Venerdì, 5 Marzo 2021
Verona

Melegatti, storia di un fallimento annunciato (ma che forse si poteva evitare)

Dispiacere e tristezza: sono questi i sentimenti nel giorno dopo la sentenza del tribunale di Verona, che ha sancito il fallimento dell'azienda che occupava, tra diretti e stagionali, 350 persone. Ecco le tappe principali della vicenda

Lo stabilimento Melegatti

Dopo mesi di battaglie e di speranze, la Melegatti ha visto realizzarsi il peggiore dei destini: il fallimento. I tristi titoli di coda per l'azienda fondata nel 1894 da Domenico Melegatti sono arrivati martedì 29 maggio, quando il tribunale di Verona ha accolto la richiesta di fallimento presentata dal pubblico ministero Alberto Sergio. L'atto conclusivo di una vicenda che adesso pone la ditta in mano ai curatori fallimentari, mentre per la verifica dei debiti, che dovrebbero essere intorno ai 50 milioni di euro, sarà necessario aspettare il mese di ottobre. Purtroppo, a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori Melegatti, 350 tra diretti e stagionali, che vedono svanire il loro posto di lavoro. In autunno si potrà parlare di liquidazione o procedere con l'affitto di ramo d'azienda, valutando le offerte che potrebbero arrivare. Anche la possibilità di riattivare la produzione al momento sembra remota, visto che non sussiste un'adeguata copertura economica, oltre che un'effettiva convenienza.  

Melegatti, storia di un fallimento

L'azienda veronese che ha brevettato il pandoro, rinomato dolce natalizio, è sempre stata uno dei fiori all'occhiello del made in Italy. Ma allora quando possiamo collocare cronologicamente l'inizio della fine? Nello mese di ottobre 2017 avevamo sentito Paola Salvi, segretaria della Flai Cgil di Verona, che ci aveva descritto nei minimi particolari la situazione debilitata dell'azienda, che già dall'agosto dello stesso anno non riusciva a pagare i fornitori e gli stipendi dei dipendenti. Una crisi iniziata a causa di alcune scelte imprenditoriali azzardate, come aveva spiegato la sindacalista: “Non potendo puntare soltanto sul periodo natalizio, l'azienda ha deciso di avviare la produzione di brioche da vendere durante tutto l'anno, ma l'apertura del nuovo stabilimento, avvenuta il 5 febbraio di quest'anno, l'acquisto di macchinari molto costosi e l'assunzione di nuovo personale, ha richiesto delle risorse economiche superiori a quelle in possesso dell'azienda. Hanno fatto il cosiddetto 'passo più lungo della gamba'”.

I mesi tra ottobre e dicembre passarono tra scioperi e proteste, fino all'inaspettato 'miracolo di Natale', in cui la Melegatti riuscì a scongiurare (almeno in quel momento) l'ipotesi fallimento, dopo aver venduto 1,5 milioni di pandori. Un miracolo che però ebbe vita breve, visto che il piano per le colombe di Pasqua, che avrebbe potuto dare nuovo ossigeno all'azienda veronese, finì in un nulla di fatto, facendo ritornare l'incubo cassa integrazione e i livelli di crisi registrati a novembre 2017.

A maggio 2018 il baratro sembrava inevitabile, fino all'ultima speranza, quella proposta dal fondo americano De Shaw Co., specializzato nel risanamento di crisi aziendali, che era intenzionato a presentare un piano industriale per salvare la ditta con sede a San Giovanni Lupatolo, in provincia di Verona. Ma la 'scialuppa' di salvataggio offerta dagli statunitensi non sarebbe bastata a coprire i circa 50 milioni di euro di debiti, risultando di fatto inutile, come l'ultimo tentativo disperato dei dipendenti, che attraverso il quotidiano l'Arena aveva scritto un'appello al giudice per salvare l'azienda e il destino di 350 famiglie. Ma purtroppo, ogni sforzo si è dimostrato vano, con il collegio del tribunale di Verona presieduto da Giulia Rizzuto, che in data 29 maggio 2018 ha dichiarato il fallimento della Melegatti e della controllata Nuova Marellì di San Martino Buon Albergo, a causa della pesante situazione debitoria dell'azienda.

Fallimento Melegatti, le reazioni

Dispiacere e amarezza. Sono questi due i principali sentimenti provocati dal fallimento della Melegatti, un'azienda che ha fatto la storia del made in Italy e che dopo oltre 100 anni di attività, si trova costretta a chiudere i battenti. Un epilogo spiacevole, come commentato su VeronaSera dal sindaco di San Martino Buon Albergo Franco De Santi: “Con l'apertura dello stabilimento di San Martino Buon Albergo si erano generate molte aspettative per il nostro territorio, in particolare da un punto di vista occupazionale". 

“Ho seguito da vicino l'evolversi della vicenda - ha aggiunto De Santi -  anche in occasione degli incontri organizzati in prefettura, durante i quali ho evidenziato la necessità che venisse salvaguardato il marchio Melegatti, che andava preservato al di là dei problemi societari. Il mio pensiero va a tutti i dipendenti storici dell'azienda e a coloro che in prospettiva avrebbero potuto lavorare nello stabilimento di San Martino Buon Albergo. Mi auguro che dal fallimento nasca la volontà da parte dei possibili nuovi acquirenti di non dividere le attività dell'impianto produttivo, preservando il marchio Melegatti. Così facendo potranno essere tutelati in misura maggiore gli attuali lavoratori”.

Un dispiacere a cui fanno eco le parole del consigliere regionale veronese Stefano Valdegamberi, che si è detto amareggiato per il mancato accoglimento della proposta del fondo americano D.E. Shaw & Co.: “C'erano sul tavolo oltre 20 milioni, un piano industriale per il rilancio. Il tutto buttato alle ortiche, distruggendo la storia di questa azienda simbolo del nostro territorio. Melegatti la si è voluta distruggere e anche il Tribunale ha fatto la propria parte, facendo pagare di fatto le colpe ai lavoratori e non ai diretti responsabili. È una fine vergognosa che fa rifletterete e mi lascia molti dubbi perché la verità è una sola: l'intervento di questo fondo (che ha salvato molte imprese in crisi) Verona non l'ha mai voluto. Perché? Forse perché aveva dei contratti con la Ferrero?“.

Ugl: “Crisi politica affossa il made in Italy”

La fine della Melegatti è una sconfitta per tutti, su cui sicuramente ha pesato l'incertezza politica dell'Italia, sia prima che post elezioni. Una teoria confermata da Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl.

 “E una grande sconfitta non solo per la Melegatti e per i 350 dipendenti che hanno perso il lavoro ma per tutto il made in Italy. La fabbrica, leader nel mercato dolciario a livello internazionale, si è dovuta fermare bloccando, di fatto, la produzione dopo oltre un secolo di attività”.

“Diversi i soggetti intervenuti nel tentativo di salvataggio, tuttavia con esiti negativi. Oltretutto, il Tribunale di Verona non ha dato seguito all’ipotesi di una proroga per un eventuale concordato, che avrebbe potuto salvare l’azienda. Questo fallimento – conclude Capone - arriva in un momento in cui il Paese sta attraversando una grave incertezza politica che contribuisce a ledere quei precari meccanismi economici che gravano sulle spalle dei lavoratori e del tessuto imprenditoriale italiano”. 

Nonostante la situazione sembri irrecuperabile, resta la speranza di poter conservare un marchio così importante e soprattutto di poter tutelare le 350 famiglie che andavano avanti grazie al lavoro nell'azienda veronese.

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