)".

Uno dei passaggi chiave riguarda le normative europee per la protezione delle aree naturali e delle specie animali, come Natura 2000 o la direttiva Habitat. Il testo della Commissione non è chiaro, ma sembra aprire alla possibilità di derogare a queste regole per specifici progetti di interesse strategico. Non sarebbe una novità: lo ha già fatto di recente per rilanciare la costruzione di impianti di energia rinnovabile, introducendo "una valutazione semplificata" che elimina "le strozzature nel processo di rilascio delle autorizzazioni" per determinati progetti considerati per l'appunto di interesse strategico.

Perché l'Europa deve tornare in miniera

Del resto, il problema non è solo italiano: anche in Francia e Portogallo, solo per citare due esempi, i nuovi progetti minerari si stanno scontrando con le forti resistenze locali. L'ipotesi che l'Ue possa ammorbidire la sua stretta sulla protezione della biodiversità in aree specifiche, pur di inseguire una maggiore sicurezza sul fronte dei minerali chiavi per la transizione ecologica, è più che concreta. Ma all'Italia questo potrebbe non bastare: come ha detto Urso, servono anche risorse finanziarie. E qui entra in gioco il dibattito sul fondo di sovranità: si tratta di un nuovo strumento annunciato dalla Commissione europea, che per alcuni potrebbe prendere la forma del Recovery fund lanciato durante la pandemia. Bruxelles dovrebbe rendere noti i suoi piani in merito entro l'estate. Ma la Germania ha già alzato un muro. 

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